di Lina
Irene Targiani Giunti:
L'audacia di una donna "quasi geniale" attraverso un secolo di storia
Chi era davvero Irene di Targiani Giunti? Innanzitutto una benefattrice del nostro paese ma veramente benefattrice, perché ci ha lasciato un’opera che ancora esiste ed è stata fondamentale per la formazione di tre generazioni e lo è tuttora.
Figlia del barone Leopoldo Giunti, senatore e Cavaliere del Lavoro, Irene crebbe tra Napoli e la Calabria, ebbe una cultura cosmopolìta.
Educata da istitutrici inglesi e tedesche, studiò lingue, musica, danza e pittura. Ma fu l’incontro nel 1883 con l'insegnante piemontese Mademoiselle Margherita Miglio a cambiarle la vita.
Fu lei a intuire il talento di Irene per la scrittura e a spingerla, fin dall'età di nove anni, a tenere quei diari che oggi sono per noi uno scrigno di tesori.
Fu proprio lo sguardo aperto sul mondo - che Irene acquistò grazie a Mademoiselle- a spingerla a rivoluzionare l'assistenza infermieristica in Italia.
In una lettera alla madre, Irene racconta di essere rimasta folgorata, durante un ricovero del marito Marchese Felice Herman Targiani (sposato giovanissima, a 18 anni), dall'efficienza del sistema inglese, gestito da laici competenti e non da ordini religiosi come accadeva in Italia.
Quell'intuizione divenne la base del suo instancabile lavoro sulle navi ospedale in Africa e nella Croce Rossa. Basta sfogliare i primi due capitoli dei suoi Diari per essere catturati da una figura che definire "grandiosa" è quasi riduttivo.
Una donna di spessore notevole, quasi geniale, capace di attraversare con dignità e intelligenza quasi un secolo di storia italiana (1874-1968), lasciando un segno indelebile ovunque posasse lo sguardo. E proprio in questi diari troviamo testimonianze del suo amore per Strongoli.
Dopo la prefazione e l’introduzione del nipote Nicolò Sella di Monteluce, troviamo una nota scritta a Dattilo, in cui dice di aver voluto scrivere ricordi ed esperienze per lasciarle ai posteri. La lettura dei suoi scritti – pubblicati a cura di Virginia Brayda Gozzi e Lelia Zangrossi Crosa, con la preziosa prefazione di Maria Gabriella di Savoia – non è un semplice esercizio di memoria, ma un’immersione totale in un’epoca. Irene non si limitò a osservare la storia: la fece. Già a vent’anni s’interessava delle attività in campo infermieristico, si diplomò infermiera volontaria Fu figura di spicco in tutte le manifestazioni per l’emancipazione della donna e nelle iniziative assistenziali.
La Marchesa fu insignita della prestigiosa Medaglia d’oro della CRI e Medaglia di Florence Nightingale, infermiera inglese conosciuta come la signora della lampada. In occasione di questo premio, le infermiere italiane si quotarono per offrire ad Irene un dono in segno di riconoscenza, ma la marchesa utilizzò la somma per l’acquisto della villa Belvedere a Fiesole, che destinò come casa di riposo per le infermiere di ogni scuola.
Numerosi furono i riconoscimenti e numerosissime le sue opere ed i suoi incarichi: ne elenco alcuni:
Fu dama di san Vincenzo de Paoli
Fondatrice del Circolo femminile di cultura
Istituzione della scuola per infermiere volontarie Croce di Roma
Presidente dell’Associazione nazionale italiana tra infermiere (ANI)
Ispettrice generale delle infermiere della CRI
Presidente della sezione lavoro nel Consiglio Nazionale donne italiane
Delegata della presidenza generale della Croce Rossa Italiana- volle farsi chiamare Delegata e non presidentessa per rispetto della Duchessa d’Aosta che rimaneva Presidente onoraria.
Nomina a Ispettrice Nazionale dopo le dimissioni da Delegata
Fu riformatrice dello Statuto della CRI insieme a Maria Josè di Savoia.
Collaborò con Re, Regine, Ministri, con Guglielmo Marconi e persino con Mussolini, muovendosi con disinvoltura tra i salotti e le trincee e avvenimenti di vita pubblica.
Ma Irene non era donna da "signorsì". La sua tempra emerge prepotente quando la vediamo puntare i piedi contro il potere. Celebre il suo scontro con il Ministro di Stato Cremonesi: lui, fascista, voleva assoggettare la Croce Rossa Italiana alle logiche di partito; lei, inflessibile, si oppose sostenuta da Elena d’Aosta. Fu proprio questa ingerenza a spingerla alle dimissioni, anche se la sua dedizione al volontariato non cessò mai, perché continuò ad occuparsi della CRI sempre.
Questo episodio è sottolineato con orgoglio nella introduzione del nipote, Nicolo Sella di Monteluce, che racconta con tanti particolari la lotta tra la Marchesa e il ministro Cremonesi, che si concluse a favore di Irene, grazie anche a Maria Josè di Savoia, che nominata Ispettrice Nazionale della Croce Rossa, ridiede il suo posto alla Marchesa. Insieme nel 1939, si impegnarono nella redazione e nella pubblicazione del nuovo Statuto della CRI, mentre il Ministro Cremonesi, nel 1940, si dimise.
È questa l'immagine di una donna libera, che ha sempre messo l'etica davanti all'opportunità politica e che ha sempre lottato per l’emancipazione della donna.
La Marchesa era anche molto abile nell’amministrazione dei beni della Famiglia Giunti.
L'addio a un mondo perduto C'è una nota malinconica e toccante verso la fine dei diari. Nel maggio del 1941, Irene compie l'ultima visita a Fasana.
La tenuta non appartiene più alla famiglia Giunti. Sebbene accolta con rispetto, la marchesa confessa la tristezza di non ritrovare più il calore domestico della sua infanzia. È il tramonto di un'epoca.
Irene Targiani Giunti, divenuta nel frattempo Terziaria carmelitana, si spense lasciando un ultimo insegnamento di sobrietà: niente fiori sul feretro, ma offerte per i poveri della Compagnia di San Vincenzo de Paoli. Oggi riposa nella tomba di famiglia al Verano, ma la sua voce, grazie a questi diari, risuona ancora forte, chiara e incredibilmente moderna.