di Gianni LeRose


Un odio che divide ciò che la storia unisce


Il conflitto tra Israele e Palestina, che da decenni insanguina il Medio Oriente, sembra non conoscere tregua. Ogni tentativo di pace appare fragile, ogni cessate il fuoco temporaneo. Le vittime principali restano i civili: uomini, donne e soprattutto bambini, che crescono tra macerie e sirene, imparando troppo presto cosa significhi avere paura.

Israele e Palestina sono terre confinanti, popoli che condividono radici antiche, spazi geografici, e in parte persino tradizioni. Eppure, invece di riconoscersi come fratelli, da generazioni si percepiscono come nemici. La lotta per la terra, la sicurezza, il riconoscimento politico ha eretto muri fisici e interiori, alimentando una spirale di vendette e diffidenze.

La logica della guerra

Ogni attacco ne genera un altro. Ogni bomba crea nuovi orfani e nuove ragioni di rancore. In questa dinamica, non esistono vincitori: a perdere è l’umanità stessa, intrappolata in un conflitto che priva intere popolazioni della possibilità di vivere in pace. La guerra, da strumento di difesa o rivendicazione, si è trasformata in una condizione permanente, una prigione che toglie speranza.

La domanda che resta

Come può un fratello odiare un suo simile? È questa la domanda che scuote le coscienze di chi osserva da lontano. Perché, al di là delle differenze religiose, politiche o culturali, il sangue versato è sempre rosso, il dolore delle madri sempre lo stesso, le lacrime dei bambini identiche.