di Caterina Via
L'orrore della guerra: un appello universale alla pace
Una donna cammina sola tra le macerie. I suoi passi risuonano nel vuoto di una città ridotta in polvere. Ha in mano una borsa logora, come se contenesse ancora la sua vita di prima. Poi, un lampo. Un colpo. E il suo corpo si dissolve in una nuvola di polvere. Non resta nulla da piangere, neppure le lacrime trovano un corpo su cui posarsi.
Questa immagine, ricordata da Moni Ovadia, voce libera e coraggiosa, non appartiene all’Iliade né ai racconti dei nostri nonni: è l’oggi, è il nostro mondo.
«Occhio per occhio, e il mondo diventa cieco» ammoniva Gandhi. E guardando Gaza, l’Ucraina, il Sudan e tante altre terre martoriate, comprendiamo che la sua profezia si è avverata. La guerra non è un’ombra del passato: è un’atroce attualità, un male che si nutre di dolore e disperazione, travolgendo popoli, culture, speranze.
È il più grande fallimento dell’umanità, il segno che la politica ha smesso di essere arte della convivenza ed è diventata macelleria di popoli.
La guerra devasta paesaggi e città, ma soprattutto spezza l’anima delle persone. I soldati, qualunque uniforme indossino, portano nella mente immagini che nessuno dovrebbe vedere. Molti rimangono prigionieri di traumi che li perseguitano per tutta la vita.
I civili, soprattutto donne e bambini, conoscono una violenza psicologica devastante: la paura costante, la perdita di casa, la distruzione di ogni certezza, il lutto che si tramanda di generazione in generazione.