di LIna
C'era una volta l’arjia pulita”
Si respirava a pieni polmoni in paese, nelle campagne, alla marina,
La collina si ergeva circondata da mirti ed ulivi, come scriveva Biagio Miraglia.
L’aria era tersa e la Motta grande sembrava librarsi nel cielo con lo slancio di un’aquila, che, nel volo maestoso, poteva godere dei profumi puliti delle erbe e del mare.
Lo sguardo spaziava i du muragghjiù del Vescovado, dall’altezza del castello e di Santa Maria, quasi a voler abbracciare la bellezza del panorama ora sciupato dalle ciminiere della Biomasse e dai giganteschi mulini metallici, che hanno allontanato per sempre gli uccelli, che in primavera ed in autunno, si rincorrevano nel cielo catturando la fantasia dei bambini.
All’alba, affacciandosi dai balconi, si era investiti da ondate di odori selvatici della varietà dei mille fiorellini campestri; quando mil sole cominciava a tramontare, soprattutto in primavera, si ripeteva lo spettacolo del ritorno dai campi degli uomini e delle donne con grandi fasci di ceci freschi e suddra.
I bambini correvano verso gli asini carichi e si tuffavano sui ceci, per averne in regalo e sgranarli e gustarne il sapore dolce.
Chi non riusciva ad aprire i baccelli schiacciandoli leggermente con le mani, si aiutava nell’eseguire questa operazione con le labbra o con i denti.
I bambini correvano verso gli asini carichi e si tuffavano sui ceci, per averne in regalo e sgranarli e gustarne il sapore dolce.
Chi non riusciva ad aprire i baccelli schiacciandoli leggermente con le mani, si aiutava nell’eseguire questa operazione con le labbra o con i denti.
Non temevano certo di buscarsi un’infezione mettendo in bocca i baccelli pelosi dei ceci!
Non c’era, allora, pericolo di inquinamento nelle nostre terre! Al massimo, a chi era allergico alla buccia pelosa del baccello, potevano gonfiarsi un po’.