di Alessandro Teti

 Strongoli: Indomita e fedele

Il momento più bello era quando arrivavamo a Strongoli. 

Così rivedo la scena: mio suocero (il ‘nonno’ Francesco Manfredi) è davanti al bar all’inizio di via Risorgimento alla Lunaggia, chiacchiera con gli amici o fa finta di farlo, perché la sua mente è presa dal nostro arrivo imminente. 


Ad ogni rumore di macchina che si ode provenire dal Garage, si gira, ma niente, falso allarme. 

Poi finalmente si vede sbucare la Simca blu.


Il sorriso sempre presente sul suo volto solare, si fa ancor più radioso. Giorgio grida felice: “Ciao nonno!” Ci fermiamo solo un attimo, un rapido saluto e un cenno: ci vediamo a casa. Perché il nostro abbraccio deve essere riservato, intimo.


Appena davanti alla porta che dà sulla ‘timpa’ do un colpo di claxon. Ecco la “nonna Mena” con il suo grembiulino, ci accoglie festosa con baci e abbracci.


Poco dopo arriva il nonno che si è precipitato dal bar verso casa; si ripetono scene di gioia. Siamo stanchi, sudati ma felici. Già si sente un gradevole profumino: brodo di carne, arrosto, “patate e pipi’, vino casereccio. 


Intanto dalla campagna giunge, con una macchina prossima alla rottamazione, lo zio Salvatore impegnato con la raccolta dei pomodori. “Giorgino, come stai? Ah come sei diventato grande” … 

Ricordi indelebili e struggenti di persone care che sono tornate ormai nei sentieri del 

Silenzio. 

Io venni per la prima volta a Strongoli nel lontano 1975.


Era piena estate, e la sera fui impressionato dalla folla di gente che invadeva le strade del paese. 

In particolare la Lunaggia, dove si trova tuttora la casa dei miei suoceri, era rallegrata da gruppi di bambini e ragazzi che giocavano gaiamente o si rincorrevano lungo le vie del quartiere. 


Al mattino c’era un andirivieni di macchine, camion, trattori; non parliamo poi dei venditori ambulanti che cominciavano a imperversare per il paese con i loro slogan molto coloriti, già alle sette. 

Erano tempi in cui poche famiglie avevano la casa alla Marina, quindi molte persone, dopo aver trascorso la giornata sulla spiaggia, tornavano in paese al calar del sole. 


Ora non più, non si odono grida di bimbi; il silenzio invade le strade vuote. 

Ogni tanto la quiete desolante è infranta da qualche auto che sale stancamente verso la Santa Croce, per poi svoltare di nuovo giù verso il centro, mentre il rumore si dilegua lentamente fino a ridiventare silenzio assoluto. 


Ma poi come per incanto, volgendo lo sguardo verso la Sila ecco apparire uno sfavillio di colori: arancione, rosso, giallo, turchino… che riempiono l’immensità del cielo: è il tramonto, gradualmente il sole si adagia dietro le alture di San Nicola. 

Momenti di serenità emozionante pervadono la mia mente.


A volte dopo cena, al termine di una stancante ed infuocata giornata trascorsa al mare, era piacevole scambiarsi quattro chiacchiere con parenti e vicini di casa lasciandosi accarezzare dalla gradevole brezza proveniente dalle alture della Sila.
Seduti in cerchio, si beveva qualche bibita rinfrescante al cospetto della ‘timpa’ con il castello soffusamente illuminato. 


Appariva un cielo limpidissimo trapunto da milioni di stelle, dove si distingueva chiaramente la costellazione dell’Orsa Maggiore, poco più in là, tutta sola, la Stella Polare, appena visibile, ma che per i popoli del passato rappresentò un insostituibile punto di riferimento per gli spostamenti notturni di naviganti, esploratori, migranti, eserciti, avventurieri …


Chissà se Annibale, l’ ardimentoso e scaltro generale cartaginese, vincitore di tante battaglie, si sarà trovato qualche volta in fondo a quella ‘timpa’ e avrà guardato sconsolato in alto, verso la tremula stella che gli ricordava la direzione in cui si trovava la sua acerrima e ormai inespugnabile nemica: Roma, mentre cercava in tutti i modi di escogitare, dopo mesi di inutili tentativi, un qualche stratagemma per conquistare quel colle su cui sorgeva una città piccola, ma dal grande coraggio: l’indomita e fedele Petelia!