Sapevi che il folklore locale è un ottimo indicatore per comprendere il retaggio culturale di un popolo? Conoscere le leggende, infatti, serve a cogliere gli aspetti culturali più nascosti delle tradizioni che una comunità possiede.
In questa raccolta troverai circa sessanta storie, leggende e "contos de foghile" (racconti che si narravano attorno al focolare) tramandati di generazione in generazione dagli scanesi.
L'origine storica dell'abitato del nostro paese è sempre stata avvolta un po' nel mistero, date le poche certezze che i documenti storici ci forniscono. Secondo la tradizione orale, Scano sarebbe sorto nel rione di Turre, sede di un insediamento nuragico secondo degli studi archeologici. Si racconta che qui un capraro (mitico progenitore di Scano) avesse stabilito il proprio ovile, stabilendosi per primo in quel territorio che al tempo era una foresta fitta, ad oggi compreso tra la fontana di Tacaluboe e Funtana 'Etza (vedi "Architettura dell'acqua" in "Architettura scanese"). Da qui, il paese avrebbe iniziato ad espandersi sino a occupare il pendio del colle di Santa Croce e ad assumere la forma con cui oggi lo conosciamo. A questo luogo è presumibilmente legata la presenza di una roccaforte romana, di cui oggi, ovviamente, non abbiamo traccia.
All'arrivo dei temporali, le storie che gli venivano correlate erano essenzialmente due: quella de "Su polcheddu 'e Santa Rughe" (vedi "Leggende legate ai luoghi", qua sotto) e quella del carro di Dio. Quando nel cielo serale (solitamente durante il periodo invernale) il frastornare del tuono seguiva la luce abbagliante del lampo, gli anziani esclamavano: "Aca' Santu Pedru troulande crastos!". Ovvero: "Senti San Pietro che rotola macigni!". Ma perché ci si riferisce proprio a San Pietro per giustificare un comune temporale? Ebbene, dietro di ciò si cela un'antica leggenda: San Pietro, si racconta, guidava per il cielo un grande carro, chiamato "su carru 'e Deus" ("il carro di Dio"). Il traino divino era trasportato da due grossi buoi dalle corna d'argento, chiamati "Ista cun Deus", "Tue cun Maria" che, solcando la volta celeste con un pesante carico di pietre posto su due grandi ruote ferrigne, producevano nel mondo delle umane percezioni il boato e i baleni del temporale. Un bel giorno San Pietro sciolse i buoi al pascolo nel campo del Paradiso e, mentre i due si cibavano di ciuffi di nuvole, uno di essi - "Ista cun Deus" - valicata la Porta del Cielo (confine tra il regno celeste e quello terreno), cadde giù dalle nubi, precipitando verso la terra degli uomini. Come il suo grande zoccolo d'argento toccò la dura roccia del Montiferru, in quello stesso punto prese a sgorgare abbondante una sorgente, ovvero la fontana di Tacaluboe che ancora oggi mormora cristallina nel bel centro storico del paese di Scano.
Nella tradizione folkloristica sarda, "su fattunzu" era un oggetto che veniva utilizzato per indirizzare un qualunque maleficio. A riguardo, abbiamo diverse storie, tra cui...
La maledizione della madre: C'era una volta una giovane figlia unica, che in passato era stata corteggiata da molti uomini, ma che alla fine sposò l'uomo del quale si era innamorata. In seguito al matrimonio, dalla coppia nacque un bambino. Una notte disse al marito: "Portami via il bambino, perché il pensiero mi dice di ucciderlo, di ucciderlo". "Oh, mamma mia che brutta tentazione hai avuto!", disse il marito. "Portami via il bambino", ripetè la donna. Lui lo prese, chiamò la madre e la suocera e raccontò loro il fatto. Lei continuava a chiedere che allontanassero il bambino, e così fecero. Intanto questa era diventata pazza. Cercarono molti dottori, ma non riscontrarono alcuna malattia. Allora i fratelli dissero: "Domani andremo all'ovile di Tizio, a cercare la fattucchiera (colei che prepara "su fattunzu"). Andarono e la fattucchiera sentenziò che la giovane era stata maledetta. Andarono di notte a cercare il presunto responsabile di questo gesto, trovarono il servo: "Dov'è il padrone?". "È in paese", rispose il servo. "Digli che se non disfa quello che ha fatto a nostra sorella, lo uccideremo. Digli che ritorneremo e non avrà scampo!". "Glielo dirò", disse il servo. La giovane intanto stava continuando a impazzire sempre più. Quando rientrarono i fratelli, ricorreva la festa della Madonna di Tutti i Santi. "Mamma - disse la mattina - portami il vestito da sposa perché voglio andare in chiesa". "Figlia mia, proprio oggi vuoi far ridere la gente, proprio il giorno della festa!", replicò la madre. La figlia continuò comunque a insistere. La madre, quando la sentì parlare sensatamente, le diede il vestito e lei si preparò. Incontrò un vecchio zio, presso le bancarelle della festa, nel piazzale della chiesa, che le disse: "Chicca, dove vai?". "Vado in chiesa", rispose. "Dai vieni, ché padrino ti compra i torroni". "Non posso, non voglio perdere la Messa! I torroni se vuole proprio comprarli, li metterò nel grembiule". Lui intanto comprò i torroni. Lei entrò in chiesa e prese l'acqua benedetta. Da quel giorno ritornò alla normalità: era guarita! Ebbe altri figli e in seguito rimase vedova. Un giorno andò da lei un uomo e la chiamò: "Chicca!". "Chi è? - rispose lei - chiunque sia, si accomodi!". L'uomo salì le scale e disse: "Sono venuto perché ho un problema". "Non penserete che io possa risolvere i vostri problemi!". "Eh sì, il mio problema puoi risolverlo solo tu!", replicò l'uomo. "E cosa sarebbe?", ribatté lei. "Ricordi quella brutta malattia che hai avuto?", disse l'uomo. "Cosa andate dicendo! Se lo ricorda più il paese di me, ho fatto ridere tutti!". "Sono venuto per farmi perdonare, perché sono stato io a portare Tizio per farti la fattura", continuò lui. "Oh, davvero! Dio vi ricompensi, per tutto quello che ho passato io, la mia famiglia, mio marito! Andate in buon'ora, se Dio vi perdona, vi perdonerò anch'io!". "Ti prego, perdonami!", insistette l'uomo. "Se Dio vi perdona, vi perdonerò anch'io!". Queste furono le sue ultime parole.
La maledizione del bestiame: Si narra che a Scano ci fossero due soci che allevavano assieme il bestiame. D'improvviso iniziò una moria nell'allevamento e tutte le volte che spettava il turno ad uno dei due soci, egli trovava una pecora morta: "Ma, come mai - diceva l'altro - ogni qualvolta ci sei tu succede questo? È necessario cercare un rimedio!". Andarono da un fattucchiere, che dedusse fossero sotto l'influsso di un maleficio, di una fattura. L'unico rimedio per liberarsi della maledizione era recarsi in cimitero, prendere delle ossa di bambini e portargliele. Così fecero e lo stregone disse: "Una delle vostre pecore uscirà dal gregge. Voi non dovrete cercare di riprenderla, di inseguirla, ma dovrete lasciarla andare via". I due aspersero il tancato con l'acqua benedetta. Dicono che la pecora che uscì dal gregge fosse niente di meno che il diavolo.
In passato, quando le conoscenze mediche e scientifiche erano limitate, nei nostri paesi si suppliva a queste carenze in modo empirico con l'esperienza pratica personale o tramandata dagli antenati. A Scano la famiglia degli Obinu si era specializzata in campo ortopedico nell'ovviare con successo alla mancanza di medici specialisti, riducendo e curando lussazioni, slogamenti e fratture, tanto da richiamare pazienti da ogni angolo dell'isola. L'aneddoto - che non viene raccontato solo a Scano - riguarda uno degli Obinu, ti' Bibìa Obinu Moro "Mannu", vissuto a cavallo tra '800 e '900. Ti' Bibìa, con le sue doti naturali e le sue conoscenze, non curava solo i suoi compaesani, ma anche i forestieri che venivano a Scano attratti dalle sue capacità e dalla sua fama. Tutto ciò attrasse l'invidia dei pochi medici locali che, non credendo a queste pratiche "di stregoneria" e poco scientifiche, finirono per denunciarlo e convocarlo al tribunale di Oristano. Ti' Bibìa, che era un uomo sicuro di sé, si presentò solo, senza nessun avvocato. Aveva una barba lunga e indossava una veste "de pedd' 'e 'itellu" (di pelle di vitello, come d'usanza), accompagnata da una bisaccia sulla spalla. Quando il presidente lo invitò ad entrare, ti' Bibìa tirò fuori dalla bisaccia un agnellino, lo mise in terra, e questo si mise a belare e a correre tra i banchi del tribunale. Il presidente, meravigliato, lo incalzò e gli chiese se il suo intento fosse pascolarlo in tribunale; gli ordinò perciò di prenderlo immediatamente. Ti' Bibìa rispose che voleva solo fare vedere come l'agnello corresse e come poco dopo avrebbe smesso di farlo. Dopo di queste parole, lo prese e cominciò a manipolarlo, gli slogò tutte le giunture, tutte le articolazioni e lo "smontò" completamente. Poggiò quindi l'agnellino, che non si muoveva più, sopra il banco del tribunale come fosse un tovagliolo. Poi sfidò i medici presenti a farlo correre come prima. Si dice che questi abbiamo provato in vari modi, ma non riuscirono in nessuna maniera. Il presidente, stufatosi, chiese allora a ti' Bibìa se fosse in grado di farlo. Ti' Bibìa rispose di sì e mise di nuovo mano all'agnello; gli sistemò giunture, articolazioni e lo rimise a terra. L'agnellino riprese a correre tra i banchi come prima. Il presidente, incredulo, lo invitò a continuare a svolgere il suo mestiere e di mettere a tacere i dottori. Gli disse che la sua era un'arte, un dono di natura, e fu assolto dicendo che in quel tribunale il vero medico era lui. Ci sono ancora oggi degli Obinu "acconzadores" che hanno ereditato il dono di generazione in generazione, e che continuano a esercitarlo in segreto, con grande efficacia e senza retribuzione a persone che provengono da tutta la Sardegna.
A Scano, la Via Lattea, la galassia a cui appartiene il sistema solare, è detta "sa Mina de sa Paza", ovvero "la Strada della Paglia". Questa sarebbe volata magicamente, secondo la leggenda, dal modesto grembiule di una contadina: una coppia molto povera aveva avuto la gioia di aver generato un bambino, che era bianco e rosso. I coniugi avevano deciso di fare battezzare il neonato dalle fate di Santa Vittoria (che erano molto ricche, abili nel ricamare e cuoche eccezionali), dicendo così: "Lu daimos a sas fadas de Santa Bitoria, gai at a tènnere costazu bonu totu canta sa vida sua" ("Lo diamo alle fate di Santa Vittoria, così avrà dei fianchi buoni per tutta la sua vita"). Il giorno del battesimo, un barbuto sacerdote di rito greco celebrò la funzione nell'antica chiesa di Santa Vittoria, alla presenza delle fate, tutte vestite d'abiti di seta e aventi di gioielli d'oro. Quello sfarzo faceva un certo effetto se paragonato alla povertà dei genitori del bambino, vestiti con panni di orbace e con rustici scarponi ai piedi. Terminata la cerimonia e consumato il pranzo abbondante, "sa Fada Manna" chiamò a sé la madre del pargoletto, dicendole: "Comare mia, apparade sa farda" ("Comare mia, metta il grembiule"). La donna eterea, bellissima con i suoi capelli neri e ricci, mise nel grembiule della donna un'indefinita quantità di qualcosa di estremamente leggero e soffice. La Fata diede poi un monito alla donna, affermando che non avrebbe dovuto controllare cosa ci fosse all'interno del grembiule, sino a che lei e suo marito non sarebbero rientrati a casa. La donna approvò, pur essendo arsa da una travolgente curiosità. Lasciando il luogo del pranzo, la donna si fece numerose domande riguardanti il dono de "sa Fada Manna", ipotizzando che le avesse regalato dei panni di seta o una camicia di "randa" (un tessuto "ornamentale"). Nella salita rocciosa che da Santa Vittoria conduce al paese, la donna, nonostante le vibrate rimostranze del marito, decise di aprire il grembiule per scoprire subito cosa vi si trovasse... dentro vi era della comunissima paglia. Allora prese a inveire contro la Fata, criticando il fatto che nonostante fosse ricca e benestante, le avesse donato della semplice paglia e, lamentandosi in questo modo, scosse rabbiosamente il contenuto de "sa farda" nel momento in cui il sole stava tramontando. Una parte della paglia sbattuta si sollevò su, fino ad appuntarsi nella volta argentata del cielo: nasceva così la Via Lattea. Una parte più piccola, invece, cadde a terra. Il giorno dopo, un contadino, passando per la stessa strada, trovò lungo il sentiero una grande quantità di monete d'oro. Così quell'uomo lasciò per sempre la zappa e la sua vita cambiò radicalmente. Da quell'estate, "sa Mina de sa Paza" brilla ancora nei cieli notturni estivi, per ricordare a noi uomini increduli che bisogna sempre credere alle promesse delle fate.
Questa antica leggenda dice che sul colle di Turre vi fosse un castello romano. Questo era abitato da Re Dòmine, un signore violento e sanguinario. Egli amministrava Scano con il pugno di ferro, arrestando e massacrando chiunque si opponesse al suo volere. Oltretutto, era solito rubare e saccheggiare la popolazione. Per queste ragioni, egli era molto odiato dagli scanesi, vedendosi costretto a uscire dal castello solo se scortato dal fido Dugone e dai suoi militi. Le segrete della sua torre erano piene di prigionieri, e quando qualche ribelle veniva condannato alla pena capitale sulla collina di Montrigu 'e Reos, Re Domine si godeva lo spettacolo ridendo di gusto dall'alto della sua fortezza. Si racconta che Re Domine avesse fatto un patto con Lulbé (il diavolo) e che questo, con la sua cricca infernale, andasse ogni notte al suo castello a trovarlo, per banchettare assieme e per maltrattare i detenuti qui reclusi, oltre che il borgo intero. In uno di questi festini, Re Domine commisse un'imprudenza. Uscì dalla roccaforte da solo e ubriaco, cantando a squarciagola e dirigendosi verso la strada di Salighes per orinare. Qui si trovavano tre fratelli caprari: Ilò, Ilài, Ilè, intenti alla cura del bestiame. Ilò, il maggiore, quando vide Re Domine da solo, camuffatasi rapidamente la faccia col sughero, gli andò incontro. Come gli fu vicino, il pastore, presentatosi come il diavolo Lulbè, chiese al signore dove si tenesse il diabolico convitto. Mentre Re Domine, ancora sotto gli effetti dell'alcol, gli indicava la strada, il capraro gli assestò una terribile coltellata al cuore, uccidendolo e decapitandolo. Nel momento in cui decapitava Re Domine, Ilò iniziò a canticchiare dei versi. A queste magiche parole la torre discese negli abissi, ma l'anima di Re Domine serpeggia ancora oggi nei freddi vicoli turritani.
Un giorno, a uno scanese schiavo dei Mori, apparve un uomo vestito da soldato romano che gli disse di essere San Costantino imperatore, chiedendogli di erigere una chiesa in suo onore da situare in località "Monte Isei", e in cambio gli avrebbe ridato la libertà dalla schiavitù. Il poverello rispose, piangendo, che purtroppo non aveva un soldo e non avrebbe potuto esaudire questo desiderio. Il Santo allora gli diede un sacchetto di pelle con dentro venti monete d'oro e un anello di rame dorato, e così scomparve. Lo schiavo si addormentò e al suo risveglio si trovò a Scano. Subito decise di costruire la chiesa in onore del Santo, solo che non sapeva dove si trovasse la località "Monte Isei", per cui andò in giro nei paesi vicini a cercare notizie sulla località. Finalmente giunse a Sedilo, e solo lì un uomo di età avanzata gli seppe dire dove si trovasse il Monte Isei perché da ragazzo, dopo aver combinato una marachella, vi era stato bastonato e abbandonato dal padre che poi gli aveva detto: "Da oggi ti ricorderai di Monte Isei". Vi si recarono insieme e il giovane vi costruì una modesta chiesa che gli costò abbastanza in denaro, ma la borsa regalatagli dal Santo, non appena si vuotava, si riempiva nuovamente. Acquistò pure una statua del Santo e costruì a fianco della chiesa un locale per l'alloggio dei familiari durante i giorni della festa, la quale fu fissata per il 7 luglio, giorno in cui il Santo era apparso al giovane. Finché questi fu in vita, la festa poté svolgersi come si doveva, lui si recava sul luogo a piedi con i fedeli scanesi e portava la bandiera che aveva fatto fare e su cui aveva fatto cucire anche l'anello che il Santo gli aveva regalato. Quando egli morì, i suoi diritti passarono agli eredi, finché nel 1806 il parroco di Sedilo Pietro Paolo Massidda volle sostituirsi al clero scanese nell'amministrazione e nella celebrazione della festa. Ne nacque una violenta zuffa tra scanesi e sedilesi, per cui l'amministratore dei beni della parrocchia di Scano rev. don Giovanni Maria Ledda istituì un'altra festa, che si celebrò nella chiesa di Scano il 12 settembre sino al 1928 perché dall'anno seguente venne sostituita con la festa dei Santi Errio e Silvano. Nella realtà, sembra invece che il culto di questo santo sia arrivato in Sardegna nel periodo bizantino. Nel periodo della presenza dei Camaldolesi nel Cenobio di San Pietro di Scano, la chiesa di San Costantino fu donata ad essi da un ignoto per cui divenne filiale della parrocchia di Scano. I frati di Scano vi celebrarono le funzioni religiose e le feste, e quando essi scomparvero furono sostituiti dai vicari priorali del clero secolare fino al 1797, anno in cui mori l'ultimo abate di Saccargia, don Francesco Paliaccio (i diritti del priorato scanese, con la scomparsa dei Camaldolesi erano passati agli abati di Saccargia). Nel 1797, quindi, il titolo di priore di San Pietro di Scano passò ai vescovi di Bosa, e il parroco di Scano non aveva più alcuna veste legale per celebrare la festa di Sedilo. Questo era il motivo per cui il parroco Massidda poté sostituirsi, in tale celebrazione, al clero scanese, ma i vescovi di Bosa esercitarono ancora i loro diritti legali sulla chiesa di San Costantino, in quanto priori di San Pietro di Scano. Di storico, sulla chiesa di San Costantino di Sedilo si sa ben poco. Si ha un documento del 1265, una pergamena di consacrazione di una chiesa, in cui è citata anche la chiesa di San Costantino. Nel 1584 il canonico Giovanni Battista Puzzone fu nominato parroco di Sedilo con la presenza di San Costantino. Nel 1613 fu donato un prezioso calice che esiste tuttora, con la scritta: "Calix Sancti Costantini - Ben. Can. Sisinius Loi 1613". Nella seconda metà del XVII sec. fu deciso di ricostruire la chiesa dalle fondamenta perché in cattive condizioni. L'opera fu compiuta, come attesta la lapide murata nell'interno della chiesa, dal parroco di Sedilo dott. Domenico Porqueddu e dal signor Pietro Nicola Giuso nel 1789. L'anello che sarebbe stato donato all'ignoto scanese da San Costantino è in metallo dorato, molto largo ed è un sigillo che ha nel centro uno scudo nobiliare, con inciso un leone eretto sulle zampe posteriormente in una delle zampe anteriori regge uno scettro. Da un lato lo scudo ha una lettera A e dall'altro la lettera I (Augustus Imperator?). Probabilmente è di epoca medioevale. Si presenta ben lavorato e ancora si conserva a Scano, cucito ad una antica bandiera gialla che ha un bastone di ferro. C'è anche un'altra statua di legno di San Costantino, nella parrocchia di Scano, e dall'inizio del Novecento esiste un'associazione maschile che festeggia il Santo il 7 luglio di ogni anno.
Una figura temuta dagli antichi scanesi era la cosiddetta "Sulbile". Questa era una donna che di notte si trasformava e assumeva diversi aspetti, introducendosi nelle case dove erano presenti bambini piccoli, con l'intento di succhiarne il sangue, unica fonte di nutrimento. Questa donna, una volta entrata in azione, si trasformava in una mosca per penetrare inosservata dal buco della serratura della porta. Tra le altre cose, "sa Sulbile" si sarebbe potuta trasformare in un gatto dal pelo nero e infine anche in un vampiro. Si è soliti credere che questi esseri fossero delle creature provenienti dall'inferno e quindi messaggeri di Satana. La Sulbile si trasformava per mezzo di un olio magico che conservava in un luogo sicuro (secondo alcune leggende, dentro una cassa di legno antica). Pronunciando frasi magiche, si introduceva in una determinata casa (anche di giorno), approfittando dell'assenza della madre o del padre del bambino. Trasformatasi in un animale, si avvicinava al bambino, gli succhiava il sangue dalle vene giugulari, che sputava poi nella brace, ne faceva i sanguinacci e li mangiava. Se nel mentre giungevano a casa i genitori del bambino moribondo (perché aveva poco sangue o non ne aveva più) e trovavano l'animale, lo picchiavano violentemente con bastoni e fruste in modo da fargli sputare tutto il sangue, consapevoli che la vita del piccino fosse spacciata. Per prevenire e per evitare che "sa Sulbile" arrivasse per compiere un maleficio, bisognava mettere sotto il cuscino o vicino alla madre, un pezzo di ferro, un paio di forbici o una falce alla quale il malfattore era allergico. Su questa leggenda, abbiamo una storia specifica:
La sulbile punita: Tanto tempo fa, Scano visse un periodo di terribile carestia, dove il cibo scarseggiava la gente moriva di fame. Un padre di famiglia, vedendo che tutte le sue provviste erano terminate, decise di andare a Bosa per comprare del grano per sfamare la sua famiglia. Prese la bisaccia e si avviò a piedi, come allora si usava fare. Si diresse verso la casa di un amico bosano, comprò il grano desiderato e si fermò lì tutto il giorno. Quando si apprestò a rientrare a Scano, l'amico gli propose di fermarsi durante la notte a casa sua, perché un terribile temporale era alle porte. Lo scanese accettò volentieri. Dopo cena si trattenne per una chiacchierata assieme al suo amico ed alla moglie. Parlarono della brutta annata e della condizione di miseria delle famiglie. L'uomo scanese disse tra l'altro che a sua moglie era nato un bambino da poco, forse da una settimana. Conclusa la serata, i tre si coricarono, ma lo scanese non riuscì a prendere sonno. Ad un tratto sentì la porta aprirsi, e tra il lampeggiare dei fulmini scorse una figura femminile. Vide un volto femminile, e si accorse che era la moglie del suo amico. Così la osservò: la donna aveva aperto la cassapanca e, tolta una bottiglietta con dell'olio, se ne aveva unto la fronte dicendo: "Un'ora 'e andare e un'ora a torrare" ("Un'ora per andare e un'ora per tornare"). Ella divenne magicamente invisibile. L'uomo scanese, stupito, capì subito che doveva essere una "Sulbile". In un attimo gli tornò alla mente quanto aveva raccontato in quella chiacchierata, e si ricordò di avergli parlato del bambino nato alla moglie. Intuì che la donna doveva essere andata a Scano a casa sua. Pensò che facendo gli stessi gesti avrebbe potuto ottenere gli stessi risultati. Si avvicinò alla cassapanca, prese l'unguento, lo utilizzò e disse: "Mes'ora a andare e mes'ora a torrare" ("Mezz'ora per andare e mezz'ora per tornare"), accorciando così i tempi per poter essere a casa prima della donna. L'uomo scanese si sentì subito come trasportato dal vento e in un attimo si trovò sopra le case scanesi. In velocità atterrò, entrò in casa sua, prese uno spiedo, si sedette accanto al caminetto e aspettò. Nella casa entrò un grosso gatto nero, che si mise a fare un fossetto tra la cenere. Lo scanese con lo spiedo di ferro lo picchiò selvaggiamente e lo buttò nella strada quasi morto. Tornò quindi rapidamente a Bosa, prese la bisaccia con i rifornimenti e ringraziò l'amico. Lo salutò e gli disse di salutare anche la moglie, chiedendogli come mai non fosse presente; l'amico rispose che era ancora a letto, perché durante la notte era stata molto male ed era quasi morta.
La leggenda delle dame di Marzeddu si inserisce nel contesto delle leggende legate al mondo delle fate, oltre che a quella serie di racconti che da sempre hanno incuriosito generazioni e generazioni di scanesi, molte delle quali riguardanti l'antico insediamento bizantino presente in località "Santa Vittoria", vicino all'omonima chiesa campestre. Si narra che in questo si trovasse un "regno delle fate" (vedi "Il regno delle fate di Santa Vittoria" in "Leggende legate alle fate e agli orchi" e "Sa mina de sa paza", qua sopra), patria di un insediamento che ha generato molta curiosità nella popolazione scanese. Si racconta che "Sas Damas de Marzeddu" ("le dame di Marcello") vivessero in una località nota col nome di "Turre 'e Manigas", attualmente vicina alla chiesa campestre di Santa Vittoria, raggiungibile a piedi o in macchina dal soprastante viale Papa Giovanni XXIII. Le "dame" in questione erano donne benestanti, che conducevano una vita riservata e lontana da qualsiasi contatto con i borghi confinanti. Ad ogni modo, ogni tanto si recavano a Scano, ma riuscire a incontrarle era veramente cosa rara. Proprio questo loro essere sfuggenti e riservate faceva si che tra la popolazione era opinione diffusa che queste donne fossero in realtà delle fate, aventi poteri particolari. Si narra che, proprio per via di queste caratteristiche, una donna scanese molto povera avesse scelto di chiedere a una di queste dame di ricoprire il ruolo di madrine. Attratta da questa particolarità, una donna molto povera del paese, rimasta vedova quando era incinta, pensa allora di chiedere ad una dama di fare da madrina alla figlia appena nata, così da assicurarle una vita migliore della propria. Così, una mattina la donna si reca al villaggio, e bussa alla prima porta che si trova. A riceverla, si trova una bella donna vestita di tutto punto, che immediatamente la invita ad accomodarsi nella propria casa. La povera donna, rotta dall'emozione, non riesce nemmeno a parlare. Solamente quando la dama le chiede il motivo della visita, la donna si fa coraggio ed esprime il suo desiderio, prontamente accolto dalla dama. Subito dopo la fata offre alla donna un'ottima bevanda calda e dei buoni dolci. Prima che la povera donna tornasse a Scano, la dama le ricorda di informarla riguardo la data del Battesimo della figlioletta, per poi salutarla. La donna torna a casa felice, nella convinzione di aver assicurato alla figlia un futuro radioso. Fissato il giorno della cerimonia, la dama viene ovviamente informata. A questo punto, la povera donna si impegna al massimo delle proprie possibilità per accogliere nel migliore dei modi la dama nella sua casa angusta. Nel giorno del Battesimo la dama si presenta vestita in maniera elegantissima con abiti di seta fine, e indossando numerosissimi gioielli. I presenti alla funzione erano stupiti dalla fortuna che avrebbe toccato la bimba, essendo cosa rara che una dama si prestasse a un ruolo del genere. Ma al termine della cerimonia, la dama torna immediatamente nella propria casa, invitando la nuova comare a ricambiarle la visita dopo una settimana. La povera donna, che aveva delle aspettative molto alte riguardo questa dama, rimane stupita del fatto che questa si fosse subito congedata al termine della celebrazione, senza essere ricevuta a casa della donna e senza lasciare alcun dono per la nuova figlioccia. A questo punto, la donna immagina che la figlia riceverà il dono tra una settimana, quando si dovrà recare nuovamente al villaggio delle dame. Ma la donna è impaziente, e non riesce ad aspettare sette giorni per cui, con un falso pretesto, si reca a casa della dama di primo mattino, con lo scopo di ricevere il ricco dono per la figlia. Arrivata all'abitazione in questione, la donna bussa alla porta di casa, e la dama la accoglie invitandole una bevanda calda e dolci appena sfornati. Tuttavia, stavolta la dama appare indifferente e distaccata nei confronti della signore, creando un'atmosfera imbarazzante che spinge la donna a decidere di andarsene. Prima di uscire dalla porta la ferma la dama, che si allontana per consegnarle finalmente il regalo per la figlioccia: un gran mucchio di paglia. La poveretta rimane sbalordita: infatti, si aspettava un dono ricco e sfarzoso, per poi ritrovarsi con una paglia semplicissima (all'apparenza). Tuttavia, la dama l'avverte di non perderne neanche un po' per strada, senza dare particolari motivazioni a riguardo. Allontanatasi dal villaggio, la signora inizia piano piano a liberarsi della paglia ricevuta sino a che, tornata a casa, ne rimangono soltanto alcune pagliuzze. Improvvisamente, mentre scuote il grembiule per pulirsi dalle pagliuzze nota che queste, al contatto col terreno, diventano monete d'oro. Così, resasi conto dell'errore, ripercorre la strada per il villaggio cercando la paglia che aveva gettato, ma di essa non è rimasta alcuna traccia. Presa dalla disperazione, la donna inizia a chiedere ai viandanti se qualcuno avesse trovato delle monete d'oro che le appartengono per terra, ma tutti le rispondono con uno scherno di derisione, immaginando che la povertà avesse dato alla testa alla signora. Tornando a casa, la donna raccoglie qualche filo di paglia ma, quando li getta a casa nel tentativo di tramutarli in monete d'oro, non succede nulla!
Da un punto di vista morale, la donna ha compiuto tre grandissimi errori: non è stata in grado di attendere una settimana prima di recarsi dalla dama; quando l'ha fatto, si è servita di una menzogna; non ha ascoltato i consigli della dama a causa del proprio egoismo.
Come ogni leggenda che si rispetti, anche questa ha un fondo di verità, ovviamente. Non a caso, a "Turre 'e Manigas" sono tutt'oggi visibili testimonianze archeologiche, quali altari rupestri, tombe, resti di muri, ceramiche etc... Tutte cose che ci lasciano immaginare l'esistenza di un insediamento in epoca remota. In particolare, le dame di Marzeddu della leggenda sono in sé l'elemento alla base di tali constatazioni storiche: infatti, molto probabilmente l'odierna chiesa campestre di Santa Vittoria si poggerebbe su un antichissimo monastero bizantino (vedi "Dalla dominazione romana alla cacciata dei Camaldolesi" in "Storia") e, come si sa, i monaci bizantini erano solitamente affiancati da delle donne, il cui ruolo era semplicemente quello di curare gli ambienti comuni etc.. insomma, tutti quei ruoli che la tradizione ascrive alla donna. Lo stesso nome della località, "Turre 'e Manigas" deriverebbe da "Turris Monachae", ovvero "Casa delle Monache", confermando quindi la nostra ipotesi. Data la totale assenza di una documentazione databile al periodo bizantino a Scano, non siamo in grado di ricostruire lo stile di vita del tempo, e né tantomeno confermare con certezza tali supposizioni.
Anche a Scano, così come in tantissimi altri paesi, si sentiva parlare di fate e orchi. Le fate erano delle belle creature, che non si dovevano sposare e che erano sempre pronte ad aiutare chiunque ne avesse bisogno. A differenza di una narrazione più moderna, le fate venivano descritte come facoltose, che svolgevano benissimo tutte le attività quotidiane. Tuttavia, se un essere umano si fosse introdotto all'interno di casa loro e avesse spiato cosa esse facevano durante il giorno, il loro regno spariva improvvisamente. Abitavano in campagna, e quelle poche volte che si recavano in paese indossavano degli abiti sontuosi, oltre che ricchi gioielli. Gli orchi, invece, erano visti come esseri selvaggi e dal pessimo aspetto. Si credeva che questi abitassero nei boschi, e che andassero a caccia di bambini dalla carne tenera, poi cucinata dalla loro moglie, ovvero l'orchessa. A riguardo, conosciamo diversi racconti, qui di sotto riportati (tranne le "Dame di Marzeddu", che hanno un paragrafo apposito qua sotto).
Sa fada manna: Una coppia di sposi viveva nella povertà: il marito era contadino e la moglie filava la lana e la tesseva. Un giorno il marito pensò che in quella condizione era impossibile andare avanti e, convinto che la moglie fosse una donna assai laboriosa, decise di partire in America, e disse alla sposa di filare tantissima lana e poi tesserla in modo che, al suo ritorno, avrebbe potuto commerciarla in altri paesi. Questa, invece, era una grande fannullona e nell'assenza del marito, anziché lavorare, comprava con i risparmi dell'uomo uova, zucchero, farina e altri ingredienti con i quali faceva dei dolci, vivendo in ogni lusso. Un giorno il marito le scrisse dicendole che aveva fatto fortuna e che sarebbe tornato molto presto. La signora ricordò che doveva sbrigare ancora tanto lavoro, e affinché procedesse velocemente salì sul tetto, di modo che il fuso scendesse più in basso, rendendo il filo più lungo. Un giorno passò una fata - "sa fada manna" - che le chiese cosa stesse facendo; la donna le raccontò tutta la storia. La buona fata l'aiutò, fece una magia e il lavoro della fannullona si compì da solo. Il marito giunse a casa e fattasi notte, nel letto ove i due coniugi si erano sdraiati, si sentivano innumerevoli scricchiolii. L'uomo domandò cosa fosse e la moglie disse che erano le sue ossa, stanche da tanta fatica e dal lavoro. Invece, erano causati da nient'altro che le bucce delle uova che aveva usato per fare i dolci, messe poi sotto il materasso. Il marito credette alle bugie della moglie e per tutta la vita non la fece più lavorare.
Pimpirincinu: Pimpirincinu era un ragazzo molto astuto. Un giorno si recò all'orto di un orco per rubare dei fichi. L'orco però riuscì a prenderlo e a rinchiuderlo in una stanza piena di confetti. Pimpirincinu avrebbe dovuto mostrargli il dito attraverso il buco della serratura, ma astutamente mostrava una coda di topo e continuava a mangiare i confetti. Sfortunatamente, il giovane perse la coda e fu costretto a inserire il mignolo dentro la serratura; così l'orco capì che era ingrassato. Allora l'orco decise di preparare il forno con l'intento di cucinarlo. Ma il ragazzo, astutamente, riuscì a farlo cadere nel forno e ad ammazzarlo. Pimpirincinu significa "omettino, piccoletto". Si sono scritte varie storie con questo personaggio - che a seconda della zona cambia nome - ma non differiscono nei contenuti. Questa leggenda mette in evidenza l'astuzia di un bambino e la confronta con l'aspetto grande (anche se stupido) dell'orco.
Il regno delle fate di Santa Vittoria: Un contadino stava arando la terra, sino a quando l'aratro inciampò in una grossa pietra. Egli cercò di spostarla, vedendo che sotto c'era un buco. Il cane del contadino prontamente si infilò dentro; l'uomo, non vedendolo tornare, allargò con la zappa il piccolo foro ed entrò anche lui. Sotto di esso si apriva un lunghissimo tunnel. Nel suo cammino trovò un giardino tutto fiorito, dove abbondavano deliziosi frutti di ogni genere. Una fata, meravigliata del suo arrivo, gli andò incontro e gli disse che non era permesso agli esseri umani di entrare nel regno delle fate. Il contadino, però, insistette, con l'intento di visitare il grande castello e le fate glielo concessero. Quelle che vi abitavano erano delle bellissime creature vestite con abiti meravigliosi e con dei bellissimi capelli ricci. Alcune di loro facevano il pane e pulivano il forno con dei bellissimi fazzoletti in seta ricamati, e quando li toglievano non si bruciavano (dettaglio che si ritrova anche nella leggenda de "Le fate di via Turre", riportata qui sotto). Appena entrato il contadino, uno dei fazzoletti prese fuoco e subito le fate esclamarono: "Inoghe c'at zente de su mundu malu!" ("Qui c'è gente del mondo cattivo!"). Prima di andare via, il contadino prese in dono dalle fate tanti cestini di frutta da portare alla sua famiglia. Le fate gli dissero anche che il mondo sarebbe finito quando da una pietra (che ancora oggi si trova a Santa Vittoria) sarebbero uscite tre mosche grandissime. Il contadino allora le salutò, ma appena uscì dal tunnel, il buco si chiuse e da quel giorno nessuno vide il regno delle fate.
Le fate di via Turre: Si dice che a Scano abitassero tre fate, di cui una sposata con un certo Alberto Loru. La mattina del Giovedì Santo, la fata sposata aveva fatto "sas tipulas" e ne aveva portato alle sue sorelle che abitavano in via Turre. Mise "sas tipulas" sul tavolo e le due fate rimasero a contemplarle incantate, svegliandosi il Sabato Santo, quando le campane suonarono a gloria. Le due fate facevano il pane e pulivano il forno con dei grembiuli di seta senza bruciarsi. Ma un giorno, dopo aver cotto il pane, pulirono come di consueto il forno con i grembiuli di seta, ma tutto ad un tratto questi presero fuoco e le fate esclamarono: "Zente de su mundu falsu mos at bidu!" (letteralmente "Gente del mondo falso ci ha visto!"). Una delle due un giorno andò a trovare la fata sposata e vide che era intenta a fare mucchietti di oro, rame e argento, per nasconderli: infatti, il re aveva visitato Scano per ordinare la consegna di oro, rame e argento. La fata sposata aveva fatto i mucchietti e aveva detto che li avrebbe nascosti in "sa gianna 'e mesu". I discendenti, quando demolirono la loro casa, trovarono una lettera su cui c'era scritto che sarebbe nata una bambina di nome Caterina, che nella sua vita avrebbe avuto poca fortuna.
In tempi passati a Scano non c'erano persone ricche, e tutti andavano a lavorare sin da piccoli. Per questo, quando uno si "arricchiva" di colpo, si pensava all'intervento del diavolo o al ritrovamento di tesori nascosti. Proprio questo tipo di credenza ha generato a Scano una serie di leggende popolari, qui riportate.
Il diabolico tesoro di Santa Barbara: Tra le tante leggende, ne troviamo una che parla di due ragazzi che vivevano da soli in una vecchia casa. Una mattina si svegliarono di soprassalto dopo aver fatto uno strano sogno: una gallina dormiva su una cassa piena d'oro dentro il nuraghe di Santa Barbara. Uno dei due, Giovanni, pensò subito che fosse una tentazione del demonio e non ci volle andare. Il secondo, Pasquale, decise di andarci da solo e si avviò. Pasquale trovò il tesoro e diventò molto ricco. La ricchezza, però, lo cambiò, portandolo ad avere un caratteraccio: urlava continuamente come un matto, e se qualcuno osava solo contraddirlo, poteva anche ricevere delle bastonate come compenso. Cominciò ad apparire in groppa ad un cavallo nero come l'inferno e con gli occhi rossi come la brace. Un giorno però, egli perse il controllo del destriero, e per non farsi disarcionare, si lasciò condurre al volere del cavallo. Questo cominciò a correre all'impazzata verso il nuraghe e quando vi arrivò disarcionò Pasquale, uccidendolo con tre zoccolate al petto. La gente, non riuscendosi a spiegare la sua ricchezza e la causa dell'improvvisa morte, diede la colpa al diavolo, che gli aveva ceduto la ricchezza, pagata successivamente con la vita.
La maledizione del tesoro di Santa Vittoria: Si racconta che una notte apparve ad una donna Santa Vittoria, che le disse: "Vai alla mia chiesa e fai entrare prima tua figlia. Successivamente entrerai tu; dentro vi apparirà un tesoro". La signora andò nella campestre, disubbidendo, precipitandosi dentro la chiesa prima della figlia. Entrate tutte due, la chiesa si allagò facendole morire. La donna non rispettò le parole della Santa. Questo insegna come anche una minima disubbidienza possa provocare disgrazie.
Il tesoro di San Giorgio e il consiglio dei morti: Si dice che a s'Iscala 'e Sa Corte abitasse una signora capace di parlare con i morti, fatto noto in tutto il paese. Così, un gruppo di uomini alla ricerca del tesoro nascosto di San Giorgio si recò a casa della donna, chiedendole un aiuto a riguardo. Questa accettò, a condizione che potesse entrare in contatto con il mondo dei morti, di modo da scoprire quale fosse la data giusta per recarsi a riscuotere del tesoro. Essa risultò essere quella del venerdì seguente. Arrivato il tanto atteso giorno, la donna mise in guarda gli uomini (su consiglio dei morti), ordinandogli di non avere nessuna reazione a qualunque cosa sarebbe uscita apparsa durante il "rito" (se così può esser definito). All'improvviso apparve una capra, che cominciò a camminare, correre e saltare da una parte all'altra; gli uomini rimasero zitti. Successivamente comparve una biscia, che cominciò a strisciare e a leccare le gambe delle persone. Infine comparve un altro animale non precisato, che saltò nelle teste dei componenti del gruppo. A questo punto, uno di loro esclamò: "Mama mia!". Proprio in quell'istante era appena comparso un recipiente d'oro che, all'esclamazione dell'uomo, sparì improvvisamente. La donna, spazientita, li avvisò che sarebbero potuti tornare solamente il venerdì successivo. La volta dopo, la donna decise di interpellare prima i morti. Così entro nella sagrestia della chiesetta posta sulla cima del colle ed entrò in contatto con i defunti. Quando la donna chiese se fossero disposti a far comparire il tesoro, questi acconsentirono, ma le svelarono un orribile segreto: in realtà, quando "su pòsidu" sarebbe comparso, gli uomini l'avrebbero subito uccisa, di modo da non doverlo dividere con lei. La donna decise così di annullare il tentativo, ma sotto pressione dei morti accettò il compenso: tre grandi pezzi d'oro, che nascose sotto la camicia. All'uscita dalla chiesa, senza fornire troppe indicazioni, la donna comunicò agli uomini che neanche in quel giorno i morti sarebbero stati disposti a concedere "su pòsidu" e gli ordinò di non proferire parola a proposito. Il venerdì seguente, gli uomini si ripresentarono a casa sua; la donna gli rivelò come lei sapesse del loro vero piano, invitandoli poi a "cavarsi gli occhi". A distanza di un anno dall'accaduto, la signora aveva la necessità di comprare del nuovo abbigliamento, e siccome a Scano non vi erano (e non vi sono tutt'ora) dei negozi del genere, si recò a Oristano, con l'intento di acquistare la nuova merce con il suo oro. Fortunatamente, trovò un uomo onesto, che le rivelò che, a causa dell'elevatissimo valore dell'oro che teneva in mano, egli non avrebbe potuto in alcun modo fornirle alcun resto. Alla morte della signora, "su pòsidu 'e Santu Giolzi" venne diviso tra figli e nipoti.
Il tesoro di Antine: In casa di un certo ti' Antine (in italiano, "zio Costantino") c'era una soffitta in legno, dove si tenevano tutte le provviste. Una notte, sua moglie salì in soffitta per portare giù un canestro di mele. Aveva una candela a olio (dal momento che allora non c'era la luce elettrica), ma una folata di vento gliela spense e subito sentì una voce: "E così, ti piacciono le mele?". La donna si spaventò a morte, e subito le si presentò una donnina minuta. "Ascolta, io custodisco un tesoro e se farai ciò che ti dirò, sarà tuo: quando ti chiederanno se ti piacciono le mele tu risponderai: "Mi piacciono perché sono le mie". Ti si presenteranno per tre notti visioni terrificanti e tentazioni diaboliche. Tu non temere, tanto è tutta una finzione. Stai zitta e aspetta, sparirà subito". E se ne andò. Venne la notte, la donna salì nuovamente in soffitta per prendere le mele e sentì una voce: "Ti piacciono le mele, eh?" e rispose "Mi piacciono perché sono le mie!". Si aprì il pavimento e salì un paiolo pieno di monete. Quando andò a prenderlo, si presentarono dei malfattori che portavano legato il marito e lo picchiavano. Lei stette zitta e la visione scomparve. La seconda notte salì in soffitta e sentì la voce: "Ti piacciono le mele, eh?" e rispose "Sì, mi piacciono perché sono le mie!". Riapparve nuovamente il paiolo con le monete e subito apparvero dei carabinieri che arrestavano i figli. Nonostante ciò, la donna si fece coraggio e stette zitta come le era stato detto di fare. La terza notte salì di nuovo, e la voce disse: "Ti piacciono le mele, eh?" e rispose "Sì, mi piacciono perché sono le mie!". Lei era decisa a tutto e si fece coraggio, tanto era l'ultima notte. Ecco che si presentò il paiolo pieno di monete, affiancato però da due boia e da suo marito in mezzo. Vicino ad essi stava la forca, pronta per l'impiccagione. Quando vide questa scena non poté resistere e si precipitò a difendere il marito: "Non toccate Antine!", disse urlando. E la visione sparì immediatamente, così come il paiolo con le monete, che finì sotto il pavimento. Il tesoro restò lì e non lo videro mai più.
Sulbile... o forse no?: La notte dello stesso giorno in cui una donna concepì un bambino, sentì nella stanza un rumore strano, e disse fra sé: "Cosa mai sarà stato?". Accese la candela e vide una gallina arrampicata sulla spalliera del letto, nel capezzale. La donna si spaventò, pensando fosse una "sulbile" (vedi nei paragrafi sotto) e chiamò il marito. "Antonio, porta la falce perché questa è una "sulbile" e vuole succhiare il sangue al bambino". La gallina saltellava sul letto, sino a quando ad un tratto spiccò il volo e si arrampicò sul soffitto di tavole. Nello stesso momento sentirono come un tintinnare di monete. Poiché non capivano il significato di questi fatti strani, ma erano curiosi di sapere cosa stesse succedendo, andarono da una donna che aveva il dono di vedere e comunicare con i morti, e le raccontarono tutto. Lei li tranquillizzò dicendo: "Cercherò di capirne qualcosa e vi farò sapere". Il giorno dopo andò a trovarli e sentenziò: "Siete stati poco accorti, avevate trovato il tesoro: vi si era presentato sotto forma di gallina, era proprio un tesoro per questo bambino che vi è nato, ma voi non l'avete capito e adesso è sparito!". Lo cercarono inutilmente per tanto tempo in soffitta, sotto il pavimento, ma non lo trovarono mai.
Il mistero de "su pòsidu" del leccio: Un uomo tornava dal lavoro in campagna in una fredda sera di novembre. Era già buio e camminava a passo svelto, desideroso di tornare a casa. Ad un tratto vide una figura strana. "Che sarà mai? - pensava - cosa può essere? Sarà uno scherzo dei miei sensi? Sarà un fantasma?". Si avvicinò senza farsi vedere e vide che era un uomo in carne ed ossa, con un mantello nero di orbace e una bisaccia sulle spalle. Arrivò sotto un enorme albero di leccio, appoggiò la bisaccia per terra e si mise a scavare una profonda buca. Quindi prese la bisaccia e la svuotò all'interno di quest'ultima, per poi ricoprire la buca con la terra, dicendo queste parole: "Non cederai ciò che ti affido, fino a quando porteranno tre pesci dal mare!". E se ne andò. L'uomo era sempre nascosto e spiava tutto. Quando vide che se n'era andato, si avviò verso casa. Qui cenò e si mise a letto. Ma la notte non riuscì a chiudere occhio pensando a ciò che aveva visto. Si girava e rigirava nel letto. La moglie, preoccupata, gli chiedeva se stesse male. Gli venne la febbre alta e si ammalò gravemente, quasi in punto di morte. Chiamò il figlio, dal momento che non voleva morire senza aver svelato il suo segreto, e gli disse: "Figlio mio, io sto per morire, ma ti lascio un incarico". "Cosa devo fare? ", chiese il figlio. "Dovrai andare al mare e pescherai tre bei pesci, li metterai dentro una bisaccia e ti recherai in campagna. In un certo podere troverai un enorme albero di leccio, e una volta giunto sotto quell'albero, tirerai fuori i pesci dalla bisaccia e dirai a voce alta: "Ho portato i tre pesci dal mare, rendimi ciò che ti è stato affidato". Andò e fece esattamente quello che gli aveva detto il padre. Appena pronunciate le parole misteriose, il terreno si aprì e apparve un mucchio di monete d'oro. Lo mise in gran fretta nella bisaccia e lo portò a casa. Così, diventarono ricchi, il padre guarì e vissero tranquilli e contenti con il tesoro che avevano trovato.
Questo racconto lo possiamo trovare anche in una forma simile, che recita così:
"Su pòsidu" utilizzato per la costruzione della chiesa di Santa Barbara: Un giorno, un agricoltore andò in campagna per osservare i progressi del grano seminato. Legato il cavallo ad un albero, entrò dentro il campo. Mentre girava sentì una voce: "Terra mia, prendi questo vaso di soldi e non darlo a nessuno, finché non ti portano pesce fresco e focacce calde". L'agricoltore sentì tutto senza vedere nessuno. Incuriosito, tornò a casa, prese le focacce e il pesce e si diresse nuovamente al campo. Arrivato al suo terreno disse: "Terra mia, cedimi quel che ti hanno dato e tieni il pesce fresco e le focacce calde". A questo punto la terra si aprì e gli diede i soldi. Ritornato a casa disse tutto alla moglie e dopo un po' di tempo, spesero una parte di quei soldi per finanziare la costruzione della chiesa di Santa Barbara.
Una sfida non superata: Dicevano che nella residenza di "ti' Pedru" ci fosse "unu pòsidu". Come già detto, a guardia di questi tesori vi era il demonio, che difficilmente concedeva agli uomini di impadronirsene. Per ottenerlo era necessario che fossero presenti tutti i parenti fino alla quinta generazione ed un sacerdote. Riunirono tutti i parenti e il prete, che era venuto appositamente da Cuglieri. Ad un certo punto, dal pavimento comparve un paiolo pieno di monete. Il presbitero aveva avvertito: "Ascoltatemi e fate come vi dirò io. Quando chiederò: "Di chi siete figli?" dovrete rispondere: "Del demonio" ". Era presente una donna, che esclamò: "Ih, Gesù, Maria, Giuseppe!". Come ebbe pronunciato queste parole, il paiolo con le monete sprofondò nel pavimento. Il prete adirato disse: "Riportatemi subito a casa, lo sapevo che qualcuno avrebbe combinato dei guai!". Il tesoro era scomparso e non lo videro più, poiché non erano riusciti a superare la prova.
Il folklore scanese è ricco di storie legate alla presunta presenza dei fantasmi nel mondo dei vivi. Le teorie sono davvero molto numerose e attribuiscono ai fantasmi diverse capacità e abilità. Generalmente, si pensava che alla morte l'anima non si allontanasse subito dalla Terra, bensì si riteneva che questa potesse continuare a vivere insieme a noi, per quanto potesse essere invisibile. Tuttavia, in alcune occasioni, queste avrebbero potuto assumere sembianze umane, diventando quindi riconoscibili. Principalmente questa "manifestazione" era legata al fatto di dover chiedere favori ai vivi, ripagare debiti, preannunciare la morte di un familiare, concludere lavori lavori lasciati incompiuti etc... A riguardo, sono note diverse leggende, di qui proposte:
Restituzione di oggetti o denaro dato in prestito: Come già accennato prima, era credenza comune che i fantasmi possano rimanere tra noi anche per via di un debito che non era stato estinto in vita. A tal proposito, si racconta che una donna viveva con il marito e due figlie: Francesca e Speranza. La zia di queste ragazze prima di morire aveva ricevuto un prestito ma, sopraggiunta la morte, non lo poté restituire. Un giorno Speranza andò da sola in campagna per raccogliere le olive e mentre si trovava al lavoro sentì una strana voce che le disse: "T'ind'apo 'attidu su chi m'azzis prestadu" ("Ti ho portato quel che mi avete prestato"). La ragazza si girò meravigliata e vide la zia morta che le veniva incontro. Speranza terrorizzata abbandonò il lavoro e scappò via.
Visite dei morti ai vivi: Si raccontava che le anime dei parenti molto affezionati a noi restassero nelle nostre case o nelle loro. Tuttavia, le anime di coloro che non avevano parenti molto stretti, vagavano per le case, con l'intento di visitare qualcuno in punto di morte o che è già morto: infatti, si dice che "morti cercano morti". Una notte, a mezzanotte in punto, morì d'improvviso un padre di famiglia. In casa non c'erano parenti e amici, ma solo la moglie e una figlia. La figlia venne mandata dalla madre ad avvisare le persone del vicinato ma, quando aprì la porta, si trovò davanti la zia morta che era andata a trovare il parente defunto.
Continuazione del mestiere svolto da vivi: Una delle facoltà che venivano attribuite ai fantasmi era, appunto, quella di continuare il lavoro che veniva svolto da vivi, quasi come un segno di continuità. A tal proposito, un uomo era andato in campagna di mattina presto e, mentre passava in una stradina vicino al vecchio cimitero, incontrò un vecchio uomo con una lampada che emanava una strana luce rossa. Portava sulla spalla un piccone e si dirigeva verso il cimitero, dove aveva iniziato a scavare un fosso. L'uomo che l'aveva incontrato lo seguiva e guardava cosa facesse. L'uomo con la lampada però era morto, e da vivo faceva il mestiere di becchino. Egli si era accorto della presenza dell'estraneo e, giratosi, gli aveva detto: "No mi disturbese, ca so' faghinde una chea!" ("Non mi disturbare, perché sto scavando una fossa!"). L'uomo, molto impaurito, era corso via correndo. L'indomani in paese era morto un uomo e si era pensato che il becchino, la notte, gli stesse preparando la sepoltura.
Processioni di confraternite: Altre persone raccontavano di vedere delle confraternite di morti che uscivano dall'oratorio del Rosario e si recavano a visitare gli oratori di San Nicolò e delle Anime. Si dice che le confraternite uscissero il 14 agosto di ogni anno, e bisognava lasciarle passere indisturbate per le vie del paese perché, ostacolandole, sarebbe potuto succedere qualcosa di molto brutto. I membri che facevano parte della confraternita indossavano delle vesti bianche, portavano in mano delle croci e delle candele accese. Facevano queste processioni per penitenza e quindi per scontare una pena.
Gli spiriti bambini: Chiamati anche "ispiritos folleticos", si diceva che fossero gli spiriti dei bambini morti, che venivano sulla Terra per giocare e divertirsi. Sappiamo che in una casa abitavano tre sorelle. Alcune mattine facevano il pane e quindi si alzavano molto presto, prima che fosse giorno. Quando avevano finito di cuocere il pane, se era ancora molto presto ed anche buio, tornavano a letto. La mattina, appena alzatesi, andavano immediatamente a vedere il pane e lo trovavano tutto tagliato a pezzettini. Altre volte, quando portavano la farina dal mulino, la disponevano in sacchetti e il giorno dopo la ritrovavano in terra a mucchietti. Quando si alzavano dal letto, la mattina, lo rifacevano e, quando andavano a coricarsi trovavano delle impronte come se durante la giornata vi si fosse coricato qualcuno. Se erano sedute in casa al piano superiore si sentivano chiamare da giù, ma quando scendevano non trovavano nessuno. Se invece erano giù, si sentivano delle voci provenienti dal piano superiore, ma non c'era ugualmente nessuno. Naturalmente tutte queste stranezze venivano attribuite alla presenza dei fantasmi, che giravano per la casa senza, però, fare alcun male o danno.
Spiriti dei morti che non vanno disturbati: Quando i fantasmi si palesavano, era sempre meglio non disturbarli, in quanto se l'avessero voluto, sarebbero stati questi a cercare di ottenere l'attenzione dei vivi. Su questa storia, si racconta che una donna, a tarda notte, dopo aver finito di filare la lana, era uscita fuori casa con l'intento di arrostire delle favette. Mentre le stava arrostendo, passò una donna alta e magra vestita di nero. La donna di buon cuore chiese alla passante sconosciuta: "Cudda fé! A nde cherides de fae arrustida?" ("Signora! Vuole delle fave arrostite?"). Questa però non dava ascolto a quelle parole e continuava a camminare velocemente. Dopo tanta insistenza, la passante urlò: "No polto dentilla a mastigare failla!" ("Non ho denti per masticare favette!"). Come aprì la bocca, la donna si rese conto che la sconosciuta fosse morta e con un tizzone ardente la scacciò.
Apparizioni in una grotta: Due comari andavano alla festa di San Costantino, che si festeggiava in una campagna di Sedilo (vedi sopra). Quando erano quasi a metà strada, scoppiò un forte temporale e le due donne, non sapendo cosa fare per ripararsi dalla pioggia, si diressero in una grotta che si trovava in cima ad una collina. Il luogo era molto squallido e buio, e probabilmente era da tantissimo tempo che qualcuno non vi metteva piede. Una comare spaventata disse: "Inoghe, in sos tempos antigos, che funi sos pantamas" ("Qui, nei tempi antichi, c'erano i fantasmi"). Dopo aver pronunciato quelle parole, udirono una voce grossa e orrenda che diceva rispondendo in proposito: "Ancora ci seus, ancora ci seus!" ("Ci siamo ancora, ci siamo ancora!"). Le due donne scapparono via impaurite, lasciando nella grotta anche i viveri che avevano con loro.
La processione dei morti: Un'altra donna che, come tante altre, filava la lana, rimase fino a tarda notte lavorando. Quando era ormai molto tardi e stava per andare a letto, vide una lunghissima processione di persone. Tutte avevano in mano una candela accesa; in ultima fila c'era un uomo che camminava al buio, con il lume spento. Si avvicinò alla donna e le chiese se per favore potesse accendergli la candela. Ella rispose di sì e gentilmente la portò in casa per accenderla. La candela però non si accendeva e quando, alla luce di un altro lume, la vide, si accorse che era un osso di gamba umana. Si spaventò moltissimo e quando uscì per restituirla non vide più nessuno. L'indomani mattina andò in chiesa per chiedere consiglio al sacerdote, il quale le disse di aspettare al prossimo sabato notte fino a tardi e quando il signore sarebbe ripassato di restituirgliela e di dirgli: "Ecco, compare, la commissione che mi avete dato sabato scorso!". Così fece e scoprì che quella era una processione di morti e che l'osso appartenesse alla gamba di quell'uomo, che camminava zoppicando. Da allora non rimase più a lavorare fino a tarda notte, coricandosi presto.
Questo racconto lo possiamo trovare anche in una forma simile, che recita così:
"S'anca mia la poltas tue!": Anni fa, nelle notti d'estate, le donne si sedevano sulla porta di casa o si affacciavano alla finestra a prendere il fresco ("friscurare"). In una calda notte del mese di agosto, una donna si era affacciata alla finestra per godere un po' di brezza. Verso la mezzanotte, incominciò a sentire un rumore come di passi, e vide avvicinarsi una processione. Tutti i partecipanti portavano tra le mani una candela. La donna, spaventata dal fenomeno, fece per chiudere la finestra, ma una donna le si avvicinò e le diede una candela. Chiusa la finestra, guardò con attenzione la candela che aveva in mano, e si rese di avere tra le mani lo stinco di un morto. Ancora tremante si mise a letto. L'indomani mattina andò in chiesa per confessarsi e raccontare al sacerdote l'accaduto. Allora l'uomo le disse: "Stanotte aspetti che la processione passi davanti alla sua finestra e restituisca l'osso alla proprietaria". La notte si appostò alla finestra, quando "finalmente" udì lo scalpiccio dei passi che si avvicinavano. Notò che una zoppicava. Costei, si spostò dalla fila e davanti alla sua finestra gridò: "S'anca mia la poltas tue!" ("La mia gamba ce l'hai tu!"). La donna si spaventò a morte e da allora si guardò bene dall'affacciarsi alla finestra a quell'ora di notte.
Ecco un racconto con il titolo eguale al precedente ma con contenuto differente:
"S'anca mia la poltas tue!": Ad una bambina era morta la madre in tenera età, ed il suo desiderio era incontrarla nuovamente, anche sotto forma di sogno. Una notte la mamma si presentò all'improvviso con l'aspetto di un fantasma. La bambina le chiese: "Oh, mamma, dove sono i tuoi occhi?". "I miei occhi sono sottoterra" rispose la madre; "E il tuo naso, la tua bocca, le tue mani?", continuò la bambina. "Il mio naso, la mia bocca, le mie mani sono sottoterra!", rispose la mamma. "E la tua gamba?" mormorò la fanciulla... "S'anca mia la poltas tue!" ("La mia gamba ce l'hai tu!") e le afferrò la gamba. La bambina ne fu atterrita, si ammalò e rischiò di morire. Questa è una classica storiella che veniva raccontata ai bambini prima di dormire (posso immaginare i sogni...). Il narratore compiva realmente le azioni - in questo caso - svolte dal personaggio "mamma fantasma". Immagino una nonna che urla al piccolo nipotino: "S'anca mia la poltas tue!", afferrandogliela e terrorizzandolo. Mi immedesimo anche nel bambino che "moltu 'e s'assustu" (espressione tipica di questi racconti spaventosi, letteralmente "morto dallo spavento"), si rifugia sotto le coperte del suo letto e, pensando ai peggiori presagi, si addormenta dallo sfinimento.
La Messa di mezzanotte: Un uomo una notte sentì suonare le campane, si alzò e si avviò verso la chiesa. Trovò il prete che si accingeva a celebrare la Messa. Era "nieddu pighidu" e chiese all'uomo potesse andare tutti i venerdì ad assistere alla sua Messa. L'uomo si dichiarò disposto e così tutti i venerdì si recava in chiesa ad assistere alla Messa. Ogni volta che andava vedeva il prete sempre più sereno e più splendente. L'ultimo giorno lo ringraziò tanto e gli disse che avrebbe sempre pregato per lui e che avrebbe fatto fortuna.
Questo racconto lo possiamo trovare anche in due forme simili, che recitano così:
La Messa dei morti: Una mattina una donna sentì le campane suonare e disse al marito: "Suonano le campane... è l'ora della prima Messa". Il marito non aveva sentito nulla e le disse di dormire, perché era ancora troppo presto. Lei lo ignorò, si preparò e uscì per andare a Messa. Per strada non vide nessuno ed era ancora buio pesto. Arrivò nella chiesa parrocchiale, entrò e notò come fosse piena di persone. Prese posto, ma non riusciva a vedere il viso del prete che celebrava. Ad un tratto notò, davanti a lei, una donna alta, vestita di nero che le sembrava di riconoscere, ma non era sicura. Questa le si avvicinò e le disse: "Comare, prima che il prete dica: "Ite missa est", vada via perché chiuderanno la porta!". Lei la guardò in faccia e riconobbe una sua comare di battesimo, morta da diverso tempo. Costei le ripeté: "Comare, andate via, perché chiuderanno la porta!". Allora la donna si alzò spaventata e uscì. La porta si richiuse di schianto dietro di lei, imprigionandole l'orlo della gonna. Dopo tanto riuscì a strapparla e ad andar via. Quando arrivò a casa, vide che era da poco passata la mezzanotte e capì che quella era la messa dei morti. Si mise a letto terrorizzata, ebbe una forte emorragia, si ammalò gravemente e si salvò per miracolo.
"Le ho sentite, ma non ci sono andata!": " È vero che a mezzanotte le campane suonano! Le ho sentite anch'io, una volta, proprio la notte di Ognissanti! Sentii suonare le campane e dissi a mio marito: "Antò, le campane suonano per la messa del mattino. Io vado adesso, potrei non avere tempo per andare più tardi!". "Vai, vai" disse mio marito. Mentre stavo per alzarmi disse: "Ma che fai, ti alzi al buio? Accendi la luce!". Accesi la luce e guardai la sveglia che era di fronte a noi, sul comò. Antonio disse: "Sai che ore sono? È mezzanotte meno un quarto!". Le campаne continuarono a suonare, infine il suono diventò così stridulo da far tremare tutta la casa: "No no - dissi - io non mi muovo da qui!" e tornai a letto ".
Nella memoria folkloristica scanese, grande spazio è dedicato al ruolo che il diavolo assume, a causa delle sue tentazioni, nella vita quotidiana della popolazione. Egli tenta sotto diverse forme e con diversi sotterfugi, di imbrogliare le persone, facendole quasi "sottoscrivere" dei veri e propri patti con lui, che non faranno altro che portare chi accetta verso una via sbagliata e svantaggiosa, che può addirittura portare alla morte (altro elemento tipico del nostro folklore). Ecco qui riportati alcuni dei racconti che ci sono sopraggiunti in materia:
Il diavolo bambino: Un uomo, mentre rientrava da campagna, vide per strada un bambino che piangeva, lo prese, lo mise in groppa al suo cavallo e lo portò a casa sua. Quando arrivarono, il cavallo era molto stanco. L'uomo prese il bambino e lo affidò a sua moglie affinché gli desse da mangiare. Questo bambino, però, non riusciva a stare fermo e si arrampicava persino alla volta. Dal momento in cui era arrivato alla loro casa, non avevano fortuna. Persino una figlia di quest'uomo, in procinto di sposarsi, andata a cavallo per comprare il vestito da sposa, ebbe un incidente e morì. Un giorno la donna fece il fuoco, il bambino lo guardò fisso, si spaventò, si mise ad urlare e sparì nel nulla. In realtà questo era il diavolo sotto forma di bambino.
Questo racconto lo possiamo trovare anche in una forma simile, che recita così:
" In una fredda sera d'inverno, un uomo tornava a cavallo da Cuglieri; si era fatto già buio ed egli aveva fretta di tornare a casa. Ad un tratto sentì il pianto di un bambino, si fermò e vide un bambino sul sentiero, che gli chiese: "Buon uomo, mi porti con te sul cavallo?". Egli rispose: "E tu, così piccolo, cosa fai qui da solo a quest'ora?" e di tutta risposta disse il bambino: "Mi hanno abbandonato e non so dove andare". Allora il magnanimo lo fece salire in groppa e partì. Per strada il cavallo faceva fatica a camminare per il peso e lui pensava: "Ma com'è possibile che un bambino così piccolo sia così pesante, che strano!". Finalmente arrivarono alla meta e proprio sulla porta di casa la moglie dell'uomo gli venne incontro. Alla vista del bambino chiese stupita: "Chi è questo bambino? Dove l'hai trovato?". Lui raccontò quel che era successo: "L'ho trovato per strada, da solo, l'avevano abbandonato e piangeva, così l'ho fatto salire sul cavallo e l'ho portato a casa. Se nessuno lo cerca, ce lo teniamo, noi non abbiamo figli". La moglie era contenta: "Se vuole restare con noi per me va bene". Lo fece entrare, gli diede da mangiare e lo mise a letto. Durante la notte, i due sentirono degli strani rumori, senza capire cosa realmente fossero e da dove provenissero. Accesero la candela e videro il bambino arrampicato sulle travi del tetto, che faceva mille acrobazie e smorfie terrificanti, si trasformava in diversi animali feroci. Guardandolo bene, videro una zampa di gallo e capirono la sua vera natura da essere malefico, da diavolo. Ci vollero tanti preti e tanti esorcismi per mandarlo via da quella casa, e ancora oggi la gente lo ricorda come: "Su cane male 'e Chiccu Idili". "
Le nozze con il diavolo e l'intervento di Sant'Antonio: Una donna e sua figlia vivevano assieme. Un uomo, sapendo di questa ragazza, si presentò per chiederla in sposa. Tuttavia, l'ora in cui si presentò in casa era un po' insolita, dal momento che era buio e le due donne erano già andate a letto. Dato che quella non era l'ora adatta per le visite, ebbero tanta paura e la porta venne aperta solamente la madre. Fatto accomodare in casa l'uomo, che mostrava buone e belle maniere, iniziarono la conversazione. Tuttavia, egli aveva una stranezza: i suoi piedi erano simili a quelli di un gallo. Egli disse che voleva la signorina in sposa, e dal momento che la donna acconsentì, si combinò il matrimonio. Il signore lasciò una bisaccia colma di soldi dicendo che sarebbero serviti per acquistare al più presto il corredo. Prima di andare via, aggiunse però che il matrimonio si sarebbe dovuto celebrare di notte, perché di giorno egli era impegnato con il lavoro. Tutti i preparativi furono fatti in breve tempo, e finalmente giunse la notte del matrimonio. Prima che lo sposo arrivasse alla casa della sposa, si presentò dalle donne un vecchietto, che indossava abiti poveri e miseri, chiedendo di essere ospitato almeno una notte perché fuori faceva tanto freddo. Le donne però, perché dovevano festeggiare, non volevano nessuno in casa. Solo dopo tante insistenze da parte del pover' uomo lo accettarono, a condizione che rimanesse tutta la notte vicino alla porta, senza farsi vedere da nessuno degli invitati. Quest'uomo in realtà era Sant'Antonio, ed era andato in quella casa per difendere le donne dal diavolo che si presentava sotto le vesti di uno sposo. Chiuse bene la porta e vi mise due bastoni a croce: quando il diavolo arrivò a cavallo, accompagnato da altri demoni, vide la croce e scappò via, come allucinato, senza farsi più vedere. Sant'Antonio, prima di lasciare le due donne, spiegò quindi che il demonio voleva portare all'inferno la mamma e la figlia.
Lo studente e il diavolo: Uno studente andava molto male a scuola e veniva sempre bocciato. Un giorno, mentre camminava in campagna, vide una goccia d'acqua che, cadendo da una roccia, scavava un buco per terra. Vedendo questo esclamò: "È possibile che una piccola goccia d'acqua riesca a scavare un buco tanto profondo, e a me non c'è un diavolo che mi faccia entrare in testa la lezione?". Dette queste parole il diavolo si presentò immediatamente, contento che qualcuno cercasse il suo aiuto e, facendo una chiacchierata con il ragazzo, tolse di tasca una pelle nella quale c'erano scritti vari nomi in rosso. Il diavolo disse al ragazzo che era necessario si pungesse il dito con un ago, in modo che con il sangue che ne sarebbe uscito avrebbe potuto firmare su una pelle il suo consenso e accordo. Il diavolo, dal canto suo, si sarebbe impegnato a farlo diventare lo studente più bravo della scuola. Il ragazzo riprese lo studio con interesse e raggiunse ottimi risultati. Ai professori, però, questo sembrava molto strano, e un insegnante chiese al ragazzo cosa fosse successo. Egli raccontò tutto, ma il professore disse che aveva fatto malissimo a firmare quel foglio, perché aveva firmato il suo soggiorno all'inferno. Gli consigliò allora di tornare in campagna e di richiamare il diavolo, dicendo di voler firmare nuovamente. Presentatagli la pelle, egli l'avrebbe dovuta stracciare, facendolo così fuggire. Il ragazzo ubbidì e il demonio sparì.
"Sas lampareddas": Anticamente, a Scano si credeva che nel giorno di Natale uscissero "sas lampareddas", dei lumi che, aiutati dal Diavolo e dalle anime dannate, vagavano per le vie del paese, sostando nelle vie dove, entro l'anno seguente, sarebbero dovute morire quelle persone che non si erano sottoposte al sacramento della Confessione. La morte le avrebbe colte improvvisamente. Il numero di "lampareddas" che vagavano per le vie del paese corrispondeva al numero di persone che sarebbero dovute morire.
La morte come compare: C'era una volta un uomo che aveva tanti figli, ma nessuno voleva battezzare l'ultimo. Un giorno disse alla moglie: "Preparami la bisaccia. Cercherò io un padrino, qualcuno troverò". Una volta preparatosi, si mise in cammino. Per primo incontro Gesù: "Buongiorno!" "Buongiorno - rispose Gesù - Dove vai?". "Noi abbiamo tanti figli - disse - ora ne ho avuto un altro e nessuno gli vuole fare da padrino, perciò vado a cercarne uno che lo voglia battezzare". "Se vuoi - rispose Gesù - posso fare io da padrino... hai preparato tutto?". "No, tu no", rispose l'uomo. "Come vuoi", rispose Gesù. Continuò a camminare e dopo un po' incontro il secondo. "Buongiorno!", "Buongiorno! - rispose l'ignoto - Dove andate?". "Eh...ci è nato un altro figlio e nessuno l'ha voluto battezzare. Sono alla ricerca di qualcuno che me lo battezzi!". "Se vuoi te lo battezzo io!". "Chi siete voi?"; disse l'uomo. "San Pietro!". "San Pietro! Un imbroglione!", disse l'uomo, e se ne andò. Continuando a camminare, ne incontrò un altro. "Buongiorno!", "Buongiorno - disse l'ignoto - Dove andate?". "Eh.... ci è nato un bambino, e poiché nessuno l'ha voluto battezzare io sto cercando un padrino per battezzarlo". "Se vuoi lo battezzo io!". "Chi sei tu?". "La morte!". "Ah! Sì, alla morte lo do volentieri, ecco battezzamelo, ho fiducia in te!", disse l'uomo. Allora lo battezzò la morte. Quando l'ebbe battezzato, disse la morte: "Ascolta, non ho un regalo da darti, non possiedo nulla, piuttosto ti posso procurarare un lavoro!". L'uomo rispose: "Ih! Non ho nulla, non so come fare a mantenere i figli!". "Non importa, io ti manderò a fare il medico". "E come? Io non lo so fare!", disse l'uomo. "Non importa, farai il medico. Tu andrai, e quando ti presenterai, se vedrai me ai piedi del letto, dirai che il malato guarirà e gli darai queste erbe, le farai bollire e gli farai degli impacchi con questo decotto nella parte dolorante, oppure gliene darai da bere. Se mi vedrai ai piedi del letto il malato guarirà, se sarò al capezzale dirai: "Mi avete chiamato troppo tardi, morirà"". L'uomo approvò, e comprò un vestito nuovo con il denaro la morte che gli diede la morte. Intanto un re stava per morire. Presentatosi alla porta, lo fecero entrare. Entrato, vide la morte ai piedi del letto, e chiese di dargli un pentolino nuovo. Oltre a ciò, lo pseudo-medico chiese un po' d'acqua e del fuoco. Andò in cucina, fece bollire l'erba, gliela fece bere, gli fece degli impacchi e disse che il giorno seguente sarebbe stato meglio. Miracolosamente, il giorno dopo il re riuscì a sedersi. Erano andati a visitarlo molti dottori e questo, pur sembrando meno bravo degli altri, era l'unico che fosse riuscito a curare la sua malattia. Per ricompensarlo per le sue cure gli diede una borsa di soldi. Intanto si spargeva ovunque la sua fama e tutti lo cercavano. Il fratello, poiché invidioso, diceva: "Senti senti! Si fa chiamare medico! Non sa neanche perché sta al mondo! Medico! Possibile che un uomo possa fingere così, si fa passare per dottore?!". "Io non ne so niente... - disse la moglie - Facciamogli uno scherzo: mettiti a letto, così lo chiamo e sentiamo cosa ti dice". Si mise a letto, lo chiamò e disse: "Mi hanno detto che sai curare la gente... vieni, perché tuo fratello è molto malato". "È malato? Non ne sapevo nulla!". "Eh... vieni, da due giorni è a letto e sta male", disse la moglie del fratello. "Cos' ha? Mah! Chi lo sa cos'è? Vieni vieni, vogliamo sentire cosa ne pensi tu!". Egli entrò, vide la morte al capezzale e disse: "Troppo tardi mi avete chiamato, se mi aveste chiamato prima l'avrei salvato, ma adesso non c'è rimedio! Noo! No, non c'è rimedio! La sua vita è ormai giunta alla fine, non posso farci nulla, se l'avessi potuto salvare l'avrei fatto con tutto il cuore, ma non posso fare più nulla!". Quando fu andato via incominciarono a ridere. "Hai sentito? Ha detto che sto per morire! Bel dottore!", disse il fratello del medico. Ma il medico non era neppure arrivato a casa che il fratello era già morto. La moglie disse: "Ohi, ohi! Che dolore inconsolabile! Oggi ho fatto un bello scherzo!". Intanto lui diventò ricco. Un giorno disse alla morte: "Portami a vedere la tua casa!". "Vieni vieni, mi farai una visita!". Andò e vide tanti lumi: "Cosa sono questi lumi?", chiese. "Queste sono le anime! Vi sono quelle che hanno una fiammella e appartengono a quelli che devono morire tra breve, quelle che hanno una fiamma più viva appartengono a chi ha un vita più lunga!". "Ma non si può aggiungere un po' di stoppino?", chiese l'uomo. "No, perché ognuna ha un tempo stabilito!", replicò la morte. Egli ne prese una che stava per finire e disse: "Questa sta per spegnersi. Io sono scemo se non aggiungo un po' di stoppino". Tagliò un po' di stoppino da un'altra parte e lo aggiunse alla fiammella che stava per spegnersi. La morte disse: "Cos'hai fatto?". "Questa stava per spegnersi e ho aggiunto un po' di stoppino! ". "Quella era la tua lampada!", disse la morte. "La mia? Allora ho fatto bene, mi sono allungato la vita!", disse l'uomo. "Ma tu devi partire!". "Mah! Adesso ormai è fatta!". "Ma io ho conti da rendere! Questo proprio non lo dovevi fare", disse la morte. Intanto lui ebbe vita più lunga, non morì subito. Sistemò la famiglia come piaceva a lui, si costruì una bella casa, e visse felicemente, avendo la morte per compare.
Il geronticidio de "S'Istrampu 'e 'Alere": Tutti i luoghi, persino la più incantevole delle cascate solitarie, nascondono un lato oscuro. Ebbene, la tradizione sarda è ricca di leggende legate alla morte e agli spiriti, e Scano di certo non fa eccezione. Nella Sardegna medioevale era diffusa la pratica del geronticidio... ma in cosa consiste precisamente questa pratica? Il geronticidio era la pratica di far uccidere gli anziani per mano degli stessi figli al compimento del settantesimo anno d'età, in quanto questi erano considerati un peso gravoso per la società del tempo. Infatti, a causa del duro lavoro dietro alla produzione delle risorse alimentari, il mantenimento di persone non più produttive era visto come inutile agli occhi delle persone. Nel nostro borgo era tradizione portare gli anziani a "S'Istrampu de Alere" (cascata di Alere), per poi gettarli dall'orlo del precipizio, facendoli morire sul colpo. Un'altra versione della storia narra che la meta ove gettassero gli anziani fosse "Sa Rocca 'e Caderina Piredda". In entrambe le leggende, però, si dice che si era soliti compiere una sosta presso "Su Crastu 'e su Malu Pensu" (il masso dei cattivi pensieri), noto anche col nome di "Su Crastu 'e Tia Chicca 'e Monte" (il masso di zia Francesca del Monte (granatico), data la frequente presenza di quest'ultima donna), tutt'ora riconoscibile all'interno del centro abitato. Col passare del tempo, qualcuno effettivamente si è reso conto della disumanità di tale pratica, proprio mentre accompagnava il padre ormai anziano al suo amaro destino. All'arrivo nella località precedentemente citata, l'anziano genitore disse al figlio: "Riposati figlio mio, pensa che anche io, mentre accompagnavo mio padre verso il compimento del suo destino, mi sedetti a riposare proprio in questo punto". Il giovane, sentendo queste parole, fu profondamente colpito, e si rese conto della crudeltà della pratica, soprattutto pensando al fatto che un giorno tale destino sarebbe toccato anche a lui. Così, in lacrime, l'uomo riportò l'anziano presso la propria abitazione, decidendo di mettere fine alla pratica del geronticidio a Scano. Pochi giorni dopo si riunì il consiglio paesano per prendere decisioni importanti, l'uomo venne interpellato, e stupì tutti per la sua saggezza. Alcuni partecipanti, nel tentativo di metterlo in difficoltà. lo sfidarono a portare nella prossima seduta consiliare mille diversi tipi di fiori. L'uomo accettò la sfida e, appena rientrato in casa, ne parlò con il padre, che gli suggerì di portare un'ampolla di miele. Infatti, al suo interno sono presenti sostanze di più di mille fiori. Alla riunione successiva, l'uomo lasciò tutti quanti senza parole, aiutandoli a comprendere come uno stratagemma simile sarebbe potuto essere intuito solamente grazie alla saggezza di una persona anziana. Da qui, in seguito a un confronto, l'uomo confermò la volontà di preservare il genitore, permettendo l'abolizione della pratica del geronticidio e la preservazione della saggezza e conoscenza degli anziani, alla base della ricchezza storico-culturale della quale il nostro paese gode tutt'oggi.
S'Ainu Orriadore: S'Ainu Orriadore (l'asino che raglia), è una figura demoniaca che trae origine da un'antica credenza popolare. Si racconta che quando stava per morire qualcuno, durante la notte fonda nelle vie del paese comparisse "S'Ainu Orriadore", ossia il demonio che voleva impossessarsi dell'anima dello sventurato sul letto di morte. Si presentava sotto forme diverse, assumendo sembianze d'asino, bue o cane bianco con faccia scarna, piedi d'asino o zampe di gallo, oppure quella di un vitello nero con i cuccioli vicini. Quando non riusciva nel suo intento si dileguava verso il cimitero punico dell'oratorio di San Nicolò (nello Scano moderno, la zona corrispondente a "s'uturinu de Santu Nigola"), emettendo "orulos" (ragli e suoni furenti che non somigliavano in realtà a nessun animale) misti a pianto, stridio di catene e campanacci, incutendo così paura e terrore tra la gente. Non tutti però potevano sentire il suo ragliare o l'ululato malvagio o vedere la sua figura. Affinché una persona potesse vederlo, colui che avvertiva per primo la sua presenza avrebbe dovuto toccare il compagno vicino, di modo da permettergli di vedere anch'egli "S'Ainu Orriadore": così, la prima persona non vedeva più nulla, e avveniva uno scambio di ruoli. Si dice che apparisse di notte e arrivasse da Sagama dove aveva la sede, trascinando rumorose catene di ferro. Ovviamente, non tutti però credono a queste cose. Infatti, c'è chi sostiene che gli "oruli" venivano emessi da certi cani o dagli asini, dato che tutti quanti ragliano, e che si avessero queste visioni a causa della troppa paura e della troppa convinzione nell'esistenza di certi esseri. Molte volte i ragazzi, per divertirsi, legavano delle catene da una porta all'altra e, quando gli asini e i cavalli passavano, inciampavano e cadevano facendo dei bruttissimi versi che incutevano paura alla gente, la quale non aveva nemmeno il coraggio di affacciarsi alla finestra per vedere cosa stesse succedendo. Il demonio però si presentava anche nelle vesti di gentiluomini, di persone distinte e persino di bambini indifesi. Si confondeva in mezzo a gruppi di persone e faceva del male a nome di altri in modo tale da causare liti e discordie o provocando danni agli innocenti. Coloro che lo guardavano attentamente scorgevano in lui però delle grandi zampe di gallina, suo segno distintivo. L'unico modo per essere riconosciuto era quello di essere posto davanti a oggetti sacri, oppure quello di fargli sentire preghiere: in tal caso, egli spariva nel nulla. Un altro elemento che incuteva terrore a "S'Ainu Orriadore" era il fuoco: sarebbe bastato che lo vedesse ardere o che ne sentisse il calore, affinché questo svanisse assieme alla fuliggine. Quando questo era annunciatore di morte o cattiva sorte si presentava davanti alla porta della casa destinata per tante volte, fino a quando non avveniva la sventura. Se doveva morire un bambino, il familiare che avvertiva la presenza del demonio vedeva un grande cane con i cagnolini intorno. Se invece doveva morire una persona anziana, si vedeva un vitello oppure un asino vecchio.
La penitenza: Una donna era morta durante il parto e i suoi familiari non si curarono di lavare i panni. Una mattina presto, un uomo andò a portare al pascolo il bestiame, ma mentre passava vicino al cimitero udì un canto così bello, che lo fece avvicinare pur essendo travolto paura. Riconobbe la donna morta durante il parto che nel ruscello lavava e cantava. "Ma perché sei qui?", le chiese. E la donna rispose: "Sono qui perché devo scontare la penitenza, perché i miei familiari non mi hanno lavato i panni ed ora dovrò lavarli io. Anche quando avrò finito di lavarli, dovrò restare qui per sempre".
Una morte banale: Un giorno Dio disse all'angelo: "Va' sulla terra, in casa degli sposi di un certo paese. Festeggiano, vai e portami la sposa". L'angelo si rattristò e disse: "Ma come... poverina, proprio la sposa!". L'angelo scese sulla terra e andò a casa degli sposi e li trovò nel bel mezzo della festa di matrimonio. Erano tutti contenti mentre ballavano e si divertivano, gli sposi erano felici... non ebbe il coraggio di eseguire l'ordine che il Signore gli aveva dato. Ritornò in cielo e disse: "Come posso portarti la sposa, sono così felici! Rovinerei la festa, la sposa è così allegra, sprizza salute da tutti i pori, non avrei potuto trovare alcun motivo per farla morire, nessuna scusa!". "Va' e portami la sposa!" ripeté il Signore. L'angelo ritornò sulla terra e li trovò ancora che festeggiavano, mangiavano e bevevano allegri, senza alcuna preoccupazione al mondo; alcuni cantavano, altri ballavano. La sposa sembrava una mela bianca e rossa, piena di vita, un ritratto perfetto della salute. L'angelo se ne andò ancora una volta. "Come posso fare - disse al Signore - come posso portala da Te, se non c'è alcuna scusa, alcun motivo! Lei è bella, bianca e rossa come una mela!". "Il motivo e il modo dovrai trovarli tu - gli rispose il Signore - va' e non tornare senza la sposa!". L'angelo tornò sulla terra e trovò gli sposi che ballavano. Si guardò intorno e vide un grosso canestro per il pane appeso al muro. L'angelo soffiò leggermente ed il canestro scivolò sulla testa della sposa, che cadde a terra, morta sul colpo. Per una ragione banale la sposa si trovò in un attimo al cospetto di Dio. Ed è per questo che ancora oggi, quando qualcuno muore per cause stupide o banali, si dice "Non arrivi la morte! Perché di cause piccole o grandi se ne trovano sempre".
Monte Paza: Un uomo ricco, in un suo terreno, nella località chiamata "Monte 'e Paza" aveva avuto un ottimo raccolto di grano. Un giorno, mentre separava in due mucchi la paglia dal grano, passo davanti a lui un pover' uomo, che gli chiese se, per favore, gli potesse donare un pugno di quel grano. L'uomo, nonostante il raccolto abbondante, glielo negò e così quel poveretto andò via triste e affamato. L'uomo ricco riprese il lavoro, ma ad un tratto come guardò il grano vide che si era trasformato in paglia impietrita. Ancora oggi possiamo vedere quel mucchio di paglia divenuta pietra: è una montagna che, da quel giorno, ha il nome di "Monte 'e Paza";
Santa Croce: Nella collina di Santa Croce (dove oggi sorge l'omonima campestre), i vecchi scanesi credevano si trovasse un luogo vuoto pieno d'acqua (nota come "Su polcheddu 'e Santa Rughe"), come se la collina fosse cava. Se un giorno si fosse aperto un buco o una fessura, quest'acqua sarebbe fuoriuscita e avrebbe travolto il paese;
Tosio (o Tusio): Salendo verso il colle di Santa Croce e superato l'edificio scolastico, a metà strada nel vecchio sentiero di Tosio, si trova un grosso masso di pietra che gli scanesi chiamano "Su crastu 'e Tosio". Gli scanesi dicono che gli antichi avessero trovato su questo grosso masso una scritta che diceva: "Girami e asa faghere sa foltuna tua!" ("Girami e farai la tua fortuna!") . Moltissime persone con leve ed assi di legno riuscirono a rovesciare questo masso e, rovesciatolo, dall'altra parte trovarono un'altra scritta: "Bene istai e mezul bisto" cioè "Sto bene, grazie, ora sto meglio". Secondo un'altra versione, invece, ci sarebbe stato scritto ''Male istai e peus bisto", cioè "Stavo male e ora sto peggio";
Località "Trimpanos": Secondo la leggenda, il nome di questa località è legato allo strumento de "su trimpanu", uno strumento di guerra usato presso le popolazioni della Sardegna centrale. Consisteva in un congegno fonico, formato da un cilindro di sughero, con una sola base coperta da una pelle magrissima (apparentemente ricavata dalla scuoiatura di un cane morto di inedia), sulla quale scorre una traccia di crine di cavallo. Uno spago ricoperto di pece attraversa la membrana dall'esterno verso l'interno. Questo, se sfregato con l'orbace, produce un rumore stridente, che viene udito maggiormente a una distanza sempre più grande. La sua capacità è quella di far innervosire i cavalli, che disarcionano chiunque li stia cavalcando. Ebbene, basandoci sul racconto della leggenda, questo tipo di strumento sarebbe stato utilizzato dagli scanesi per scacciare i messi feudali, che specialmente nel periodo spagnolo opprimevano i sardi con pesanti tributi;
Sulù: Tra Santa Barbara e Badu Pisanu vi era un paese chiamato Sulù (la zona identificativa è quella attorno all'omonimo nuraghe). Un uomo si era recato per diverso tempo in un altro paese. Al suo ritorno, ha trovato il paese distrutto da un diluvio e ha esclamato: "Sa idda de Sulù es torrada a matta e ru!".
Iscala Rugia: Secondo la tradizione e la storia, i frati Camaldolesi (vedi "Storia") abitavano a Scano nel convento di San Pietro, dove avevano molte ricchezze. Ma un giorno ricevettero dal re l'ordine di partire e di lasciare il convento con tutte le loro ricchezze. I furbi frati chiesero di portare due bastoni ciascuno, per potersi appoggiare durante il loro lungo viaggio, cosa che fu loro concessa. Essi si procurarono delle canne, le vuotarono e ci nascosero all'interno tutte le loro monete. Portarono così via tutti i tesori e abbandonarono il convento, povero e spoglio. Quando arrivarono nelle vicinanze dell'attuale Madonnina, si voltarono verso il paese e lo maledissero dicendo: "Omnia torret in chisina" ("Tutto ritorni in cenere").
Il Simulacro della Vergine restò indenne nell'incendio che distrusse la Chiesa: Il 12 settembre del 1799 un violentissimo incendio distrusse la chiesa parrocchiale che aveva il tetto in travature di legno, così come l'altare dove era sistemata l'effigie della Madonna. In brevissimo tempo il fuoco avvolse tutto il fabbricato. La folla, accorsa precipitosamente, tentò invano di spegnere l'incendio, ma non potè far altro che assistere al triste spettacolo, con la preoccupazione di non poter salvare il Simulacro della Madonna. Il parroco, illeso tra le fiamme, riuscì a mettere in salvo il sacro ciborio, mentre gli altri presero la statua della Madonna e la portarono trionfanti fuori della chiesa. La popolazione, una volta vista salva la statua della loro Regina, si prostrò piangendo ai piedi di Lei, e si sciolse in un canto di ringraziamento e di lode a Dio e di gratitudine alla Madonna di Tutti i Santi. Furono compiuti molti gli sforzi per ricostruire la chiesa. Ogni giorno, terminati il lavori nei campi, tutti si radunavano al suono della campana nel sagrato della chiesa per portare i materiali necessari alla sua ricostruzione. In soli 19 mesi la chiesa fu riedificata. Maria sostenne gli animi, ispirò la generosità di tutti per la difficile impresa. La chiesa fu riaperta solennemente al culto il 24 maggio del 1801;
Una terribile siccità e la provvidenziale pioggia: Agli albori del XIX secolo, in occasione di una grande siccità che affliggeva il paese e desolava le campagne, si era pensato all'estremo rimedio, cioè di rimuovere dalla sua nicchia il simulacro della Vergine, di modo da condurlo in processione fino alla collina di Santa Croce, ove doveva essere recitata dai bambini una preghiera, e gli adulti avrebbero dovuto cantare i "gosos" scritti per l'occasione (il ritornello recita: "O suprema Magestade, Abbandade su rigore; Dadenos s'abba Signore, In qusta necessidade"). Ma già il cielo si era fatto oscuro e dal mare salivano grosse nuvole annunciando tempesta. Lampi e tuoni irrompevano facendosi sempre più fitti, e mentre tutti si disponevano per uscire dalla chiesa, venne giù una tale pioggia che la processione non si fece più;
Il paese di Scano scampa al colera: Nel 1853 si diffuse il colera, che provocò migliaia di vittime e seminò ovunque desolazione e morte. Vecchi, giovani e ragazzi vennero assaliti dal morbo. Ogni paese pianse le sue vittime, su ogni volto si vedevano il dolore e il pianto. Le strade erano squallide e deserte e le campagne abbandonate. Sembra inverosimile, ma nel paese di Scano non ci fu una sola vittima! Gli scanesi non dimenticarono che nella Santissima Vergine di Tutti i Santi potevano trovare un sicuro rifugio. A lei si rivolsero con fiducia nell'ora del pericolo e per sua intercessione il paese fu preservato immune dall'epidemia;
L'invasione delle cavallette: Le campagne del paese in diverse occasioni furono invase dalle cavallette, ma nel 1870 la devastazione fu tale che il ricordo è rimasto nella memoria di tutti. Gli insetti aggredirono i campi di grano, i vigneti, i pascoli, gli orti e i giardini. Volavano oscurando il sole e invasero persino il paese, le vie e le case. Si dice che divorassero quanto di commestibile trovassero. Il popolo, allora, si rivolse fiducioso come sempre alla Vergine di Tutti i Santi. Si fece una solenne processione pregando con devozione e il flagello cessò.
La guarigione istantanea di due ragazze malate: A Bortigali, nella provincia di Nuoro, due ragazze inferme da lungo tempo, avevano ricorso invano ai rimedi della scienza, mentre il male si aggravava sempre più giorno per giorno. Sembrava perduta ogni speranza di salvezza. Pensarono di ricorrere alla Regina di Tutti i Santi, fecero un voto e, piene di fiducia e di speranza, cominciarono a frequentare la novena della Santissima Vergine. Subito, quasi per incanto, il male diminuì la sua intensità, e in brevissimo tempo le due ragazze riacquistarono la salute.
La Peregrinatio Mariae del 1988: Nell'Anno Mariano voluto da Giovanni Paolo II, il parroco Don Pietro Mameli propose di fare una Peregrinatio Mariae, portando di casa in casa il Simulacro della Regina di tutti i Santi. Così per la prima volta nella storia della devozione il Simulacro entrava nelle case dei suoi fedeli. Ci fu come una gara di accoglienza per ospitare la Sacra Immagine. Tutti volevano che la Vergine rimanesse presso le famiglie per un giorno e per una notte intera. In quell'occasione i fedeli si riunivano nella casa ospite per pregare la liturgia delle ore e per lodare la Vergine con gli antichi inni e i "gosos" e per cantare il Rosario in lingua sarda. Nel pomeriggio si celebrò l'Eucaristia e infine, prima che l'Immagine venisse trasferita in un'altra casa, la famiglia si riuniva per pronunciare l'Atto di Consacrazione. Così per un intero anno la silenziosa Pellegrina, visitando le famiglie, aiutò a rinvigorire la fede.
La devozione alla Regina di tutti i Santi giunge in terra di Missione: Attualmente due sole parrocchie in tutto il mondo sono intitolate alla Regina di Tutti i Santi (dal culto sviluppatosi a Scano). Una è quella di Kaniola in Congo, nata nel 1991 e l'altra è quella di Peritorò in Brasile istituita nel 1998. In Congo la devozione vi è stata portata dal saveriano Padre Giovanni Pes e in Brasile da suor Antonietta Delogu. Entrambi i missionari erano nativi di Scano. Anche questo può essere letto come un segno provvidenziale e possiamo andarne fieri se anche i nostri fratelli più lontani possono avere la nostra stessa Regina.
Fonti:
"Scano Montiferro - Ambiente - Storia - Tradizioni" a cura delle Scuole Medie di Scano Montiferro - Anno scolastico 1987-1988;
"Iscanu - Storia di una comunità sarda" di Giacomino Zirottu;
"Isculta... ti naro unu contu" di Vinuccia Marras;
"La Santissima Vergine Regina di Tutti i Santi venerata a Scano Montiferro" di Giovanni (Nanni) Delogu;
"Sas damas de Marzeddu" dal sito della "Pro Loco Scano di Montiferro";
"Pòsidos - Tesori, fiabe e leggende del Montiferru" di Pierpaolo Piludu;
Profilo Facebook di "Antoni Flore Motzo".