Storie di archivi trascinati nel presente da una deviazione del destino, da un acquisto inatteso, da una mano che decide di fermarsi davanti a qualcosa che sembrava perduto per sempre. RANDSTAD1969 appartiene a questa strada, perché è il racconto di una vera e propria riapparizione. Una storia fatta di pellicole dimenticate, immagini rimaste in silenzio per mezzo secolo e improvvisamente tornate a respirare dentro il nostro tempo.
Dal 13 giugno al 4 luglio 2026 il Teatro Porta Portese di Roma ospita la mostra RANDSTAD1969 – 141 RULLINI RIPORTATI ALLA LUCE, all’interno del programma del collettivo “Operai della Luce”, percorso dedicato alla fotografia del Novecento e alla sua capacità di attraversare epoche, territori e immaginari moderni.
L’invito del Teatro Porta Portese a esporre la mostra assume un significato particolare perché lo spazio romano continua a muoversi come un organismo culturale aperto, attraversato da linguaggi differenti che convivono senza gerarchie. Teatro, fotografia, musica, arti visive e ricerca performativa si incontrano dove l’esperienza artistica torna a essere luogo di relazione e di prossimità. Dentro questa traiettoria RANDSTAD1969 trova una sua collocazione naturale.
Il progetto, per chi non lo conosce, nasce nel 2017 quando l’associazione culturale Civico Zero acquista durante un’asta online un pacco anonimo contenente 141 rullini fotografici di diverso formato. Pellicole esposte, accatastate, comunque dimenticate. Nessuna indicazione precisa sull’autore. Nessuna informazione sul percorso che aveva condotto quel materiale fino a quel momento. Soltanto un involucro fragile e un dettaglio destinato a diventare decisivo. I rullini erano avvolti in una copia del quotidiano olandese Randstad datato 31 gennaio 1969.
Da quel foglio di giornale nasce il nome del progetto. Un titolo che finisce per contenere anche una propria geografia. La Randstad Holland è infatti una vasta area urbana dei Paesi Bassi che comprende Amsterdam e numerose altre città distribuite fino al Mare del Nord. Un territorio nel quale l’espansione industriale, i quartieri popolari, i porti e la modernizzazione hanno disegnato nel secondo dopoguerra una delle trasformazioni sociali più importanti dell’Europa contemporanea.
Le pellicole vengono affidate al fotografo e stampatore Franco Glieca che intraprende un lungo e delicato lavoro di recupero. I primi sviluppi restituiscono immediatamente la percezione di trovarsi davanti a qualcosa di raro. Non soltanto per il valore documentario delle immagini, ma per la qualità dello sguardo che le aveva generate.
L’archivio completo comprende circa quattromila negativi. Un corpo visivo vastissimo che attraversa strade, fabbriche, cortili, periferie, canali, porti e frammenti di quotidianità dentro una luce nordica morbida e laterale. Le fotografie sembrano muoversi delicatamente sul confine tra documento e racconto. Dentro ogni immagine si avverte la presenza di una narrazione trattenuta, di qualcosa che continua oltre il margine dello scatto.
Bambine in bicicletta attraversano quartieri silenziosi. Operai lavorano nei cantieri navali. Donne attendono davanti alle vetrine dei negozi. Navi immobili occupano i porti industriali. Persone comuni percorrono strade che oggi appartengono a un’altra epoca urbanistica e sociale. Nulla appare costruito. Nulla cerca l’effetto spettacolare. Eppure ogni fotografia possiede una precisione compositiva che rivela uno sguardo consapevole, professionale.
L’autore di quelle immagini resta ancora sconosciuto. Ed è proprio questa assenza a produrre una parte importante del fascino di RANDSTAD1969. Le fotografie sembrano provenire da qualcuno capace di attraversare gli spazi della vita quotidiana senza mai sovrapporsi completamente ad essi. Uno sguardo laterale, quasi antropologico, che registra il movimento delle città e delle persone con una sensibilità lontana dalla retorica del reportage tradizionale.
Il tempo nelle immagini di RANDSTAD1969 non appare mai congelato. Continua piuttosto a scorrere dentro le fotografie stesse. Ogni scena conserva il senso di qualcosa che sta accadendo e che continua a esistere oltre il momento dello scatto. Per questo l’archivio non produce nostalgia. Produce presenza. Una presenza inquieta, fragile, a tratti persino politica.
Quelle fotografie raccontano infatti un’Europa nel pieno della trasformazione industriale e sociale. Raccontano il lavoro, la crescita urbana, l’espansione economica, la vita collettiva dei quartieri popolari. Raccontano una modernità ancora fisica, attraversata da corpi, mestieri e relazioni dirette con lo spazio urbano. Guardarle oggi significa osservare un continente prima della smaterializzazione contemporanea, prima della velocità digitale, prima della dissoluzione di molti luoghi comunitari.
A un certo punto il progetto decide di spingersi oltre la fotografia. Durante il lavoro sull’archivio emerge infatti una domanda semplice e radicale. Quali storie si nascondono dietro questi volti. Quali vite attraversano questi chiaroscuri. Quale immaginario può nascere da immagini rimaste invisibili per cinquant’anni.
Da questa intuizione prende forma il Concorso Nazionale di Narrativa RANDSTAD1969, nato per mettere in relazione scrittura e fotografia attraverso un esercizio di immaginazione. Le fotografie diventano il punto di partenza per racconti brevi capaci di inventare relazioni e memorie attorno alle immagini recuperate.
Partecipano quarantatré autori provenienti da esperienze differenti. Studenti, operai, impiegati, insegnanti, casalinghe. Persone accomunate dal desiderio di entrare dentro quelle fotografie e di abitarle attraverso le parole.
Il risultato conferma la forza narrativa dell’archivio. Le immagini generano nuove storie, nuovi attraversamenti emotivi, nuove interpretazioni del passato. Il podio del concorso è interamente femminile. Rossana Pavone vince con “I cervi del Parco di Randstad”. Francesca Tilio si classifica seconda con “Dal diario di Marleen dell’11 aprile 1969”. Vilma Buttolo ottiene il terzo posto con “Il campo di girasoli”.
Una menzione speciale viene assegnata agli studenti Michela Guidi e Riccardo Corinaldesi dell’IIS Podesti Calzecchi Onesti di Chiaravalle insieme alle professoresse Eugenia Giorgetti e Margherita Guadagno. Ed è proprio dalla relazione con questa scuola che il progetto continua ad allargarsi.
Negli anni successivi RANDSTAD1969 coinvolge infatti gli studenti in un percorso laboratoriale dedicato alla produzione di contenuti multimediali, materiali editoriali e approfondimenti visivi. Le fotografie recuperate smettono così di appartenere soltanto al passato e diventano materia tangibile per nuove generazioni chiamate a interrogarsi sul rapporto tra immagine, memoria e racconto.
Nel 2020 nasce la mostra fotografica composta da venti immagini selezionate dall’archivio originale. L’esposizione attraversa diversi spazi culturali italiani costruendo una rete di relazioni che continua a espandersi. Dai Fondaci di Palazzo De Amicis ad Alfedena all’ex convento Santa Maria delle Grazie di Bonefro sede dell’Archivio Tina Modotti, dalla Galleria Spazio Immagine di Campobasso agli spazi dell’ex Manifattura Tabacchi di Chiaravalle fino alla Biblioteca Universitaria di Genova e alla Galleria Spazio Mimesis di Roma.
In occasione della mostra genovese il progetto riceve anche il patrocinio dell’Ambasciata e del Consolato Generale dei Paesi Bassi insieme al sostegno del Ministero dei Beni Culturali. Un riconoscimento che conferma il valore storico e culturale di questo lavoro di recupero.
Eppure la dimensione istituzionale non esaurisce il senso di RANDSTAD1969. La forza del progetto resta soprattutto nella sua capacità di produrre connessioni umane attorno alle immagini. Ogni mostra diventa un luogo di incontro tra persone e le loro interpretazioni differenti. Tutte le fotografie continuano a generare domande.
Forse è proprio questo il punto centrale. RANDSTAD1969 non consegna mai risposte definitive. Lavora invece sul potere dell’immaginazione, sulla possibilità di restituire presenza a ciò che sembrava disperso. In un tempo dominato dall’eccesso di fragili istantanee, questo archivio recuperato insegna ancora il valore dell’attesa, della lentezza e dello sguardo.
Le fotografie di RANDSTAD1969 attraversano il presente senza clamore. Restano lì, silenziose e precise, mentre osservano chi le guarda. E dentro quel silenzio continua a muoversi qualcosa che riguarda tutti. Il rapporto fragile tra memoria e tempo. La possibilità che un’immagine sopravviva alla propria epoca. La necessità di custodire le tracce minime della vita collettiva prima che scompaiano definitivamente.
Al Teatro Porta Portese questa storia torna ancora una volta a riemergere dalla luce con queste modalità:
dal 13 giugno al 4 luglio 2026 dalle 10 alle 21
Teatro Porta Portese presso gli spazi espositivi
di Via Portuense 102.
Il vernissage e l’incontro con l’autore si terranno
il 13 giugno dalle ore 17.30.
Ingresso libero.