Oltre il caos: Armonia e Vita nelle Favelas
Il tema della città ideale è stato affrontato durante il corso di tutta la storia umana, subendo nel corso del tempo notevoli cambiamenti formali e funzionali. Questi cambiamenti sono stati dettati non solo dalla soggettività e ideologia dei proponenti, ma sono state influenzate soprattutto dai numerosi cambiamenti culturali e tecnologici, avvenuti soprattutto negli ultimi secoli. Fin dalle antiche civiltà, anche solo con esempi metaforici e utopici, l’idea di una città perfetta è sempre stata considerata. Tra i numerosi esempi si trova il mito della torre di Babele. Al di là del mito in sé, traspare il desiderio di unità e comunicazione tra popoli, che guida ad una convivenza pacifica all’interno di una società e città ideale. Passando ad esempi più concreti e documentati, la griglia Ippodamea è un altro punto di riferimento per la ricerca e attuazione di una città ideale. Questa disposizione ha caratterizzato un elevato numero di città-stato greche. A patire dal V secolo a.C., Ippodamo da Mileto introdusse una griglia ortogonale per l’organizzazione e suddivisione della città in parti distinte. La struttura rifletteva gli aspetti sociali della città con la suddivisione tra artigiani, agricoltori e guerrieri, per poi suddividere funzionalmente le differenti parti della città a seconda della loro utilità in parte sacra, parte pubblica e parte privata. Tale modello ortogonale ispirò molte altre proposte di città nei secoli, diffondendosi largamente nel continente americano e associando questo ordinamento spaziale a ideologie egualitarie e comunitariste.
Un altro esempio degno di nota è la raffigurazione della Città ideale di Urbino. Il tema della città ideale si sviluppò anche nel XV secolo, per rappresentare ciò che in epoca rinascimentale veniva considerato come città ideale. La Città ideale di Urbino è una delle opere più note e fornisce una dettagliata visione di come veniva teorizzata una ipotetica città ideale in epoca rinascimentale. Una scacchiera pavimentaria scandisce, regola e ordina l’intera struttura della città. Nella rappresentazione e collocamento degli edifici vengono valutati i rapporti proporzionali e costruttivi propri del tempo. Un’ampia piazza con al centro un edificio religioso a carattere pubblico, mostra la gerarchia e rapporti funzionali tra gli edifici residenziali. Il residenziale posto a margine dello spazio pubblico al centro di esso si erge l’edificio pubblico più importante: quello religioso.
Le città ideali solitamente partono da una situazione ex novo in modo da materializzare un pensiero o visione astratti. Tuttavia, questa visione si scontra con la realtà urbana effettiva, che spesso si discosta drammaticamente da queste idealizzazioni, approdando a situazioni caratterizzate da degrado sociale e sanitario. Basta pensare alle periferie durante la rivoluzione industriale oppure ad esempi ben più attuali e diffusi su larga scala in tutti i continenti: la formazione o presenza di slum o favelas. Perché quindi non ribaltare il processo di ideazione, partendo da una città “Infernale” e ragionare sul come renderla ideale? le favelas, in particolare, rappresentano uno degli esempi più eclatanti di come la città contemporanea possa fallire nel soddisfare le esigenze dei suoi abitanti.
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Conosciute comunemente come favelas, data l’estrema notorietà delle slum brasiliane, sono dei fenomeni che sono stati e sono tutt’ora presenti ogni continente. Un esempio emblematico, al di fuori del Sud America ed appartenente al continente asiatico, è sicuramente la città murata di Kowloon di Hong Kong. Per decenni questo quartiere è stato il luogo più densamente popolato al mondo fino alla sua demolizione negli anni Novanta. Un agglomerato urbano di edifici costruiti in diverse fasi temporali, che per quasi tutta la sua esistenza è stata governato da triadi locali con alti tassi di prostituzione, gioco d’azzardo e abusi di ogni tipo. Nonostante queste condizioni, all’interno di questa città viveva contemporaneamente vi abitava gente comune che svolgeva le proprie attività di vita quotidiana. Negli anni si è sempre cercato di documentare ed evidenziare tutte le problematiche di questi luoghi. Ma l’abilità dei fotografi e dei registi nel rappresentare e ritrarre questi luoghi, produce delle immagini così affascinanti ed estetiche che si arriva a idealizzare questi luoghi, facendo dimenticare la cruda realtà del posto: un ambiente pregno di morte e invivibile. Esaltando gli aspetti umani di vita quotidiana, si rischia infatti di riprodurre e proporre delle condizioni stereotipate di visioni edulcorate di quelle situazioni riconducendole al “vivere bene anche se in povertà”.
Il lavoro di progettazione svolto, mira a ripercorrere uno degli obiettivi che in passato si era posto il moderno: rendere vivibili delle città insalubri e degradate. Tuttavia, questa rivoluzione non si è mai realizzata pienamente, e tentare di attuarla nelle favelas risulterebbe quasi irrealizzabile, considerati gli esiti non del tutto positivi e incompleti ottenuti in realtà cittadine più piccole e con condizioni notevolmente più favorevoli e migliori rispetto alle favelas. Occorre quindi cambiare ottica e approccio riguardo a questo ambito, focalizzandosi sulla povertà diffusa e cercando di dare ordine e migliorare una dimensione del vivere che presenta anche degli aspetti positivi. Ma senza stravolgere e fare tabula rasa di un modo di vivere e di una densità urbana che sta diventando sempre più radicata che, in alcuni casi, diventa un vero e proprio modello per le città in rapida crescita e in costante sviluppo.
Analizzando gli aspetti positivi e negativi delle favelas emerge una realtà sfaccettata. Questi ambienti così densi offrono una forte coesione sociale tra gli abitanti, dettata dall’estrema vicinanza abitativa che favorisce un senso di solidarietà e supporto reciproco sia negli aspetti quotidiani che in quelli emergenziali. Il forte senso di comunità porta all’auto-organizzazione della società, con reti di supporto e di gestione autonoma di servizi primari come scuole, negozi e sanità. Un altro vantaggio è l’utilizzo efficiente del suolo, massimizzando lo spazio disponibile nelle aree urbane e garantendo la prossimità e il facile accesso a tutti i servizi basilari necessari per la vita quotidiana. Quasi nella totalità dei casi, l’utilizzo efficiente degli spazi è dettato dall’autocostruzione gestita dai singoli, utilizzando materiali poveri e in quantità minima necessaria. Questo forte senso di connessione l’uno all’altro è qualcosa che è poco presente nelle città più comuni e, molto spesso, quando gli abitanti delle favelas lasciano il loro luogo, sentono la mancanza di quello stile di vita. Tuttavia, tutti gli aspetti positivi vengono eclissati dalle problematiche che affliggono questi luoghi: carenza di elettricità e acqua, problemi igienici e sanitari, la mancata illuminazione naturale, problemi di criminalità, sicurezza, inquinamento, carenza di spazi pubblici. Ed è proprio lo spazio pubblico ad essere la prima cosa che viene a mancare in uno sviluppo di super densità. Gli ambienti pubblici sono quasi del tutto assenti all’interno di questo aggregato di spazi eterogenei.
Dal punto di vista progettuale occorre evidenziare come le favelas, e allo stesso modo le città non siano ambienti statici. Esistono logiche e dinamiche all’interno di nuclei abitativi e spazi pubblici dove, nel corso del tempo, tutto risulta essere mutevole. Risulta difficile imporre o progettare stili di vita e questioni che spesso sfuggono di mano anche al più abile dei progettisti. In passato è stato il fattore che ha portato al fallimento numerosi progetti.
Come, e con quale approccio, si potrebbe quindi raggiungere una condizione ideale e vivibile all’interno delle favelas?
Una prima strada valutata e analizzata era quella dell’intransigenza e di un costante rinnovo ciclico, caratterizzati da un approccio autoritario e tecnologico. Questa proponeva l’introduzione di un meccanismo interrato di crescita verticale ciclica per gli edifici, a metà tra una macchina ed un edificio. Lo spazio di costruzione concesso sarebbe stato compreso tra due piattaforme, le quali ogni 30 anni si attiverebbero, elevando il livello massimo di costruzione. Il meccanismo avrebbe svolto il suo processo ciclico in qualsiasi situazione, indipendentemente da ciò che lo circonda. Raggiunto il limite di espansione verticale, la piattaforma superiore si abbasserebbe, schiacciando qualsiasi costruzione rimasta. Una volta abbassato e tornando al livello zero, inizierebbe un nuovo ciclo di costruzione all’interno dello spazio concesso. L'elemento chiave di questa proposta sarebbe stata la completa libertà di costruire senza restrizioni, con l'unico vincolo di costruire entro i propri limiti e aderendo al ciclo di crescita predefinito.
Si potrebbe definire questo approccio come un urbanismo circolare, dove il ciclo di crescita e rigenerazione costituisce il tessuto stesso della città. Tale modello spingerebbe all’innovazione e alla sostenibilità come elementi fondamentali per l'evoluzione urbana. La continua costruzione e demolizione, porterebbe all’uso di sistemi e materiali costruttivi economicamente accessibili, creando edifici smontabili e riutilizzabili. Nulla vieterebbe, al termine dell’espansione verticale di un lotto, di smontare completamente l’edificio prima della sua distruzione e ricostruirlo nuovamente per parti con l’avanzare del tempo e l’ampliamento verticale. Questo approccio sfida l'attuale tendenza alla crescita lineare e incontrollata, proponendo un futuro dove la città si adatta e si rigenera in armonia con il passare del tempo.
Tuttavia, sorgono dubbi sull’effettiva efficacia e sui benefici che vengono professati da questo approccio estremo. Vale veramente la pena? Chi ne giova realmente? E per chi è effettivamente ideale una realtà di questo tipo? Come detto in precedenza, le logiche abitative e sociali hanno sempre deviato dall’effettiva idea originale del progettista data la loro estrema complessità. Una tale imposizione potrebbe essere ideale per pianificatori e governi, permettendo loro di tenere tutto sotto controllo, ma non sarebbe ideale per i cittadini né tantomeno per le favelas stesse, che verrebbero snaturate della loro essenza di autogestione.
Dopotutto, uno degli aspetti positivi delle favelas è la libertà nell’autoregolazione, sia essa spaziale che temporale. Il limite di costruzione spaziale e temporale, dettato da questo crudele meccanismo temporale, effettivamente non serve se consideriamo i materiali da costruzione utilizzati, che pongono essi stessi un limite fisico per le altezze. Occorre un approccio critico che non tratti gli aspetti stilistici e decorativi, che comunque non vengono negati, ma che punti l’attenzione sulla correlazione tra la tipologia e morfologia degli spazi. L’organizzazione e l’inserimento delle funzioni risulta essere un approccio debole, soprattutto per realtà autoregolate come le favelas. Le favelas sono probabilmente ciò che più si avvicina alla concezione di “città come essere vivente”, tema trattato dal movimento metabolista giapponese e da altri architetti successivi. Parallelamente a questa visione si affianca il “Gioco della vita”, un automa cellulare ideato dal matematico inglese John Conway, che dimostra come comportamenti simili alla vita possano emergere da regole semplici e interazioni a molti corpi. Ed è attraverso questo approccio che si è cercato, nell’ambito di questo progetto, di migliorare le condizioni di vita e rendere ideali le favelas. Smontare un meccanismo complesso con poche semplici regole, migliorando e garantendo la permanenza delle minime condizioni per una vita quotidiana sana. L’elemento fondamentale da garantire in questa nuova città deve essere uno: lo spazio pubblico. Questo elemento, quasi del tutto assente nelle favelas attuali, consente di regolare gli spazi, garantire una convivenza sociale e fornendo un migliore accesso a condizioni sanitarie di aria pulita e luce.
La città viene ricondotta ad una griglia organizzativa, dove l’unità di misura della città è dettata dai nuclei abitativi di 9x9 metri. Questa configurazione definisce non solo le dimensioni delle abitazioni, ma anche quelle degli spazi pubblici. Le semplici regole da seguire sono cinque:
- Spazio pubblico adiacente: Ogni nucleo abitativo deve avere uno spazio pubblico a cielo aperto adiacente.
- Passaggio pubblico interno: Ogni nucleo abitativo deve includere un passaggio pubblico utilizzabile per diversi scopi oltre all’accesso agli appartamenti.
- Accesso a luce e aria: Ogni singola abitazione deve avere la possibilità di affacciarsi verso l’esterno in modo da garantire un accesso diretto a luce e aria.
- Altezza dei livelli: I livelli delle abitazioni hanno un’altezza di 4,5 metri, per permettere, se necessario, l’inserimento di un piano interno, creando un ulteriore spazio abitabile contenendo i costi per la sua aggiunta.
- Accesso al livello superiore: Ogni nucleo abitativo deve avere un accesso al suo livello superiore, l’accesso può essere condiviso con più nuclei abitativi.
Queste cinque regole consentono di creare un ambiente densamente popolato ma dotato di spazi pubblici adeguati, di facile gestione e soprattutto con delle condizioni minime di vivibilità. Inserendo gli spazi pubblici, i nuclei abitativi e i passaggi, si ottiene un pattern complesso e organico, che serve come base di sviluppo per la città. I cittadini possono costruire le proprie abitazioni secondo le loro necessità, modificandole all’occorrenza. In questo modo si genera un automatismo del paesaggio delle favelas dettato dagli abitanti stessi. Non vengono individuate aree funzionali specifiche, poiché, come nelle attuali favelas, le funzioni e necessità sono gestite dagli abitanti attraverso meccanismi di autoregolazione propri di queste realtà.
A partire da uno stesso pattern, attraverso l’inserimento di differenti dati e colorazioni, sono stati generati tre trame che evidenziano i tre elementi principali che caratterizzano questo assetto cittadino: l’elevazione, l’organizzazione abitativa e la disposizione degli spazi pubblici.
Le altezze dei nuclei abitativi sono state rappresentate con tre tonalità di blu, che indicano i tre livelli differenti di altezza dei nuclei abitativi. La tonalità più scura corrisponde al livello meno elevato, con tonalità sempre più chiare man mano che si sale in altezza. Nonostante l’orizzontalità della città, data dalla sua grande estensione, su scala minore i nuclei abitativi risultano avere una elevazione significativa, ipotizzata fino ad un massimo di tre livelli. Seguendo la dinamicità dello spazio urbano, anche gli edifici sono destinati a cambiare nel tempo, sia in termini estetici che in termini dimensionali: alcuni edifici possono aumentare di livello con l’aggiungersi di altri abitanti, mentre altri edifici possono subire una riduzione di livello, a causa della diminuzione dei residenti o a causa di una demolizione e successiva ricostruzione per ottenere nuovi servizi che migliorano la qualità di vita.
Il pattern dell’organizzazione abitativa inquadra la disposizione delle singole abitazioni all’interno dei nuclei. Sono state individuate nove diverse tipologie di possibili forme per gli appartamenti, in modo da fornire dei modelli abitativi di partenza a seconda delle necessità degli abitanti. La scelta di avere un’altezza di 4,5 metri è dettata dalla possibilità di consentire l’autogestione dello spazio interno, permettendo di creare due livelli all’interno di un appartamento. Dividendo a metà questa altezza si ottengono infatti due piani da 2,25 metri, che risultano essere ugualmente abitabili, soprattutto in condizioni di elevata densità. La colorazione delle tipologie degli appartamenti rappresenta la loro diffusione nel contesto cittadino. La tipologia meno diffusa presenta una colorazione rosso scura mentre, al progredire della loro frequenza più elevata, le tipologie più utilizzate presentano una colorazione sempre più chiara, fino a raggiungere il giallo.
L’ultimo pattern riguarda gli spazi pubblici. Utilizzando il verde scuro sono stati identificati gli spazi pubblici a cielo aperto, che sono quelli più utilizzati. Con la tonalità di verde più chiara sono stati rappresentati i passaggi coperti pubblici. Questa tessitura permette di individuare e delineare la formazione di diversi spazi pubblici e funzioni. Si originano corti pubbliche circondate da abitazioni, viali e boulevard, cul-de-sac e piazze che posso diventare dei parchi. Per quanto riguarda i passaggi coperti interni ai nuclei abitativi, la morfologia della città crea e genera funzioni alternative al semplice accesso agli appartamenti: alcuni passaggi diventano dei collegamenti principali per unire due spazi pubblici distinti, altri diventano vicoli o strade interne, altri dei veri e propri viali coperti o addirittura piazze, che potrebbero ospitare mercati, negozi o attività pubbliche.
Al pari delle favelas, costruite con materiali comuni e alla portata di tutti, l’analisi dei pattern cittadini è stata condotta utilizzando programmi comunemente diffusi e facilmente reperibili, in questo caso è stato utilizzato il programma “Photoshop”. Con questo programma, le tre diverse matrici sono state caricate come immagini e, tramite le differenti colorazioni degli elementi, è stato possibile analizzare i tre aspetti precedentemente descritti: l’elevazione, la diffusione delle tipologie abitative e la densità e frequenza degli spazi pubblici.
Utilizzando semplici processi di automazione nativi del programma, le matrici inserite sono state elaborate, calcolate e trasformate in una mappa di profondità. Questo processo ha generato e restituito graficamente un modello tridimensionale, estrudendo le altezze in base alla loro colorazione. La rappresentazione ottenuta permette di analizzare degli che non parlano solo della loro estetica, ma esprimono soprattutto le differenti correlazioni tipologiche e morfologiche tra i vari componenti urbani, tra lo spazio vuoto e pieno, tra il pubblico e il privato.
Il modello tridimensionale ottenuto può essere esportato in formato .stl, un tipo di file che consente la sua riproduzione fisica tramite le stampanti 3D, anche esse sempre più accessibili e diffuse.
Questo processo dimostra come programmi di uso comune, possano essere utilizzati per scopi avanzati. Anche se non sono stati progettati appositamente per essere utilizzati in ambiti di analisi e modellazione tridimensionale. Sebbene le attuali tecnologie di intelligenza artificiale più diffuse e conosciute permettono la creazione di immagini, non sono ancora in grado di generare autonomamente dei veri e propri modelli tridimensionali, mentre un programma di comune uso se adoperato in maniera adeguata permette di compiere addirittura delle analisi urbane su larga scala.