Genere: Thriller/Mistero
Anno: 2013
Durata: 1h 35min
Voto personale: 5
Trama
Un professore, dalle buone maniere e in crisi dopo il divorzio, scopre l'esistenza di un proprio sosia fra le comparse di un film e inizia ad indagare a fondo su tale misterioso fenomeno.
Commento
Il film in sé non mi è piaciuto e sinceramente non l'ho nemmeno capito. Questo non necessariamente significa che il regista non abbia spiegato bene il messaggio.. però cercando su internet ho notato che quello della comprensione non è stato un problema che ho riscontrato solo io. Detto ciò nella sezione spoiler metto un articolo che lo spiega così se siete "stupidi come me" potete cercare risposte qui sotto. Detto questo.. il film è geniale (forse troppo) e Jake Gyllenhaal fa un ottima interpretazione. Lo consiglio sapendo che però in pochi lo possono apprezzare. Se vi chiedete come mai ho messo 5 come voto se poi lo consiglio la risposta è la seguente: il voto si basa su quanto trovo bella la storia o il film e di primo impatto per me questo era strano, noioso e incomprensibile. L'idea che c'è dietro però è molto interessante e se una persona lo riguarda più di una volta (conoscendo quello che il regista vuole comunicare) allora lo troverà veramente geniale.
(l'insufficienza è dovuta anche al fatto che un film deve comunque essere chiaro quindi se una persona non lo capisce il regista doveva dare più strumenti per la comprensione)
Un inquieto ed insignificante insegnante di storia si imbatte nel suo doppio, notato casualmente nel ruolo di comparsa in un film. Dopo essersi incontrati, le vite di entrambi si avviano verso un tortuoso e terrificante incubo. Ciò che avviene per il resto del film è abbastanza enigmatico e di non facile interpretazione. Come se non bastasse, l’ultima scena arriva come un fulmine a ciel sereno: definito come “the scariest ending of any movie ever made”, il finale è di certo uno dei più grandi shock cinematografici di sempre. Non parlo del classico colpo di scena in cui, con una spiegazione sorprendente, si risolve il mistero. Tutt’altro. La situazione si complica ulteriormente, lasciando il pubblico in balia di uno dei più criptici ed inquietanti enigmi di sempre.
Non si tratta di un giallo, piuttosto di un thriller psicologico: non ci sono assassini o omicidi, qui il mistero è tutto mentale.
Prima di tornare al finale, è indispensabile parlare del rapporto tra i due protagonisti: quello che è sicuro (gli indizi seminati sono parecchi) è che si tratti seriamente della stessa persona. Uno dei due è la proiezione mentale dell’altro, ma quale e in quale momento non è facile da capire (sono sempre totalmente identici). Lo sdoppiamento psicotico da cui è affetto il personaggio di Adam/Anthony è un prodotto naturale della sua indole repressa. Gran parte delle scene del film avvengono in realtà nel subconscio del protagonista: gli sporadici confronti tra Adam e Anthony sono da interpretare come “guerre” tra le due fazioni in cui è divisa la sua personalità (eco freudiana della teoria dell’Io, Super-Io ed Es). L’intera pellicola può essere vista come la battaglia mentale di un individuo in lotta con il suo “lato oscuro”, al fine di responsabilizzarsi verso gli obblighi sociali che gli spettano (la fedeltà alla moglie e i doveri di futuro padre). Non è una grande rivelazione, piuttosto il frutto del minimo sforzo intellettivo che viene richiesto al pubblico.
Tornando al finale, l’ultima scena conferma l’importanza simbolica del “ragno”, elemento ricorrente in tutto il film: lo vediamo uscire dal piatto d’argento nella sequenza iniziale, la donna nuda con la testa da ragno nell’incubo del protagonista Adam, il mastodontico aracnide che sovrasta la città, i cavi elettrici del tram e il vetro della macchina dopo l’incidente paragonati a ragnatele. E la tarantola alla fine.
Una interpretazione (con cui mi trovo in sintonia perché decisamente più plausibile) è quella allegorica: la presenza dei ragni è la metafora del totalitarismo a cui è soggetto l’individuo moderno, intrappolato in una ragnatela inconscia di ossessioni e frustrazioni. Non abbiamo aracnidi reali, bensì simboli psicanalitici desunti dagli incubi/visioni di Adam. Sia quest’ultimo che Anthony, il suo doppio, vivono un’esistenza frustata, soggetti ad un eccessivo controllo di loro stessi che li porta a voler evadere dalla routine: Adam sogna di fare l’attore (attenzione a questo particolare e alla scena con la Rossellini) perché lo annoia la vita da insegnante, Anthony persegue l’adulterio perché si sente oppresso dal matrimonio e terrorizzato dall’idea di avere una famiglia. I ruoli generalmente imposti dalla società in cui i due protagonisti sono confinati (marito, padre, lavoratore statale), vengono avvertiti come una sorta di violenza operata nei confronti di loro stessi.
A questo punto viene lecito chiedersi: se i ragni esprimono l’idea della tirannia del subconscio, chi è il vero tiranno? Chi manovra i fili? Chi tesse la ragnatela? La risposta è una sola: le donne.
Ecco cosa rappresentano davvero i ragni. Il protagonista teme la figura femminile, non riesce a stabilire con lei un rapporto intimo che sia fedele o duraturo e punisce se stesso per questo (ecco spiegato il titolo “Enemy”, siamo noi i veri nemici di noi stessi). La donna intrappola il protagonista nella ragnatela del matrimonio, della fedeltà, della paternità ma il personaggio di Adam/Anthony non è in grado di sostenere la responsabilità di tali obblighi. Dopo l’apparente riconciliazione finale, Adam trova la chiave che apre la porta del sex club (luogo di tentazione per eccellenza) in cui Anthony era stato all’inizio, manifestando il desiderio di volerci tornare lasciando di nuovo la moglie sola a casa. La donna non risponde, Adam entra nella stanza di lei e…beh lo vedrete da voi! Ciò non solo da conferma alla suddetta interpretazione della figura del ragno, ma spiega anche un’affermazione di Adam durante la lezione di storia: i totalitarismi sono un circolo che si ripete di continuo. Trovando la chiave, Adam ricade nel baratro della tentazione da cui credeva di essersi salvato sconfiggendo il suo “lato oscuro”.
Al di la di tutta la cervellotica spiegazione, resta indiscutibile il fascino inquietante che il talentuoso Villeneuve conferisce al film, senza dubbio uno degli enigmi cinematografici più coinvolgenti e ben riusciti di sempre. Per quanto riguarda il senso ultimo della pellicola, è lo stesso Villeneuve a dire che un significato, infondo, c’è eccome: l’importante è seguire gli indizi. D’altronde lo riporta anche la dicitura iniziale: “Chaos is order yet undeciphered” (il caos è l’ordine non ancora decifrato). L’apparente disordine logico che il film sembra lasciare nella mente del pubblico, ingloba in realtà tutte le risposte necessarie alla soluzione dell’enigma. Se una sola visione non dovesse bastare, credo proprio che rivedere Enemy sarà senza dubbio un grande piacere. Uno dei migliori thriller psicologici degli ultimi anni.
"articolo preso da mikeplato"