Draghi del Nord Libro 1 Capitolo 3

COMPAGNI DI CELLA

Quando Antea si risvegliò, le doleva terribilmente il capo.

Giaceva su un freddo pavimento di pietra ricoperto da un sottile strato di muschi. Le pareti sembravano solide ma prive di finestre o spiragli. Una di esse però, invece di essere di pietra, era fatta di sbarre di ferro molto spesse. Al di là di queste ultime, due torce illuminavano l'ambiente.

Si trovava in una prigione! Istintivamente portò la mano al collo, lì dove era solita tenere il suo talismano sacro, simbolo della devozione a Korotiku, il Ragno Immortale. Con sommo disappunto scoprì che le era stato portato via.

Iniziò quindi a guardarsi attorno. Vicino a lei c'erano altri due individui.

Il primo era in piedi di fronte alle sbarre e, pur non presentando tratti Sinniani, le ricordava un mistico che aveva visto tempo prima. Solo che il suo compagno di prigionia era un ragazzo, non un anziano saggio.

L'altro era riverso a terra e sembrava un'elfa. Indossava abiti di un colore indefinito, logori come di chi ha compiuto un lungo viaggio.

Non appena il giovane mistico si accorse che era rinvenuta le si avvicinò, congiunse le mani e le fece un piccolo inchino.

«Ben svegliata. Il mio nome è Jaco Barabba Nexos, apprendista dei monaci Jashpurdhana ».

Detto ciò le allungò la mano aiutando la ragazza ad alzarsi, quindi proseguì: «Come ti chiami?».

«Antea», rispose la ragazza, «Antea Banakdottir. Vuol dire “Figlia di Banak” nella lingua di mio padre.».

«È un piacere conoscerti, Antea» rispose Jaco.

La ragazza si appoggiò alla parete e cercò di riordinare le idee. Il colpo alla testa era stato evidentemente più forte del previsto... Qual era l'ultima cosa che ricordava? Era in una locanda... Una locanda di Kelvin.

***

Appena giunta in città, Antea decise che avrebbe preso una stanza in una locanda in attesa di trovare un impiego. Come tutte le chieriche di Korotiku, dopo la sua iniziazione aveva abbandonato il suo villaggio natale, Luln, per fare esperienza nel mondo. Uno dei precetti del Ragno Immortale era infatti “Girerai il mondo e, nel farlo, aumenterai la tua conoscenza”.

La locanda che aveva trovato, Il boccale pieno, sembrava abbastanza tranquilla e, per le sue finanze, la più pulita che potesse permettersi.

Dopo essersi fatta un bagno rilassante, lasciò l'armatura ed il martello da guerra in camera e scese nella sala comune della locanda dove ordinò un piatto di stufato.

Essendo nata e cresciuta in un piccolo villaggio non aveva idea dell'enorme varietà di razze che potevano trovarsi in una cittadina. Il suo sguardo inquieto perciò passava in rassegna rapido tutti coloro che le sedevano accanto: da due nani mercanti che discutevano animatamente ad una coppia che si guardava con aria innamorata,ed ancora ad un vecchio completamente ubriaco riverso sul tavolo.

Mentre stava cenando le si avvicinò uno gnomo, palesemente ubriaco, che iniziò ad intonare una canzonetta oscena, che offendeva gli Immortali canzonandoli in rigoroso ordine alfabetico.

«Vi prego di smetterla», disse la chierica.

«Perché?», replicò lo gnomo ubriaco, «Non ti piace? A me sì!» e continuò.

La cosa irritò fortemente Antea, che scattò in piedi e disse «Se non ti rimangi quelle parole blasfeme, te le farò ingoiare io!»

«Oh, la ragazzina mi minaccia? Che paura, che paura!» disse l'altro.

Era troppo. Con un gesto fulmineo Antea spezzò la gamba di un tavolo, per usarla come una mazza improvvisata, sotto lo sguardo stupito dei presenti. Anche se era nata nel granducato, la chierica aveva ereditato dal padre il temperamento impulsivo tipico dei vichinghi di Vestland e dalla madre, chierica anch'essa, un odio profondo verso i bestemmiatori. Quando era una bambina, la piccola Antea aveva picchiato tre maschietti più grandi perché avevano detto che Korotiku puzzava.

La chierica si avvicinò con fare minaccioso verso lo gnomo, quando un'elfa le si parò dinnanzi pregandola di posare “l'arma”.

Il primo colpo con la mazza improvvisata colpì l'elfa al volto facendola cadere a terra. Questo, ovviamente, scatenò una rissa: uno dei due nani tirò un pugno all'altro, i due innamorati si dileguarono e l'oste iniziò a disperarsi mentre bottiglie, sedie e piatti carichi dell'ottimo stufato del locandiere iniziavano a volare.

Mentre inseguiva il piccolo gnomo che cercava di dileguarsi passando tra le gambe dei litiganti, Antea alzò istintivamente lo sguardo verso l'alto. Vide un uomo, vestito con una tunica bianca, appeso al lampadario della sala comune. Improvvisamente, il lampadario si staccò e l'uomo le rovinò addosso...

***

Floue aprì gli occhi. La sua acutissima vista da elfa le permetteva di vedere anche al buio e perciò non impiegò molto ad accorgersi che era in una squallida prigione umana, in compagnia di due figure non identificate: l'uomo stava aiutando la donna ad alzarsi. L'elfa, diffidente, decise di fingere di essere ancora svenuta per poter valutare meglio la situazione.

***

Se l'avesse vista suo padre... Era passata solo una dozzina di giorni da quando aveva lasciato la sua famiglia a Dorneryll, per recarsi nelle terre degli uomini. Fin da giovane Floue non aveva avuto molte libertà: vivendo vicino alle Emerlas, la zona più settentrionale e selvaggia di Alfheim, le era sempre stato negato il permesso di lasciare la casa paterna e la piccola pianura circostante, se non durante la mensile visita alla casa dello zio o il viaggio con i suoi genitori ad Alfheim Town, dove aveva visto per la prima volta degli umani. Umani... Così vari... Così colorati nelle loro vesti...

Raggiunta la maggiore età aveva affrontato suo padre, il buon Ardil del clan Freccia Rossa, comunicandogli che aveva deciso di visitare le terre degli uomini. Il padre, nonostante fosse rimasto profondamente turbato dal desiderio espresso dalla figlia, l'aveva lasciata partire.

Inizialmente la giovane elfa desiderava visitare la Repubblica di Darokin, ma poi aveva pensato che vedere il mare sarebbe stata un'esperienza unica: si diresse quindi a sud, verso Forte Destino. Lungo la strada aveva però nuovamente cambiato idea pensando che sarebbe stato molto più stimolante visitare una grande città come... come Kelvin.

Così la giovane era entrata a Kelvin ed aveva cercato una locanda, scegliendo Il boccale pieno.

Appena varcata la soglia aveva visto una donna dar prova di forza staccando la gamba di un tavolo e cercando di usarla come mazza per colpire un povero gnomo.

Floue si era immediatamente frapposta fra i due ma il suo tentativo di instaurare un dialogo costruttivo si era bruscamente interrotto nel momento in cui la giovane l'aveva colpita in pieno volto con l'improvvisato randello, facendole perdere i sensi.

***

L'elfa ascoltò i due giovani presentarsi, prima di alzarsi a sua volta. Fu in quel momento che riconobbe in Antea la pazza che l'aveva colpita e solo l'intervento di Jaco riuscì ad evitare che la situazione degenerasse.

«Cerchiamo di calmarci, non serve a nulla picchiarsi!», disse Jaco, «Cerchiamo piuttosto di capire perché siamo qui.»

«Mi chiamo Floue», si presentò l'elfa, in un Thyatiano perfetto con solo un leggero accento elfico, «e vengo da Alfheim».

A loro volta, la chierica ed il mistico si presentarono all'elfa. Antea si affrettò poi a spiegarle i reali motivi per cui era scoppiata la rissa e si scusò per averla colpita, dopodiché i tre iniziarono ad esaminare la spinosa situazione in cui si trovavano e a discutere su come uscire dalla cella.

Improvvisamente udirono cigolare una porta nel corridoio. Poco dopo comparve un umanoide dalla pelle color giallo marcio che stava rozzamente costringendo ad avanzare un uomo in evidente sovrappeso, le cui mani erano legate dietro la schiena da una corda.

«Indietro», ruggì l'umanoide avvicinandosi all'ingresso dell'angusta prigione e mostrando minaccioso una frusta, «state indietro!».

I tre indietreggiarono mentre l'hobgoblin si accingeva ad aprire la cella e gettarvi all'interno il nuovo prigioniero. Serrò la porta e se ne andò.

Il nuovo arrivato si mise seduto, guardò i tre compagni e disse: «Mi chiamo Axel, vi spiacerebbe slegarmi le mani?».

Floue si affrettò a slegare le mani al nuovo arrivato che, non appena libero, fece un piccolo cenno di ringraziamento accarezzandosi i polsi doloranti.

«Non sembrate molto forti, e neppure molto furbi», disse Axel alzandosi in piedi, «quindi sarò io il capo di questa cella!».

Prima ancora che i tre potessero reagire, o almeno esprimere la propria opinione, Axel estrasse dalla tasca una serie di dadi. Ne prese uno a venti facce e lanciò gli altri ai suoi compagni di cella.

«Voi avrete sicuramente molte domande da farmi... Ma io mi sto annoiando. Perciò giochiamo. Ogni volta che otterrò un numero più alto di voi, ognuno mi dovrà un Reale, altrimenti risponderò ad una vostra domanda.».

Jaco sbuffò notando che Axel aveva preso per sé il dado migliore; ne prese quindi uno a dodici facce e lanciò a Floue quello a dieci ed ad Antea quello da otto.

I primi tiri si risolsero in una serie di vittorie del “nuovo capo della cella” fino a quando Jaco non riuscì ad ottenere un dodici contro un undici di Axel.

«Fai pure la tua domanda» disse l'uomo.

«Come usciamo da qui?»

«Fantastico!», sbuffò Axel, «Lui ha una sola domanda da farmi e mi chiede questo! È facile: sfondiamo la porta, massacriamo le guardie, raggiungiamo l'uscita e siamo fuori!» concluse con un tono ironico.

Jaco balzò in piedi e tutto sembrava dover sfociare in una rissa, quando dalla porta nel corridoio rientrò l'hobgoblin lanciando delle pagnotte attraverso le sbarre.

«Buon appetito, vedete di farvele bastare, per molto tempo» disse sogghignando prima di andarsene.

Antea non fece tempo a prendere una pagnotta che subito Axel gliela sfilò di mano: aveva già raccolto tutte le altre e sembrava intenzionato a non darne nessuna.

«Io sono il capo della cella ed io mangio per primo. Se avanzo qualcosa la do a voi» urlò.

Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Con una breve rincorsa, Jaco spiccò un balzo e, roteando in aria, scavalcò Axel rubandogli due pagnotte.

«Piccola scimmia impertinente! Come osi?» urlò l'uomo, preparandosi alla lotta. Ci fu solo un attimo di tensione. Poi Axel si calmò ed un mezzo sorriso gli apparve sul volto.

«Jeri, Jeri!», iniziò ad urlare, «vieni qui hobgoblin ributtante! È inutile che ci lasci a marcire qui dentro, tanto moriremo comunque nelle miniere di sale!».

L'hobgoblin rientrò nel corridoio e, guardando Axel con un sorriso malvagio, disse «Come desideri. Se sei così curioso di vedere le miniere di sale, ti porterò non appena mi sarò procurato le catene!», ed uscì dalla stanza ridacchiando.

«Ormai è fatta!», disse Axel, «se non escogitiamo qualcosa, moriremo tutti nelle miniere di sale. La tua agilità ci sarà utile, uomo scimmia.» aggiunse poi rivolto a Jaco.

«Grazie mille, Axel, davvero. Mi piacerebbe avere qualcosa di molto pesante per spaccarti la testa!» urlò Antea.

«Insultarci a vicenda non serve», intervenne Floue, «piuttosto pensiamo ad un piano d'azione».

«Io propongo di attaccare Jeri ed i suoi aiutanti mentre legano uno di noi» propose Jaco.

«Buona idea, ragazzo scimmia» disse Axel battendogli una pacca sulla spalla. «È la prima cosa sensata che ti sento dire».

Poco dopo Jeri tornò con tre goblin come aiutanti, aprì la porta ed intimò ai prigionieri di stare fermi mentre iniziava a mettere le catene alla povera Floue.

Fu un attimo. Con un rapido salto mortale, Jaco si portò alle spalle di un goblin e lo colpì con un pugno in pieno volto.

Jeri si voltò di scatto, giusto in tempo per vedere il poderoso pugno di Axel raggiungerlo spezzandogli il collo all'indietro e ponendo così fine alla vita dell'odiato carceriere.

Antea si trovava in notevole difficoltà contro i due goblin rimasti ma Jaco e Floue, accorsi in suo aiuto, la tolsero da ogni impaccio.

«Bel lavoro», disse Axel, «ora fuggiamo, presto!».

I quattro sfondarono la pesante porta che dava accesso al corridoio delle celle, travolgendo due guardie disarmate che si trovavano nella stanza successiva; una di loro però riuscì ad urlare: «Scappano! Stai attento, Javal!» prima di essere tramortita dai pugni di Axel e di Jaco.

Il gruppo in fuga attraversò quindi numerose stanze, che, alla flebile luce delle torce, sembravano tutte uguali, fino a giungere nell'armeria della prigione!

«Molto bene. Prendi un'armatura, uomo scimmia, ne avremo bisogno. Non siamo ancora usciti dalla zona di detenzione.»

«Noi non indossiamo armature, Axel», replicò Jaco, «è contro la nostra ricerca di perfezione.».

«Certo che sei strano!» disse perplesso l'uomo, mentre, al pari di Antea e di Floue, indossava una corazza di maglia.

«Almeno un'arma la puoi usare? O vuoi fare a cazzotti da qui all'uscita?»

«Penso che prenderò quella spada...» sorrise Jaco.

Antea raccolse due spade e ne lanciò una al giovane mistico ed una all'elfa (che, nel frattempo, si era scelta con cura un arco), dopodiché prese per sé un pesante martello da guerra.

«Una scelta appropriata, direi...» la canzonò Floue, ma la chierica non le badò. A nessun sacerdote era permesso utilizzare armi taglienti in combattimento: era una prova della loro fede.

Dopo che Axel ebbe scelto anch'egli un pesante martello, il gruppo uscì dalla stanza continuando a cercare l'uscita.

Mentre percorrevano uno spoglio corridoio, Jaco iniziò a pensare quanto fosse strano che quattro perfetti sconosciuti: un “uomo scimmia”, una chierica violenta, un'elfa idealista ed un quarantenne in sovrappeso, che fino a poche ore prima neppure si sarebbero parlati se si fossero incontrati per strada, affidassero la propria vita uno nelle mani dell'altro come fossero amici da sempre. Mentre rifletteva su tutto ciò gli fu inevitabile ripensare al suo vecchio maestro...

***

Era una torrida estate al monastero Jashpurdhana, quando il maestro Aakesh rientrò portando con sé un piccolo fagotto di stracci. Era un neonato.

Immediatamente Aakesh si recò dal capo del suo ordine, il Gran Maestro Aarba. Il contenuto di quella conversazione venne riferito a Jaco solo molti anni dopo.

«Aakesh, amico mio, sei tornato. Cosa ci porti dalle terre lontane?» chiese Aarba.

Il mistico si inchinò e mostrò il fagottino al suo superiore.

«Gran Maestro Aarba, questo neonato mi è stato affidato dai suoi genitori affinché io lo cresca e lo addestri come uno di noi».

«Capisco, Aakesh. Mi dispiace per quanto accaduto ai tuoi amici ma il compito che avevate intrapreso non era semplice. Conoscevate i rischi».

«Purtroppo abbiamo rischiato il fallimento e la nostra vittoria non è stata completa» disse Aakesh, «ma questo giovane potrà continuare dove noi ci siamo fermati».

«Amico mio, sei ancora giovane. Vuoi davvero buttare via tutti i tuoi anni di sacrifici per divenire mentore di questo ragazzo? Tu sei l'unico mistico in tutti i sei sacri monasteri che potrebbe raggiungere le vette delle nostre arti. L'unico che potrebbe divenire il nuovo Supremo. Se decidi di occupartene di persona, rinuncerai a tutto questo!».

«Vi sbagliate, o illuminato. Il fallimento nel nostro compito, il tradimento subito e la morte dei miei amici, mi hanno fatto comprendere che non sarò io il nuovo Supremo. Ma forse questo ragazzo sì!».

Da quel giorno, Jaco era stato addestrato nel monastero imparando velocemente tutte le tecniche che Aakesh gli insegnava, meditando sulle cime di picchi innevati ed attraversando il deserto a piedi scalzi.

Nonostante le sue insistenze, il maestro non gli aveva rivelato mai nulla del suo passato: Jaco ignorava chi fossero i suoi genitori e quale fosse stata l'impresa in cui erano stati coinvolti insieme ad Aakesh.

Il silenzio del Maestro si era protratto per anni, sino a quando, pochi giorni prima della sua cattura, Aakesh non gli aveva consegnato la cintura nera di apprendista: essa simboleggiava il passaggio di Jaco all'età adulta. Il Maestro l'aveva quindi accompagnato alle porte del monastero: lì Jaco sarebbe potuto tornare solo una volta pronto a sostenere “Il sentiero del Drago”.

«Maestro. Ditemi ora vi prego. Devo sapere!».

«Jaco, mio prediletto, lascia che ti dica questo: la conoscenza è un dono che dobbiamo meritare. Una conoscenza senza sacrificio è una via che conduce verso ignobili tentazioni. Dirigiti sino alla nazione di Karameikos. Se la fortuna ti sarà amica avrai le risposte che cerchi. Aggiungi al tuo nome “Barabba Nexos”. Se chi stai cercando lo sentirà, capirà chi sei in realtà».

Così Jaco Barabba Nexos lasciò il monastero ed il Sind, attraversò Darokin passando dalla città di Akesoli e giunse a Karameikos.

Iniziò le ricerche partendo al piccolo villaggio di Penhaligon e successivamente, seguendo la via verso Specularum, era giunto a Kelvin.

Lì era stato semplice trovare una locanda ma, una volta all'interno, era rimasto coinvolto in una rissa... come avrebbe potuto immaginare che quel lampadario non avrebbe retto il suo peso?

***

I pensieri di Jaco furono però interrotti da un dardo che gli sfiorò il viso. Stavano percorrendo un lungo corridoio e, da una porta laterale, era sbucato un orco che, armato di balestra, aveva sorpreso e riconosciuto i fuggiaschi.

Floue estrasse l'arco, incoccò velocemente una freccia e la scagliò contro l'orco, costringendolo a rifugiarsi nella stanza da cui era uscito. Fu allora che Jaco corse in avanti e, con la spada, colpì la creatura al braccio facendole cadere la balestra e costringendola ad indietreggiare.

L'orco, con una ferocia brutale, si scagliò contro il giovane, gettandolo a terra. Sollevò poi la pesante mazza che portava appesa alla cintura, con l'intenzione di fracassarla sulla testa del mistico. Improvvisamente però crollò a terra senza apparente motivo. Dietro di lui, Antea si ergeva sorridente impugnando il suo pesante martello da guerra.

La chierica aiutò Jaco a rialzarsi mentre Floue ed Axel li raggiungevano.

«Devi stare più attento, ragazzo scimmia!» bofonchiò Axel, «ed anche tu, che sembri tanto una brava ragazza, ma picchi come un fabbro» aggiunse rivolgendosi ad Antea.

Nella piccola stanzetta dalla quale era uscito l'orco, Floue ritrovò la sua tunica elfica e la sua elaborata spada cerimoniale. Nessuno di loro trovò però le proprie monete o altri averi: probabilmente erano già stati spartiti tra le guardie.

Il gruppo proseguì quindi lungo i tortuosi passaggi del sotterraneo fino a quando, svoltato un angolo, videro in fondo al corridoio un uomo vestito di nero, impegnato a leggere un libro.

«È lui, è Zanzer Tem! » sibilò a denti stretti Axel.

«Chi ?» chiese Floue perplessa.

«Zanzer Tem il mago, il padrone delle Miniere di Sale, l'uomo che ci ha imprigionato qui!».

Jaco, Antea ed Axel scattarono in avanti, brandendo le armi. Il mago, vedendoli arrivare, sollevò una mano e pronunciò una strana cantilena magica... Una serie di filamenti appiccicosi partì dalla sua mano intrappolando i tre attaccanti in una specie di ragnatela.

Il mago sorrise ma, vedendo che Floue era rimasta indietro e non era stata intrappolata, decise di dileguarsi fuggendo lungo il corridoio.

Per liberare i suoi compagni, l'elfa staccò una torcia dal muro e bruciò la ragnatela stando attenta a non ustionare i suoi amici.

«Chi era quello?» chiese ancora Floue, non soddisfatta della risposta precedente.

«Zanzer Tem», disse Axel rialzandosi, «un mago che spesso compra anche schiavi da un'organizzazione nota come “Anello d'Acciaio”, mentre il sale viene venduto di contrabbando alla stessa organizzazione. Talvolta, se è a corto di manodopera, rapisce uomini e donne per farli lavorare nelle sue miniere di sale».

«Come fai a conoscere tutte queste cose?» chiese Antea sospettosa.

«Ho lavorato per lui a lungo. Fino ad una decina di anni fa ero una delle sue guardie» sorrise Axel, «Diciamo che poi mi sono stufato e lui non ha digerito la cosa».

«Dobbiamo sbrigarci!», intervenne Jaco indicando con la spada la direzione verso la quale il mago era fuggito, «Presto tutti sapranno della nostra fuga».

«Seguitemi», disse Axel, «da qui in poi conosco la strada».

I quattro iniziarono quindi a dirigersi veloci lungo il corridoio oltrepassando un gran numero di porte e bivi. Antea, Jaco e Floue persero completamente l'orientamento: non rimaneva loro altra alternativa che seguire attentamente il loro compagno che, talvolta, si fermava ad un bivio, rimaneva un secondo a riflettere e poi sceglieva una strada da percorrere in base a chissà quali ricordi.

Dopo almeno un'ora di cammino, i compagni di cella giunsero in una specie di magazzino, dove Axel raccomandò loro di prendere corde ed altri oggetti utili. Dopodiché aprì una cassa che si rivelò essere piena di Reali! Axel spiegò che il forziere conteneva la paga delle guardie. Senza alcuna esitazione tutti e quattro si riempirono avidamente le tasche: una volta fuori dalle prigioni avrebbero avuto bisogno di denaro per fuggire lontano.

La stanza accanto si rivelò essere il dormitorio delle guardie, seguito dalla mensa comune. Per fortuna entrambi erano privi di sorveglianza.

«Oltre quella porta inizia la parte residenziale del sotterraneo», spiegò Axel, «la via più veloce per l'uscita, ma dobbiamo stare attenti!».

Prima che Axel potesse terminare il suo discorso, Antea aprì la pesante porta di quercia rossa. Non sarebbe rimasta in quell'umido sotterraneo un secondo più del necessario.