Draghi del Nord Libro 1 Capitolo 2

IL GIURAMENTO DI WHARLUM

Il piccolo accampamento nanico di Yldenf era da giorni in subbuglio. Un’imponente barricata era stata innalzata tutt’intorno ad esso per proteggere le abitazioni dei minatori ed impedire l'accesso alla retrostante miniera. Mercenari umani, assoldati in gran fretta dietro pagamento di uno smisurato compenso, pattugliavano i territori circostanti l’accampamento pronti a gettarsi in battaglia in caso di attacco improvviso.

***

Tutto aveva avuto inizio l'anno precedente. L'Emiro del Makistan, sua altezza Anouar ab Bani Yas, Malik di Pasha, aveva stretto un accordo con i nani del villaggio di Karrak (situato poco a nord del confine con Rockhome) perché avviassero gli scavi in una miniera di ferro da poco scoperta nel territorio degli emirati. Il contratto stipulato prevedeva la cessione della miniera all’Emiro, ad un prezzo stabilito in base al valore della miniera stessa, a seguito dell'avvio delle estrazioni.

Spinosi problemi erano tuttavia sorti nel momento in cui i nani avevano scoperto che la montagna non celava del semplice ferro ma un giacimento di purissimi diamanti! I nani avevano alzato il prezzo di cessione, non ritenendo adeguato il precedente e l'Emiro, per bocca dell'atabeg1 di Varqa, aveva ritirato loro il permesso di scavo, intimando ai minatori di tornare a Rockhome. Indignati per questo trattamento irrispettoso e gretto, i nani avevano deciso di occupare la miniera rivendicandone i diritti: lo scontro era oramai inevitabile ed imminente.

***

Così veloci viaggiavano i pensieri di Wharlum, rievocando tutti questi eventi, mentre egli tentava, invano, di spingere lo sguardo oltre la scura barricata di pesanti travi che si stagliava contro il limpido cielo ceruleo delle terre di Ylaruam.

Il giovane nano, membro del clan degli Skarrad, figlio del Dulgardar2 di Karrak, aveva seguito suo padre Norar in quella che, inizialmente, era apparsa come un’impresa canonica. Aveva passato mesi a viaggiare dall’accampamento di Yldenf a Pasha, città dell'Emiro, per mostrare alla corte l'avanzamento dei lavori di scavo, sotto l’attenta supervisione del padre. Era stato presente anche all'accesa discussione che aveva portato alla spiacevole situazione attuale ed il suo più grande dispiacere era di non poter più viaggiare con le carovane del deserto, che gli avevano insegnato tanto su quei luoghi aridi e misteriosi da fargli meritare, tra la sua gente, il soprannome di “Wharlum delle Sabbie”.

Inquieto, Wharlum distolse lo sguardo dalla barricata. Aveva da poco iniziato a preparare il suo zaino ed indossare la pesante armatura da guerra, quando un altro nano irruppe di corsa nella piccola e spoglia casetta di mattoni.

«Tuo padre ti vuole, Wharlum. Si trova all'ingresso della miniera. Ha detto di portare anche Gaar con te.»

Il giovane annuì sospirando. Raccolse lo zaino, l'ascia da battaglia e si diresse verso l’abitazione di Gaar, il capo dei mercenari umani recentemente assoldati.

Lo trovò che ancora stava riposando. La lunga cicatrice sull'occhio destro, parzialmente coperta da corti capelli biondi, lasciava pensare ad un passato alquanto burrascoso.

«Umani... » pensò Wharlum. I loro modi erano affascinanti per certi aspetti ed inquietanti per altri. Un’unica perplessità tormentava infatti il giovane nano: come ci si può fidare di una razza i cui esponenti non esitano a levare le armi contro i loro stessi fratelli per un poco di denaro?

Gaar, destato in modo alquanto rude da Wharlum, si alzò sbuffando, raccolse le sue cose ed infine, con fare particolarmente seccato, si risolse a seguire il nano. I due raggiunsero velocemente l'ingresso della miniera dove li stava aspettando il vecchio Norar.

«Come sempre sei lento! Mi chiedo cosa tu abbia ereditato da me, figlio!»

Wharlum non badò alle parole del padre, che, per quanto ruvide, nascondevano dell’affetto per l'unico erede.

«I nostri fratelli hanno trovato alcune grotte naturali che sembrano proseguire verso Rockhome. Dobbiamo esplorarle perché potrebbero esserci utili in caso di fuga.»

Gaar annuì stancamente, mentre si sistemava la spada al fianco e l'arco con le frecce sulla schiena.

Lentamente, i tre si apprestarono a discendere nel cuore della miniera inoltrandosi nelle buie profondità di una delle gallerie recentemente scoperte all’ultimo livello di scavo. L’aria era pesante e carica di umidità; l’oscurità era spezzata solo dalla fiamma delle torce dei tre impavidi esploratori. Percorsero la galleria fino ad incrociare un bivio.

«Dove andiamo, padre?».

«Segui il tuo istinto, figlio! Ho allevato un nano o un effeminato elfo?».

Riempito d'orgoglio per la decisione del padre di lasciargli la scelta, Wharlum decise di voltare a destra, pregando in cuor suo che fosse la direzione giusta.

Il trio giunse, dopo pochi minuti, ad una grande grotta, con un piccolo specchio d'acqua contornato da rocce nere lisce come alabastro. Mentre i due nani si apprestavano a cercare un passaggio che conducesse ad un’altra galleria, un rumore sinistro attirò l'attenzione di Gaar: dall’oscurità, diciotto occhi rossi stavano fissando la torcia dell'umano.

«Ragni!» urlò l'uomo, estraendo la spada.

Norar gli corse al fianco, impugnando un pesante martello da guerra, mentre Wharlum strinse a sé l'ascia, provando un brivido lungo la schiena. Di norma tutti i nani vengono addestrati al combattimento, ma Wharlum non aveva mai dovuto affrontare un vero nemico.

Improvvisamente, tre ragni giganti dal corpo nero e dalle sottili ma letali zampe emersero rapidi come fulmini dal buio e attaccarono i tre esploratori.

Wharlum rimase per un istante, come ipnotizzato, a fissare la grande macchia rossa a forma di clessidra che le belve avevano sul dorso; poi si fece forza e menò un fendente con l'ascia al ragno che gli si era avvicinato. Mancò il bersaglio. Per sua fortuna, anche il contrattacco del ragno non risultò troppo preciso: le sue mascelle si chiusero in una morsa mortale, ma andarono a cozzare contro la corazza del nano.

Il giovane cercò allora di colpire nuovamente la creatura ma senza successo. Il ragno era troppo veloce nel schivare i suoi attacchi: come poteva sopraffarlo dunque? Irato e demoralizzato, Wharlum iniziò a far volteggiare la sua ascia nell’aria con movimenti rapidi e scoordinati. La belva, confusa, arretrò. Fu allora che il giovane nano, traendo vantaggio dall’attimo di smarrimento della disgustosa creatura, levò l’ascia e, con un poderoso colpo, spaccò in due il ragno.

Nel frattempo, Gaar e Norar avevano eliminato i loro rivali senza troppe difficoltà.

Mentre Wharlum cercava e trovava la tana delle creature, da cui estrasse alcune monete miste ai resti dei pasti, Gaar si avvicinò alla specchio d’acqua.

«Venite a vedere!», disse, «Dalla pozza filtra della luce, probabilmente al di la c'è un passaggio.»

«Potrebbe essere una via d'uscita, padre», disse Wharlum, «dobbiamo andare a vedere.»

Norar annuì e, ad un suo cenno, i due nani si tuffarono per riemergere poco dopo in una grotta più piccola della precedente. Altissime pareti di roccia nera come la pece si stagliavano, maestose, per circa un centinaio di metri tutt’intorno all’acqua: alla sommità della grotta una piccola apertura lasciava filtrare della luce.

«Da qui non si passa» disse Norar. «Servirebbero giorni per creare un marchingegno capace di portare i nani sin lassù, ed anche si riuscisse non avremmo idea di dove potremmo sbucare. Dobbiamo tornare indietro.»

I due nani riattraversarono lo specchio d’acqua ma, non appena riemersi, trovarono Gaar ad attenderli con una freccia incoccata.

«Niente di personale, Norar, ma sono stato pagato per ucciderti ed io rispetto sempre gli accordi!».

«Che Kagyar ti maledica, Mensc3 traditore!» tuonò Norar prima di essere colpito di striscio dalla freccia. Wharlum si scagliò verso l'uomo che, gettato l'arco a terra, impugnò la spada preparandosi al confronto. Norar seguì rapido il figlio agitando il martello in aria. Gaar non avrebbe avuto scampo.

Il giovane nano balzò in aria, tentando di colpire l'umano al volto. Ma quest’ultimo fu più veloce: schivò il colpo e replicò con un potente calcio che gettò Wharlum a terra.

Fu in quel momento che il giovane vide il padre accasciarsi al suolo dolorante: la freccia doveva essere avvelenata! Uno sporco trucco di uno sporco umano...

Gaar gli si avvicinò puntandogli la spada al collo. «Non sei in grado di confrontarti con me, Wharlum delle Sabbie» disse ridacchiando, «Quando avrai imparato a combattere vieni da me ed io ti aspetterò a spada tratta. Ricordati di Gaar, rapinatore dell'Anello d'Acciaio!» Detto questo, l'umano si allontanò svelto verso l'ingresso della galleria.

Wharlum corse dal padre urlando imprecazioni contro l’umano vigliacco e traditore che lo aveva appena umiliato. Evidentemente Gaar aveva usato un veleno molto potente per riuscire ad intaccare la leggendaria resistenza nanica: Norar era ormai in fin di vita.

«Figlio mio…» disse il vecchio nano tossendo. «Sono sempre stato orgoglioso di te. Come sai, noi nani non ci adoperiamo in vendette personali… Ma Gaar ha tradito tanto me quanto il nostro clan… Rendimi orgoglioso... Una Karrblyss per vendicare… Tutti noi...».

Norar spirò mentre il figlio, piangendo, lo teneva tra le braccia.

«Una Karrblyss…». Una morte di sangue. Wharlum aveva davanti a sé un compito ben chiaro: doveva trovare Gaar e ucciderlo; doveva trovare chi aveva mandato Gaar ed uccidere anch’esso.

Lo scopo della sua vita sarebbe stato cancellare l'Anello d'Acciaio dalla faccia di Mystara.

Raccolta l'ascia, si allontanò dalla grotta, ripercorrendo le lunghe gallerie verso la superficie.

Una volta uscito dalla miniera, trovò davanti a sé uno spettacolo raccapricciante: i suoi fratelli nani giacevano morti, uccisi dai traditori e, a giudicare dallo stato della palizzata, anche da invasori esterni.

Nulla era rimasto di quanto i nani avevano faticosamente costruito negli ultimi mesi; il cuore di Wharlum si riempiva sempre più di rabbia ogniqualvolta trovava un amico od un parente ucciso dalle armi di coloro che avrebbero dovuto combattere al loro fianco.

Constatato che non vi erano superstiti, il nano ritornò verso la miniera con l'intento di trovare una via di fuga. Giunto al bivio che portava alla grotta dove giaceva suo padre, udì delle voci provenire dalla derivazione sinistra: parlavano in lingua Thyatiana!

«Qui non c'è nessuno, andiamocene.»

«Non così di fretta! Gaar ci ha detto di cercare bene, dobbiamo ancora esaminare l'altra derivazione.». Dalla posizione in cui si trovava il giovane nano era impossibile evitare di essere visti ripercorrendo la galleria principale che portava in superficie. Wharlum decise così di raggiungere la grotta dove era morto il padre: non avrebbe permesso che egli finisse nelle mani di possibili saccheggiatori.

Giunto alla grotta gettò il corpo del padre nel piccolo laghetto e vi si tuffò riemergendo nella piccola spelonca al di là di quest'ultimo. Rapido si arrampicò su una roccia sporgente che si trovava proprio al di sopra del passaggio subacqueo.

Non dovette attendere molto prima che un uomo emergesse dall'acqua, probabilmente indotto, come i nani prima di lui, a pensare vi potesse essere una via d'uscita oltre la pozza: un solo colpo d’ascia, dettato dall’ormai incontenibile rabbia del nano, bastò a decapitare l'uomo. Colmo d'ira, Wharlum si gettò in acqua, ripercorse il tunnel che collegava i due laghetti sotterranei, e, riemergendo fulmineo dall’acqua, sorprese l'altro umano che stava attendendo il ritorno del suo compagno.

Con un solo colpo Wharlum gli fece volare la spada di mano e lo costrinse a terra.

«Parla! Dov'è Gaar?».

L'uomo, tremante, rispose: «Se te lo dico, lui mi ucciderà!».

«Ti ucciderò prima io, se non parli!».

«Va bene…», piagnucolò l'uomo. «Gaar è tornato a La Soglia, ma non è lui che comanda. Gaar prende ordini dal “vecchio Gambesecche”, come lo chiama. E' un mago potente. Ti prego ora non mi uccidere…».

Wharlum sospirò. Non poteva uccidere quest'uomo, nonostante la promessa fatta al padre. Gli fece quindi scoprire il braccio sinistro, su cui era tatuato il simbolo dell'Anello d'Acciaio: una catena di quelle atte a bloccare le mani dei prigionieri. Più volte aveva visto quel simbolo sul braccio di Gaar! Ordinò quindi all’uomo di sfregiarsi la pelle con un pugnale, dopodiché lo lasciò andare.

Stremato, Wharlum uscì dalla miniera. Attraversò l'accampamento in fiamme e si diresse verso le montagne al confine tra Ylaruam e Karameikos: doveva raggiungere La Soglia.

***

Il viaggio non si prospettava affatto privo di difficoltà. Wharlum perse molti giorni di cammino nascondendosi tra le aspre colline al confine tra gli Emirati e Darokin, nel timore di incontrare gli uomini dell'Emiro.

Decise quindi di avventurarsi per le cime innevate dell’Altan Tepes: nonostante fosse la via più disagevole per entrare a Karameikos, rispetto ai passi che si trovavano più ad occidente, era però anche quella più breve e meno battuta da mercanti ed avventurieri.

Wharlum affrontò le perigliose vette con l'orgoglio tipico di un nano. Il clima era glaciale alle alte quote. Freddo intenso e penetrante, gelidi venti che sferzavano le impervie pareti di ghiaccio e rocce nonché improvvise bufere di neve provarono Wharlum oltre ogni sua resistenza. Ma egli non si diede per vinto. Spinto dal desiderio di vendetta e onore che gli ardeva nel petto egli, facendo affidamento unicamente sulle poche provviste che era riuscito a recuperare dall’accampamento distrutto, arrivò persino ad arrampicarsi a mani nude sulle pareti rocciose pur di proseguire il suo cammino.

Dopo tre infiniti giorni passati in quell'inferno di neve e ghiaccio, il giovane iniziò la lenta discesa del versante occidentale della montagna. Qui la neve era soffice come ovatta e ricopriva come un candido manto il terreno sottostante; di tanto in tanto la bianca distesa era interrotta da verdi ciuffetti d’erba che, timidamente, spuntavano dalla neve alla ricerca di un raggio di sole.

Doveva essere trascorso da poco mezzodì quando Wharlum notò una stretta colonna di fumo provenire da una valletta poco distante da dove si trovava. Con circospezione decise di avvicinarsi, badando bene di rimanere sempre nascosto. Da dietro una grande asperità rocciosa il giovane vide due enormi giganti sedere attorno ad un falò. Legato ad un palo, un anziano nano sarebbe stato il loro prossimo pasto.

Wharlum doveva fare qualcosa! Notato un grosso masso poco distante dalla piccola valletta in cui si trovava il trio, lo raggiunse: vi incastrò l'ascia al di sotto, legò la medesima alla cintura ed usò un altro masso come contrappeso. Riuscì così a smuovere il macigno e farlo cadere provocando un grande rumore.

Mentre i due giganti, alquanto incuriositi, si recavano a vedere cosa mai fosse accaduto, Wharlum li aggirò rapido, discendendo nella valletta e liberando il malcapitato prigioniero.

«Non temere. Sono Toren Warlum delle Sabbie, figlio del Dulgardar Norar del clan degli Skarrad», disse il giovane, salutando alla maniera dei nani.

L'altro replicò: «Che Kagyar sia con te, Wharlum delle Sabbie! Io sono Toren Bifar Trovadiamanti, figlio di Toren Gilur del clan dei Syrklist. Ti ringrazio di avermi salvato. Ero diretto ad Highforge, per trovare mio fratello, quando quei giganti mi hanno catturato. A proposito, sarà meglio allontanarsi da qui...».

Quando i due nani furono certi di essersi messi in salvo, Wharlum chiese a Bifar se conosceva la strada per la Soglia.

«Sicuro, amico mio. La Soglia non è lontana da Highforge. Per ringraziarti, ti accompagnerò prima alla tua destinazione e proseguirò solo dopo verso la mia meta.».

I due nani erano già molto lontani quando i due giganti fecero ritorno al focolare, disperandosi per la scomparsa della loro succulenta cenetta.

1 Governatore

2 Capo clan di una comunità. In questo caso, capo degli Skarrad di Karrak

3 In nanico “umano”