Autore: Johan Huizinga

Per chi è appassionato di giochi intelligenti, come il sottoscritto, il mondo sembra iniziare nel 1974 con la pubblicazione di Dungeons & Dragons, vero big bang di una rivoluzione ludica culturale.

Qualche “eretico”, come Peterson, viola questo tabù temporale e si spinge più indietro, fino ad indagare le origini del nostro personale universo, ma sempre da un punto di vista meccanicistico, per il quale ad una azione ne segue un’altra e l’insieme delle azioni pregresse genera il substrato culturale di quelle successive.

Ma Huizinga scrive nel 1939, quindi ben prima della nascita di Arneson e ad un solo anno dalla nascita di Gygax, e quindi fornisce un punto di vista neutro, non contaminato dalla diffusione culturale del Gioco di Ruolo.

Il libro è diviso in sezioni che hanno lo scopo di dimostrare al lettore come l’elemento ludico sia presente in ogni aspetto della civiltà antica e moderna: le arti figurative, la danza, il canto, la poesia ed anche attività quali il commercio o la guerra presentano, per l’autore, le caratteristiche dell’attività ludica che, essendo presente anche negli animali, deve necessariamente predatare la civiltà.

Huizinga inizia definendo quali sono le caratteristiche del gioco (sempre analizzato come “play” e non come “game”):

1) Il gioco è libero, ed è in effetti libertà

2) Il gioco non è “ordinario”

3) Il gioco si distingue dalla vita sia per fattori spaziali che temporali

4) Il gioco crea ordine, è di per sé ordine e richiede un ordine assoluto e supremo

5) Il gioco non è connesso ad alcun interesse materiale, e non si ottiene alcun profitto nel giocarlo

Queste caratteristiche possono essere ritrovate, secondo l’autore, nelle basi di ogni comportamento umano “evoluto” e, allo scopo di dimostrarlo, Huizinga attua un’analisi principalmente di carattere filologico, unita ad elementi di antropologia e di studio delle culture antiche.

Gli argomenti che presenta sono ad un primo sguardo convincenti, anche se in alcuni casi peccano da una parte di troppa attenzione alla parola, ovvero al ricreare il modo di vivere antico al significato originale di una data parola, senza considerare le possibili variazioni totali di significato, come nell'italiano “Serafico”; dall'altra le considerazioni antropologiche ruotano continuamente intorno alla civiltà greca, in una specie di esaltazione della stessa come unica culla di civiltà, tipico del pensiero dominante tra le due guerre mondiali.

L’autore conclude il libro rammaricandosi della deriva che ha preso oggi il gioco, mostrando come lo sport abbia perso il suo carattere ludico divenendo principalmente un business e di come il “quinto punto” delle caratteristiche di cui sopra sia perso a favore di tantissimi giochi che non producono alcun innalzamento culturale, come il bridge. Chissà cosa avrebbe scritto se avesse saputo che da lì a poco il mondo sarebbe stato sconvolto dalla nascita del Gioco di Ruolo…

Homo Ludens ci mostra inoltre anche uno spaccato della vita dell’autore, con le sue preoccupazioni per la deriva dei totalitarismi in Europa, per il cementarsi delle idee Marxiste in Unione Sovietica (idee fortemente rigettate dall'autore in quanto erronee e poggianti su fondamenta sbagliate) e per il timore di una nuova guerra.

Per le sue idee sulla libertà di pensiero, Huizinga, professore dei Paesi bassi, verrà arrestato dai nazisti durante l’occupazione e morirà nel 1945, poco prima del termine della guerra. La sua è una testimonianza coraggiosa e non possiamo quindi non annoverarlo quale primo filosofo del gioco, avendo egli identificato e codificato le basi culturali che permettono, ai noi giocatori, di guardare indietro, ad un mondo più antico, magari non idilliaco come descritto, ma senza dubbio più giocoso.