Un mormorio sussurra dai millenni, se si tende l’orecchio, fatto di tutte insieme le voci umane, grandi e bambine, che dall’inizio del tempo hanno scandito in rima e metro poesie, scongiuri, preghiere, malauguri, tiritere dei giochi dei bambini, spot pubblicitari, rap, slogan degli stadi…
Lo dice il suo nome in greco: “poiesis” viene dal verbo “poièo”, “io faccio”: la poesia FA. Fa piangere quando serve piangere, ridere se serve ridere, sfogare (sfuocare) la rabbia, comprendere ciò che ci accade, giocare, difendersi, offendere, comprare, sperare e pulire il sistema. Ma attenzione: FA BENE solo quando è FATTA BENE, altrimenti al meglio non fa niente, al peggio fa passare la voglia di poesia, e magari di libri; e poiché non c’è limite al peggio, se la poesia fatta male è “valoriale”, educativa e edificante, fa male agli stessi valori e virtù che voleva diffondere. Parleremo di questo bene e di questo male in una svolata di argomenti e ragionamenti, sostenuta da una ricca serie di esempi in voce, testo, audio e video di rime e versi dell’autore, di altri poeti e dei bambini stessi, tratti da una squillante collezione di filastrocche orali registrate dall’autore nelle scuole d’Italia (progetto “POLPA - Poesia Orale Ludica Puerile Autentica”, condiviso con la Biblioteca Salaborsa Ragazzi di Bologna).