La didattica Holding

La Consulenza holding si basa sul bisogno innato di ogni essere umano di comunicare con i propri simili, di manifestare i propri istinti, le proprie emozioni in un contesto relazionale di scambi con il prossimo, ma si applica solo se si riesce a infrangere con l'Affetto le barriere della diffidenza del rifiuto e della solitudine.

Sembra che la prima psicoterapeuta che abbia applicato la terapia dell'holding sia stata la norvegese Nic Waal, nel 1955. Negli anni '60 Robert Zaslow, della Università di San José, in California, ha applicato la terapia dell'holding a un gran numero di bambini e adulti con problemi psichiatrici. I risultati sono stati riportati, in articoli e libri pubblicati nel 1969. In Italia, per quello che mi risulta, l'holding è stato applicato presso il Servizio di Neuropsichiatria Infantile di Siena dal Prof. Michele Zappella.

COME SI APPLICA L'HOLDING ?

Rispondo con le parole del Prof. Zappella (Intervista di Antonio Molfese del 1984) "L'holding è affidata alla famiglia del bambino che rappresenta l'aspetto centrale dell'esperienza. In essa il bambino autistico, che, chiuso in una sorta di fortezza rifiuta il rapporto con gli altri uomini, viene preso da uno dei suoi genitori, steso sulle sue ginocchia e abbracciato strettamente da lui (o da lei) con l'aiuto dell'altro coniuge e, se è più grande, di altri componenti della famiglia. Il viso del bambino viene portato vicino a quello del genitore che con lo sguardo ricerca gli occhi del figlio e, se questi li chiude, glieli apre, volendo in tal modo raggiungere il fondo del suo animo.

A questo punto il bambino reagisce con una rabbia violenta e a questa il genitore risponde con calma, accettandola, dando ad essa un senso: lo incoraggia ad esprimersi completamente, a non aver timore di tirare fuori rabbia, dolore e qualunque sentimento. Poi pone precise domande, riferite innanzitutto a quella immediata realtà in cui egli è coinvolto col figlio.

Un confronto importante è quello che riguarda gli immediati rapporti di potere: nel momento in cui è tenuto forte dai suoi familiari chi è più forte, chi comanda, il genitore o il bambino?

E qui esplode e si rivela la onnipotenza illusoria del piccolo, il quale quasi invariabilmente afferma con violenza che è lui a comandare e su questo confronto, che riguarda le resistenze più intime a un rapporto collaborativo con gli altri uomini, la rabbia del bambino si centuplica. Dopo la rabbia segue il dolore: il bambino piange lacrime copiose e in questo c'è già un primo richiamo di aiuto verso l'adulto che lo tiene vicino a sé. Il dialogo si arricchisce di volta in volta con vari elementi. Finita la seduta il bambino è completamente rilassato: si alza e, ormai libero, tra la sorpresa di tutti, va verso colui che gli aveva tenuto il viso, lo abbraccia e talvolta gli dice <grazie>. E' parte centrale di questa mia esperienza (continua il Prof. Zappella) la constatazione che la capacità dei genitori di liberare la loro emotività nell'holding, e quindi di piangere di fronte al figlio, se ne sentono l'urgenza e il senso, o anche di esprimere la loro delusione o altri potenti sentimenti, è di grande importanza per l'esito positivo della terapia stessa. Per tutto questo (conclude il Prof. Zappella) la famiglia va guidata dallo psichiatra con precisa sistematicità".

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Io, nella mia qualità di educatore e di Logoanalista, ritengo che l'efficacia di tutte le terapie esistenziali sia rapportata all'intensità dell'affetto che si sa dare e suscitare nel rapporto interpersonale: Terapeuta-Paziente o Educatore-Educando.

L'affetto non solo può rompere le barriere della solitudine, ma può vincere la paura, sconfiggere il male, salvare dalla malattia, dare la serenità e la pace.

Chi ha il compito di operare nel campo dell'educazione e della formazione, come me, deve farlo con coscienza, competenza e responsabilità.

Ecco perché quando il disagio crea problemi di sofferenza, ansia e depressione io applico un nuovo metodo, non clinico, ma di carattere didattico-pedagogico che “modifica” nel soggetto le caratteristiche “negative” della struttura esistenziale, promuove una crescita interiore, cancella la cultura del pregiudizio e della paura, insegna a vivere e ad amare. Così la terapia diventa Scuola, il paziente diventa allievo, la cultura diventa sapere e la paura di vivere è debellata dalla gioia di vivere, raggiungendo finalmente l'obiettivo Salute che rappresenta l'equilibrio psichico, fisico e sociale a cui aspira ogni essere umano per sentirsi appagato dalla vita. Nella mia attività di educatore scolastico, prima come docente e poi come esperto-psicologo in équipe medico-socio-psico-pedagogica, ho avuto la fortuna di poter aiutare tanti bambini e ragazzi a superare difficoltà di carattere relazionale o di apprendimento. Nel mio lavoro, e anche nella mia vita, ho sempre applicato il sistema holding, non come terapia, ma come stile di comportamento costante nei confronti del mio prossimo. Sul piano didattico, questo “stile Holding” l'ho applicato nel “Sistema Educativo Esistenziale”, appunto perché non limito il mio intervento educativo alla formazione culturale del soggetto, o al rapporto formale, ma cerco di scoprire nel soggetto le potenzialità umane e le capacità naturali che stanno alla base della qualità della vita. Il mio primo intervento educativo consiste nell'aiutare il soggetto a liberarsi dalle difficoltà esistenziali attraverso la costruzione delle identità individuali come quella corporeo-cenestesica e affettivo-sociale. Questo significa liberazione del soggetto dalla paura irrazionale, dall'ansia, dalla rabbia e dall'insicurezza, dalla timidezza e dall'isolamento emotivo. Per quanto riguarda l'autismo in particolare, il pensiero mi richiama un ricordo incredibile, ma vero, il caso di un bambino della Scuola Materna di un paese della riviera jonica della Calabria. Sono andato in quella scuola con l'équipe formata da me, nella qualità di psicologo, e da due medici, una logopedista, una pedagogista, un sociologo e due assistenti sociali. Gli insegnanti della scuola mi hanno parlato subito di un bambino che si comportava in modo strano: camminava a testa bassa, non guardava in faccia mai, non partecipava ai giochi, non rispondeva alle domande, viveva isolato, schivo, tristemente chiuso in se stesso.

Ho pensato subito all'autismo e all'holding, ma, dalle informazioni avute, ho anche considerato che non c'era la possibilità di trovare una persona di famiglia capace di applicare la “terapia”. Comunque bisognava fare qualcosa per aiutare quel bambino ad uscire dalla fortezza della sua solitudine.

Ho spiegato agli insegnanti che potevamo salvarlo con “amore”. Un amore che in terapia è chiamato Holding, ma che nella vita di tutti i giorni è “comprensione, affetto, amicizia, carezze, sorrisi, abnegazione”. Il bambino autistico ha bisogno di tutto questo, ma non lo vuole più, lo rifiuta con rabbia, perché quando lo ha cercato, disperatamente, non è stato capito e, inconsapevolmente, gli è stato negato.

Dalla conversazione con gli insegnanti ho intuito che c'era la loro sensibilità e la disponibilità per formulare e applicare un progetto riabilitativo basato sull' holding.

Così ho dedicato qualche incontro preparatorio con gli insegnanti per conoscere il bambino e per coordinare le fasi operative. Dopo alcuni giorni abbiamo avviato l'intervento: ho preso decisamente il bambino e stringendolo con forza e sicurezza nelle mie braccia gli ho fatto sentire tutta la potenza del mio affetto, fino a spegnere la rigidità della reazione di rifiuto e sentire il morbido abbandono di un suo tenero abbraccio. Il resto lo hanno fatto le insegnanti dopo, ogni giorno, tutti i giorni con il loro amore e con la loro appassionata dedizione ai valori della vita umana.

Dopo un po' di tempo, un giorno per me indimenticabile, sono tornato in quella scuola e mi sono soffermato nell'ingresso a parlare con gli insegnanti, quando vedo arrivare di filato il “nostro bambino”: la testa in su, gli occhi teneri e brillanti, passa davanti a ognuno di noi offrendoci, con atteggiamento dimostrativo, uno sguardo intenso e un sorriso carezzevole e poi scompare gioioso e giocoso dietro la porta dell'aula dove c'erano i suoi amici e compagni di scuola.

L'amore aveva sconfitto la rabbia e la solitudine, e nella mia mente è rimasto il ricordo di quella commozione che mi rinnova sempre la gioia della vittoria.

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"In questa straordinaria opera l’autrice spiega esattamente in che modo le emozioni e i pensieri negativi possono trasformarsi in malattie, mentre quelli buoni favoriscono l’auto guarigione del corpo."

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"Ero in un mondo tra i mondi. Non riuscivo più a mettermi in rapporto con nessuno, eppure continuavo a vivere. Ero una stranezza, e non soltanto per chi mi circondava ma, dentro di me, per me stessa."

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