Foeto risiedeva in una piccola casa decorata da un affresco che affacciava sulla contrada. L’opera rappresenta l’ltima cena, un’espressione della sua personalità poliedrica. Gli abitanti di Azzarino si riunivano spesso intorno alla sua dimora, attratti non solo dalla sua arte magica, ma anche dai racconti divertenti e scanzonati che egli narrava, trasformando ogni incontro in uno spettacolo straordinario.
Tuttavia, la fama di diavolo e burlone di Foeto lo portò a scontrarsi con la chiesa locale, che temeva l’influenza che il mago esercitava sulla gente. La solitaria chiesa dei Spiazzoi, costruita da mani devote, era il simbolo di un potere spirituale che Foeto metteva continuamente in discussione. Si dice che i sacerdoti, spaventati dalle sue magie, abbiano lanciato maledizioni su di lui, cercando di estirpare ogni traccia del suo nome dalla storia. Così, il suo nome fu cancellato dalla lapide dei costruttori della chiesa, un gesto che intendeva annullare la sua memoria.
Nonostante ciò, le leggende su Foeto continuarono a vivere. Ogni anno, durante la festa in onore dei santi nella contrada Foi, i residenti si radunavano per rivivere le gesta del mago. Racconti di incantesimi buffi e scherzi che lo avevano reso famoso venivano narrati accanto al focolare, mescolati a risa e un po' di paura. Si credeva che, se ascoltavi attentamente, si poteva udire la sua risata, un eco di gioia e beffa che aleggiava nell'aria.
La magia di Foeto, per quanto avesse le sue radici nel patto oscuro, era anche un riflesso della vita stessa: fatta di momenti sereni e di travestimenti, di giochi e di inganni. Nonostante i tentativi di cancellarlo dalla memoria collettiva, il suo spirito continuava a vagare nelle contrade di Azzarino, nelle risate dei bambini che giocavano e nelle storie raccontate dai nonni.
Così, mentre la chiesa dei Spiazzoi rimane silenziosa custode di segreti antichi, l’affresco sopra la casa di Foeto continua a colorare il mondo di chi lo conosceva. La sua leggenda persiste, un intreccio di magia e di scherzi che invita tutti a non dimenticare mai l’importanza di ridere, anche quando la vita sembra prendere una piega più oscura. Perché, in fondo, come dicevano gli abitanti di Foi, la vera magia risiede nell’abilità di trovare il sorriso anche nei luoghi più imprevisti.
Oggi, l’attuale proprietario della casa ha voluto rendere omaggio al mago con un gesto singolare. Sull’ingresso, ha posizionato una piccola porta, tanto piccola da sembrare fatta su misura per una creatura magica. “È per lui,” dichiara con un sorriso malizioso, “per permettere al mago di entrare ed uscire quando vuole.” Non importa che Foeto sia solo una leggenda; nei cuori di chi conosce la sua storia, la sua presenza rimane palpabile, come un sussurro lieve nel vento.
La figura di Foeto continua a vivere attraverso i racconti, a farsi strada nei sogni e nella memoria di chi ama il mistero. E mentre il sole tramonta su Azzarino, si può quasi scorgere la sua silhouette svanire tra le ombre, promettendo che la magia e le risate non moriranno mai, nemmeno con l’anima perduta.
LE CREATURE FANTASTICHE NELLE LEGGENDE POPOLARI LESSINICHE: "EL MAGO FOETO DEI FOI".
Gli abitanti di Velo Veronese ricordano ancora, per averli uditi nei racconti dei “filò” che si svolgevano in passato nelle stalle delle contrade, i misteriosi fatti che venivano attribuiti ad un personaggio della contrada Fòi di Azzarino. Tale soggetto si chiamava Angeletto Pozzerle, nacque e visse in contrada Fòi di Azzarino nella seconda metà dell’800 e fu noto popolarmente come “el feto dei Fòi”.
Il “foeto” ( = folletto, mago) si dedicò sin da giovane all’apprendimento dell’arte della magia, ma tutto ebbe inizio quando egli rinvenì casualmente sotto le travi del tetto di un’antica abitazione della contrada “Fòi” uno dei famosi “libri del comando”, cioè il libro del Diavolo. La tradizione orale lessinica narra infatti che un ricco possidente della contrada Fòi, nella seconda metà dell’800 acquistò alcune stalle contigue della contrada e fu sua intenzione unirle tra loro per realizzare un’unica e più capiente unità adibita a stalla. Il possidente commissionò alcuni “contraenti” per svolgere i lavori edilizi, tra cui anche Angeletto Pozzerle che abitava appunto nella contrada e che all’epoca aveva circa quindici-sedici anni. Durante i lavori si rese necessario abbattere alcuni muri divisori e risistemare le laste in pietra del tetto di copertura. Per svolgere la sistemazione delle laste venne appunto incaricato Angeletto che, dopo averne sollevata una vi trovò infilato sotto, tra la piana e la pietra, un vecchio libretto tutto impolverato. Ne aprì frettolosamente le pagine e gli diede una sommaria spolverata e repentinamente se lo infilò sotto la camicia per non essere visto; tuttavia si narra però che venne notato da uno dei presenti a compiere questo gesto. Dopo alcuni anni Angeletto iniziò a operare dei veri e propri prodigi e fu noto con il soprannome di “foeto dei Fòi”.
Si narra che i primi tentativi del “foeto” di avviarsi alla magia furono dei peggiori, infatti il “libro del Diaolo” che aveva casualmente rinvenuto, richiedeva necessariamente di vendere l’anima al Diavolo per poter essere usaro e sortire magie ed incantesimi e chiunque tentasse di usarlo senza aver compiuto questo patto veniva colpito in volto da potenti ceffoni, provenienti dall’ignoto e sarebbe stato coinvolto in manifestazioni demoniache. Egli durante la lettura delle prime righe del libro ricevette infatti potenti ceffoni e rimase completamente sbigottito e dolorante, non capendone infatti la natura e l’origine. Iniziò così ad occuparsi di magia, smanioso di imparare i modi di servirsi del “libro del comando”. In giovane età anche “el foeto”, come la maggior parte dei nostri montanari per poter ”sbarcar el lunario”, cioè poter sopravvivere, fu costretto a svolgere i mestieri più vari, tra cui anche quello di vaccaro e malghese; dopo aver trovato il “libro del diaolo”, non sapendolo ancora usare, ma conscio delle sue eccezionali potenzialità, si ritrovò casualmente a svolgere l’attività di vaccaro nel mantovano ove conobbe il famoso “mago de Matoa” da cui apprese molte nozioni di magia e soprattutto gli venne insegnato come servirsi del libro. Innanzitutto dovette vendere l’anima al Demonio, elemento indispensabile per potersene servire, ma per poter diventare uno “striòn” doveva saper leggere le formule in esso contenute. Al riguardo dell’incontro tra “el foeto” ed il “mago de Mantoa” la leggenda narra che quando Angeletto aveva l’età di diciotto anni si trovò in una corte del mantovano e udì parlare di un famoso e potente mago. Il “foeto”, con l’intenzione di burlarsi del mago si recò innanzi alla sua abitazione, ma quando entrò nell’abitazione di quest’ultimo appena lo vide egli rivolse al “foeto” la frase:”Se sei venuto qui per burlarti di me, hai sbagliato persona”. Innanzi a questa asserzione “el foeto” rimase profondamente impressionato in quanto egli riuscì a leggerlo nel pensiero, gli spiegò allora di aver trovato il famoso libro occulto e di voler imparare ad usarlo. Durante la prima serata di lezione magica, il “mago de Mantoa” vedendo la notevole predisposizione ed interesse del giovane apprendista a notte fonda lo congedò rivolgendogli la frase:” Vai pure a dormire, non aver paura di niente, perché ti farò tornare in buona compagnia”. Non intuendo il significato di quella frase “el foeto” si diresse verso la corte dove stava lavorando come malgaro, ma strada facendo si accorse che nel buio era affiancato da due enormi cani neri comparsi dal nulla e che lo accompagnarono sino all’uscio del luogo di destinazione. Improvvisamente i due cani, così come erano apparversi, scomparvero nel nulla in una nube giallastra e che puzzava di zolfo. Dopo alcune lezioni il “foeto” divenne così un vero “striòn” ed apprese l’arte della padronanza del “libro di Pietro D’Abano” (il libro del Diavolo). Dal quel momento il giovane Angeletto Pozzerrle divenne per tutti il famoso “foeto dei Fòi de Adarìn”.
Secondo la credenza popolare gli “strioni”, come le “strie” dovevano necessariamente compiere quotidianamente una cattiva azione, in danno di qualcuno o qualcosa.
Al riguardo “el foeto” si diede subito da fare; tanto è vero che si narra che un giorno si recò a Campofontana con un amico, ove giunsero nel momento in cui la gente stava uscendo di chiesa; il “foeto” si rivolse all’amico dicendogli la frase: “non sta pensàr de far colpo sulle butele de Campofontana, parché quando le te edarà le scaparà ia tute spaentè”. Dopo aver pronunciato la frase il “foeto” estrasse dalla sua bisaccia una bustina contenente una polverina magica e la cosparse nell’aria, si trattava, secondo la leggenda, di una polvere che dava alle persone che la annusavano l’impressione di vedersi nude. Appena le “butele” (ragazze) uscirono dalla Messa, si ritrovarono ad annusare nell’aria la polverina ed iniziarono a vedersi nude e urlando fuggirono subito dalla tremenda vergogna, avendo infatti l’impressione di ritrovarsi completamente nude fra la gente. L’amico del “foeto” rimase sbalordito innanzi alla scena e si diede anch’egli alla fuga, inorridito dai poteri dell’amico “foeto” che, nel frattempo, si mise a ridere a crepapelle per la sua malefatta.
Si narra anche di un altro famoso episodio che riguardava il famoso “foeto” e cioè di quando incontrò per strada un amico e gli disse:” Egneto con mi a filò on Campofontana par ‘sta sera?” (vieni con me a filò a Campofontana per questa sera?); l’amico rispose che non se la sarebbe sentita perché essendo piuttosto distante c’era molto da camminare. Udendo questo diniego il “foeto” rispose:” No preocuparte, te ‘nsegno mi on modo par riàr on Campofontana on poco tempo” . Verso sera i due si incontrarono nel punto convenuto ed il “foeto” disse all’amico la famosa frase:” Vùto nàr sotofrosca o soraforsca?”. L’amico non capendo il significato della domanda, tanto per rispondere disse:”sotofrosca”. A quel punto il “foeto”, borbottò una frase che sembrava una litania e improvvisamente l’amico si sentì trascinato da una potente forza misteriosa, e si mise a correre velocemente per i prati e per i boschi senza seguire alcun sentiero. Durante la pazza corsa il povero malcapitato si trovò costretto a passare in mezzo alla folta vegetazione di arbusti e spine che ricoprivano i fianchi della valle di Giazza e si ritrovò in breve le vesti in brandelli, pieno di graffi e sanguinante. Quando giunse a Campofontana vi trovò invece il “foeto”, bello lindo e con gli abiti in perfette condizioni, in quanto lui aveva viaggiato “sorafrosca”.
Riguardo a questo racconto il Cav. Attilio Benetti, profondo conoscitore e studioso del folklore lessinico, sostenne che il “foeto” fosse in realtà un abilissimo truffatore e illusionista che con i più impensati stratagemmi riusciva ad alterare la realtà dei fatti e farla in barba ai montanari, per far credere loro di essere dotato di poteri magici facendo leva sulla loro credulità ed ignoranza. Egli infatti aveva architettato con l’amico lo stragemma di nascondere nello zainetto degli abiti strappati e di cospargersi il corpo con sangue di gallina e di cambiarsi d’abito non appena giunto a Campofontana e di farsi vedere in quel pietoso stato davanti alla gente per far credere appunto di aver viaggiato “sotofrosca”.
Si originò così la famosa leggenda che il “foeto” viaggiasse sempre “sorafrosca”.
Sempre riguardo a questo mago si narra che un’estate della fine ‘800 si ritrovò a custodire le vacche di una malga degli alti Lessini, presso il baito dove dimorava passarono alcune persone che provenivano da San Martino Buon Albergo e gli chiesero un po’ di latte per potersi dissetare; soddisfò la loro richiesta ma non accettò di essere pagato in denaro e disse loro la frase:” son sempre pien de puìna e go voja de magnàr verdura. Coàn tornè su de noo par de chi porteme de la salata”. Una delle persone gli rispose che avrebbe soddisfatto volentieri la sua richiesta e che avrebbe cercato di non dimenticarsi della promessa. Udendo queste parole il “foete” gli rispose con la frase:” Tel ricordo mi, coàn l’è ora te fao pioar in te l’orto le piere dal ciel”. L’uomo, credendo che si trattasse di una battuta sarcastica, tipica dei montanari, si congedò insieme ai compagni e si diressero verso le proprie case alle “basse”. L’uomo si dimenticò ben presto della promessa fatta e dopo un po’ di tempo, circa un mese dopo, mentre stava zappando nel suo orto improvvisamente vide cadere, come una forte grandinata, dal cielo delle pietre che in breve tempo gli distrussero completamente tutti gli ortaggi. Fu per puro caso che rimase illeso.
Un altro misterioso episodio che riguarda il nostro famoso “foeto” avvenne in contrada Tecchie (“Tecie”) di Velo Veronese ove una sera gli abitanti della contrada udirono le “cioche” (campanacci) innanzi alle loro abitazioni, incuriositi dal rumore uscirono nella corte e si accorsero che i loro bovini stavano scappando a gran velocità dalle stalle; cercarono di inseguirli, ma la corsa degli animali fu tale che non riuscirono più a raggiungerli e si persero le loro tracce. Il buio era ormai calato e non si vedeva più nulla, i montanari immaginarono subito che questa stranezza fosse opera del “foeto dei Fòi” e attesero l’indomani, quando al sorgere del sole si rivolsero a lui supplicandolo di far tornare il bestiame disperso. Subito il “foeto” si dichiarò estraneo al fatto, poi mosso a compassione dalle suppliche disse loro:” nasì in tel vajo del Bruto (valle delle Sfingi) e là catarì coel che serchè”. I montanari si avviarono verso il luogo indicato e videro il bestiame tutto appostato sopra i monoliti della valle, appollaiato come corvi sulle “sengie”; rimasero sbigottiti dalla scena poiché non riuscirono assolutamente a capacitarsi di come dei bovini avessero potuto arrampicarsi su quelle rocce. Cercarono di pensare il modo di far scendere il bestiame da quella posizione, improvvisamente una delle vacche spiccò un balzo e senza riportare alcun danno cadde in piedi sul sottostante pascolo; in pochi attimi anche gli altri bovini imitarono il gesto e tutti scesero senza riportare il ben che minimo graffio. I presenti rimasero letteralmente impietriti, attribuendo l’episodio ai poteri magici del “foeto”.
Furono molteplici gli episodi di stranezze attribuiti a questo mago. Famoso fu anche l’episodio in cui venne conivolto un prete lessinico. Si narra al riguardo infatti che un parroco invitò il “foetto” a consegnarli il famoso “libro del Diaolo” per essere distrutto, avvertendolo che se non l’avesse fatto non avrebbe trovato pace in questo mondo perché maledetto da Dio. Innanzi a queste solenni parole rivoltegli da un uomo di chiesa il “foeto” si impaurì e consegnò dopo un po’ di tempo il “libro del comando” al prete. Il parroco radunò alcune persone nella corte della canonica e fece preparare un bel falò e a fiamma viva vi gettò dentro il famoso libro infernale, a contatto con il fuoco il libro iniziò a svolazzare per aria aprendo velocemente le pagine come fossero delle ali. A quel punto il prete ordinò ai presenti di armarsi di forconi e di spingere il libro nelle fiamme che però non bruciava assolutamente, nonostante fosse completamente avvolto da esse. Il parroco indossò allora la stola talare e munito di acquasantiera iniziò a leggere alcune frasi da un libro sacro rivolgendo i getti d’acqua verso il libro, che si dimenava come fosse vivo. Dopo un bel po’ di tempo che le benedizioni andavano avanti e con la fatica dei presenti di trattenerlo con i forconi, il libro iniziò finalmente a bruciare e si distrusse in pochi attimi.
Riguardo alla figura di Angeletto Pozzerle, cioè appunto il “foeto dei Fòi” si narra che egli fu una delle persone che contribuirono in denaro alla costruzione della chiesetta che si trova in località Spiassoi di Bosco Chiesanuova, ma quando vennero a sapere che le sue arti magiche derivavano da poteri satanici poiché aveva venduto l’anima al Diavolo il suo nome sulla lapide commemorativa presente sulla chiesetta venne cancellato in quanto si reputava sacrilego che in un luogo consacrato si riportasse il nome di un dannato.