Redazione
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.51 - Art. 23 Agosto 2026]
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Il lavoro che crea, il lavoro che consuma
Dall'identità all'alienazione
La riflessione sul "lavoro sfruttato", che attraversa questo numero 51 di Botros, ci spinge a interrogarci su una delle domande più antiche e profonde della filosofia: che cos’è, davvero, il lavoro per l’essere umano? Nella nostra quotidianità, siamo abituati a considerare l’occupazione come un semplice mezzo per guadagnare da vivere, un dovere a cui adempiere per pagare le bollette e fare la spesa. Ma la filosofia ci insegna che il lavoro è qualcosa di infinitamente più grande: è lo specchio della nostra identità e l’espressione della nostra dignità.
Fin dalle origini del pensiero, il lavoro è stato visto come l'attività che distingue l'uomo dalle altre creature. Gli animali consumano ciò che trovano in natura; l'uomo, invece, trasforma la realtà attraverso il proprio ingegno. Quando lavoriamo, mettiamo un pezzo di noi stessi — dei nostri pensieri, delle nostre fatiche e della nostra creatività — nell'oggetto o nel servizio che creiamo. In questo senso, il lavoro sano è un'attività profondamente umana e gratificante: ci permette di dire "questo l'ho fatto io", facendoci sentire utili, capaci e parte attiva della società.
Il dramma si consuma quando questa dinamica viene capovolta e il lavoro si trasforma in sfruttamento. Per descrivere questo tradimento della natura umana, la filosofia utilizza un termine molto preciso ed efficace, elaborato in particolare da Karl Marx: l'alienazione.
L’alienazione non è un concetto astratto per accademici; è la descrizione fedele di ciò che prova un lavoratore sfruttato nelle nostre province di Catanzaro e Crotone, o nella nostra Botricello. Significa, letteralmente, "diventare estranei a se stessi". Quando un dipendente è costretto a lavorare dodici ore al giorno per riceverne solo seicento, quando i suoi turni cancellano il tempo per la famiglia, per il riposo e per gli affetti, e quando la sua voce viene spenta dal ricatto del licenziamento, quella persona non si riconosce più in quello che fa. Il lavoro cessa di essere un'espressione del suo valore e diventa una condanna. Il lavoratore non appartiene più a se stesso durante quelle ore: è stato ridotto a una merce, a un ingranaggio invisibile da spremere per il profitto altrui.
I filosofi personalisti del Novecento, come Emmanuel Mounier, hanno ricordato con forza che l’essere umano deve sempre essere il soggetto e il fine del lavoro, mai il suo oggetto o un semplice strumento. Il lavoro è fatto per l'uomo, e non l'uomo per il lavoro. Quando un sistema economico ribalta questo principio — trattando le persone come "costi da tagliare" o risorse da sfruttare senza scrupoli — compie un vero e proprio furto di umanità. Si nega alla persona la possibilità di fiorire, riducendola a uno stato di pura sopravvivenza materiale, dove ogni scelta è dettata dalla paura e dal bisogno.
Accettare passivamente questa realtà significa rassegnarsi a un'idea mutilata di essere umano. Non possiamo permettere che la dignità del fare venga sostituita dalla prigione del ricatto. Recuperare il senso filosofico del lavoro significa lottare affinché ogni attività lavorativa torni a essere un luogo di libertà, di rispetto e di autorealizzazione. Perché una società è veramente civile solo quando permette a ciascuno dei suoi membri di guardarsi allo specchio la sera e sentirsi orgoglioso, libero e pienamente umano nel proprio lavoro.