Redazione
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.49 - Art. 20 Giugno 2026]
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L’Ontologia del Due
Il dramma e lo stupore dell'Incontro con l'Altro
La scelta del tema centrale per il numero 49 del nostro Giornale Botros, programmato per il 20 giugno 2026, ovvero "Coppia scoppiata o coppia scoppiettante", ci impone di compiere un'indagine che va ben oltre la sociologia dei costumi o la psicologia clinica. Essa ci interroga su una delle questioni metafisiche più radicali del pensiero occidentale: la natura del "Due".
Che cos'è, da un punto di vista ontologico, una coppia? È la semplice somma algebrica di due unità distinte (1+1=2) o è la nascita di una terza entità, qualitativamente differente, che chiamiamo "Noi"? Nella risposta a questa domanda si gioca il confine sottile tra l'isolamento distruttivo e la relazione generativa.
Per comprendere la dinamica della "coppia scoppiata", la filosofia ci costringe a guardare alla patologia dell'Ego. Quando la relazione fallisce, spesso non è per mancanza di sentimento, ma per un errore di postura filosofica nei confronti dell'altro. Nella società contemporanea, dominata da un individualismo esasperato, l'Altro viene spesso ridotto a uno specchio in cui riflettere il proprio narcisismo o, peggio, a uno strumento per colmare i propri vuoti esistenziali. È quella che il filosofo Martin Buber definiva la relazione "Io-Esso", dove il partner non è riconosciuto nella sua alterità assoluta, ma è trattato come un oggetto di consumo, una funzione da utilizzare finché risulta efficiente o piacevole. Quando l'illusione di questo possesso svanisce e l'altro si rivela nella sua irriducibile differenza, l'impalcatura crolla: la coppia si scopre "scoppiata", poiché non è mai stata un vero incontro, ma la sovrapposizione di due solitudini egoistiche.
All'estremo opposto, la "coppia scoppiettante" incarna la bellezza della relazione "Io-Tu". In questa prospettiva, la coppia non è un porto sicuro in cui addormentarsi, né una prigione in cui annullarsi, ma uno spazio liminale di perenne tensione creativa. La filosofia della relazione ci insegna che l'identità personale non si costruisce nell'isolamento della propria coscienza — come voleva la tradizione cartesiana del Cogito — ma si riceve sempre in dono dall'altro. Io divento veramente "Io" solo nel momento in carezza o in cui entro in conflitto con un "Tu". Di conseguenza, una coppia vitale non è quella priva di ombre o di conflitti, ma quella che accetta l'alterità come un mistero da custodire e mai da addomesticare. L'altro rimane sempre, in parte, uno straniero: è proprio questa distanza insuperabile a mantenere il legame "scoppiettante", impedendo alla noia e all'abitudine di spegnere la scintilla del desiderio.
Questa dialettica dell'incontro trova una formulazione straordinaria nel concetto di "riconoscimento" di Hegel. Nella celebre dialettica tra servo e signore, la coscienza scopre che non può esistere senza il riconoscimento dell'altra coscienza. Tuttavia, se questo riconoscimento avviene attraverso la sottomissione o l'omologazione, la relazione si ammala e "scoppia". La sfida della coppia contemporanea è realizzare un riconoscimento reciproco tra pari, dove l'amore non sia fusione simbiotica (che annulla le differenze), ma alleanza di due libertà. Come scriveva magistralmente il poeta Rainer Maria Rilke, il compito più alto per due persone è che "ciascuno custodisca la solitudine dell'altro", permettendogli di fiorire nella sua unicità.
In conclusione, la riflessione filosofica per questo numero di giugno ci invita a considerare la coppia non come un dato biologico o un contratto sociale, ma come un compito etico. Essere una coppia "scoppiettante" significa avere il coraggio di abitare la faticosa via di mezzo tra l'isolamento egoistico e l'annullamento fusionale. È una scommessa ontologica che richiede pazienza, perdono e una costante disponibilità a farsi destrutturare e ricostruire dall'incontro con l'Altro. In un mondo che spinge verso la frammentazione e la digitalizzazione fredda dei legami, la resistenza più grande consiste ancora nel guardarsi negli occhi e decidere, ogni giorno, di camminare insieme verso l'ignoto.