di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.46 - Art. 17 Marzo 2026]
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Musica e società, un rapporto non sempre valutato
Premessa
La musica è arte, ma non solo, essa raccoglie in sé significati spesso stratificati e alluvionali, si mescola con il tempo e con lo spazio, ne è espressione, e anche in modo complementare assume una morfologia osmotica con un periodo storico e una data popolazione, o meglio con una data generazione. Essa diviene oggetto di interesse da molteplici discipline tra loro anche molto distanti, dalla filosofia alla fisica, dalla storia alla geografia, per inserirsi pienamente negli studi delle scienze sociali. La musica in sociologia è dunque un “fatto sociale”[1] per come qualificato da Emile Durkheim.
La musica espressione di rivoluzione sociale e culturale
In sociologia, quando si rappresenta il fattore musicale non si può non considerare che esso è un collante sociale, la musica infatti unisce e allo stesso tempo divide, crea criticità, amalgama generazioni, e allo stesso tempo ne costituisce lo spartiacque inconsapevole. Spesso i momenti di rottura sociale vengono accompagnati se non addirittura anticipati proprio da una data espressione musicale, in questa definizione essa abbraccia invero quasi ogni tipo di genere musicale, passando dal cantautorato ai gruppi rock e punk. Curioso, e allo stesso tempo innegabile, appare il “quomodo” (ovvero, parimenti a come è avvenuto anche per la rivoluzione industriale partita dall’Inghilterra nel XVIII° secolo e dai paesi continentali immediatamente a seguire, anche i nuovi venti musicali del secolo scorso sono nati ed esplosi in quelle aree geografiche)[2], a dimostrazione che la musica è oltre che un fatto sociale, un fatto dinamico e non statico, ma strettamente connesso con la cultura. Il senso di ribellione al sistema socio economico accompagna spesso la nascita e l’evoluzione di un genere musicale, ne sono stati esempi i grandi eventi musicali del passato (si pensi a Woodstock, storico festival musicale che si tenne dal 15 al 18 agosto del 1969), eventi che hanno rappresentato delle vere e proprie esplosioni di cambiamento culturale e sociale[3].
Esso rappresenta l’apice e l’inizio del declino della cultura hippy, ma anche frattura con le logiche di potere, la valenza socio-politica è dunque innegabile ma soprattutto poderosa, soprattutto se si pensa che sono gli anni in cui gli Stati Uniti creavano cantieri bellici in giro per il pianeta (oggi questa drammatica situazione di ripropone con forza), il Vietnam, la Corea, il sud America, e le proteste giovanili contro la guerra e contro gli omicidi politici come quelli dei Kennedy e razziali come Martin Luther King erano divenuti dei veri pilastri di protesta ideale e idealizzata. La musica in questa visione sociale assunse la valenza di una vera e propria “contro cultura” con la libertà umana in quanto baluardo da erigere a corollario del modo di vivere, con un mondo orientato come uno scenario da palcoscenico[4] nel quale ognuno esprime la sua libertà assoluta di individuo. Di converso, però, occorre ravvisare che proprio il concetto di libertà individuale viene interpretato in altre culture come sinonimo di egoismo poiché l’interesse del singolo prevale su quello della collettività.
Musica liquida
L’aspetto liquido della società pervade anche la musica? E’ chiaro il riferimento a Bauman, ma in questo frangente non si riferisce alla teoria della società liquida, bensì a quella particolarissima esperienza musicale generalmente nota come “psichedelica”, ovvero oltre i meandri della razionalità, quella che porta l’essere umano e un gruppo che si riconosce in quello stato d’animo collettivo semplicemente alieno al sistema sociale in essere, una ribellione, una follia per alcuni versi autodistruttiva (utilizzo di LSD con effetti devastanti sull’individuo) e allo stesso tempo liberatoria. Ebbene, l’esempio storico musicale e sociologico più rappresentativo e non commerciale è dato dalla musica prodotta in territorio anglosassone dagli anni 70 del secolo scorso e persino sino ad oggi.
Pink Floyd, letteralmente tradotto in “Fluido Rosa” è l’emblema di questo fenomeno sociale e musicale, l’enorme produzione artistica di questo gruppo che ha avuto ed ha ancora oggi un impatto socio politico immenso e straordinario può essere racchiuso nell’esplosione psicosociale di “Confortably numb”, ovvero “piacevolmente insensibile”, e il dialogo tra due entità individuali che sono allo stesso tempo collettivi, sociali, massivi e perciò rilevanti, l’assolo ineguagliabile di David Gilmour che spezza e chiude il brano è un esempio di coinvolgimento collettivo, un’esperienza sociale, che esplode nei live, in quei “non luoghi”[5] descritti da Marc Augé, laddove ogni spazio di incontro sociale diviene un ossimoro, tra solitudine e distacco collettivo pur nell’insieme sociale, in un certo senso l’essere alieni ad un contesto sociale, esattamente quello che accade anche in “Creep”, titolo di un brano dei Radio Head che meglio rappresenta la frattura sociale tra l’individuo e il contesto esterno, l’ambiente circostante che rappresenta un muro invalicabile.
Quando il consumismo divora la musica
Ed eccoci finalmente arrivati ad oggi, consumismo e musica, banalità e soldi, ignoranza e sottocultura, testi misogini e assenza di musica pensata, scritta ma soprattutto conosciuta. Sembra immeritevole sentenziare sul come il fenomeno musicale odierno si sia configurato, eppure per quanto possa apparire scontato è indubbio che il mercato discografico sia ormai nelle mani oligopolistiche di pochi soggetti che decidono chi deve o non deve vincere una competizione musicale nazionale o internazionale, quale brano deve avere successo, che tipo di melodia o testi utilizzare, tutto questo ha un motivo, un quid pluris, un leit motiv che ne determina lo scopo ultimo. E’ qui che entra in gioco paradossalmente la liquefazione sociale di cui parla Bauman, e la musica liquida consumistica ne è un’espressione sociale, la trap che si forma per strada con fraseologica violenta, patriarcale con testi che quasi sempre mettono il genere femminile al centro come pure oggetto sessuale dispregiativo, la donna da sporcare, da possedere, da violare ripetutamente e persino da ingravidare, trovano in questa fenomenologia sociale la base distruttiva, che sotto il profilo sociopolitico ha radici arcaiche, e che periodicamente torna alla ribalta impazzando nelle radio o nei talk show televisivi, creando dei veri e propri mostri/miti sociali dal guadagno facile e dalla gestualità criminosa.
Cosa si ascolta oggi? Che tipo di musica è quella costruita da un sintetizzatore e con delle rime dette e ridette? Uno che usa una tecnologia come “l’autotune” può essere considerato ancora un musicista, un cantante e che pur tuttavia gonfia gli ascolti e le tasche senza merito se non quello di rispondere a dei centri di potere che dettano tempi, ritmi, qualità e messaggi sociali? La società liquida e la modernità solida rappresentano lo specchio nei quali si cala l’odierno scenario musicale, privo di ancoraggi se non l’effetto del consumismo più estremo, una mercificazione incontrollata[6], dentro la quale è finito anche l’essere umano divenuto lui stesso merce usa e getta[7].
Espressività sociale della musica
Se è vero che la musica sia un linguaggio sociale collettivo, un collante, è altrettanto vero che essa è uno strumento di sincronizzazione collettiva, un termometro che misura la temperatura sociale in un dato momento storico e in un dato spazio territoriale. Quando l’espressività sociale cala bruscamente e il prodotto che viene dato letteralmente in pasto alla massa è privo di sussistenza socio artistica, si realizza esattamente l’effetto inverso che invece la musica dovrebbe provocare dal punto di vista sociale in una società. Il nulla produce il nulla sotto il profilo intellettivo, niente riflessività, niente dissenso, niente senso critico. Quando ascolto un brano che racconta l’orrore della guerra, la mia mente si pone degli interrogativi. Questo accade perché gli essere umani sono animali sociali, non è un problema di empatia o di simpatia, bensì di consapevolezza prima individuale e poi collettiva.
Non si può disconoscere che anche la musica è frutto dei tempi che stiamo vivendo, ed è anch’essa fortemente influenzata dal potere, che non vuole mai un popolo istruito e pensante, critico, esigente, ma, una folla che cerca l’animale capo da seguire[8]. In questa accezione, la musica diviene null’altro che uno strumento per comprimere l’evoluzione mentale e la consapevolezza individuale. Meno leggo, meno ascolto, più sono mansueto. Se poi leggo e ascolto il nulla, l’effetto sociale calmierante è assicurato e i risultati globali sono evidenti.
Conclusioni
Non saprei onestamente oggi come leggere i tempi attuali, né di come la musica possa risvegliare le coscienze sociali. Siamo in un periodo storico brutale, la legge del più forte rappresenta il simbolo fondante del nuovo ordine mondiale. Un capo di stato che riceve nella sua residenza i padri pastorali che collettivamente impongono le mani sul suo capo affinché Dio gli dia forza per combattere. Chi ha un’altra fede lascia presagire eventi tristi, una nuova crociata, un medioevo post moderno che scardina decenni di conquiste civili e giuridiche, e per quanto possa apparire folkloristico, di musicale ha ben poco.
Stiamo attraversando un periodo di frattura sociale (cleavage)[9], una divisione profonda nel tessuto organizzativo della società (economiche, sociali, politiche, etniche, generazionali), questa frattura o meglio fratture, riflettono le enormi diseguaglianze sociali, che divengono strutturali, non più congiunturali nella distribuzione del potere e delle risorse, ma fotografano in maniera indiscutibile il fallimento e il paradosso del sistema capitalistico odierno.
[1] George Ritzer, Jeffrey Stepnisky, Teoria sociologica, UTET, 2020.
[2] P. Massa, G. Bracco, A. Guenzi, J.A. Davis, G.L. Fintana, A. Carreras, Dall’espansione allo sviluppo – Una storia economica d’Europa, Giappichelli, 2011.
[3] Gennaio Iorio, Considerazioni su un approccio interazionista allo studio dei macro aggregati sociali, Sociologia, Rivista Quadrimestrale di Scienze Storiche e Sociali n. 1/2016, Gangemi Editore, 2016.
[4] Zygmunt Bauman, Sociologia della post modernità, Armando Editore, 2021.
[5] Marc Augé, Non luoghi, Elèuthera, 2024.
[6] Gildo De Stefano, Una storia sociale del jazz, Eteretopie, 2015.
[7] Luca Vetrugno, La Sociologia di Bauman e la musica dei Radio Head ci spiegano cosa è la post modernità, 2019. https://www.ilsuperuovo.it/la-sociologia-di-bauman-e-la-musica-dei-radiohead-ci-spiegano-cose-la-post-modernita/
[8] Umberto Galimberti, Il tramonto dell’occidente, Feltrinelli, 2005.
[9] Filippo Barbera, Ivana Pais, Fondamenti di Sociologia economica, Egea, 2016.