di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.46 - Art. 17 Marzo 2026]
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Se analizziamo la storia delle civiltà con onestà intellettuale, dobbiamo ammettere che la politica non è fatta solo di leggi, decreti o discorsi parlamentari, ma anche di una precisa gestione dell'ambiente sonoro in cui i cittadini sono immersi. Fin dall'antichità, il potere ha compreso che la musica possiede una capacità unica di agire sul sistema nervoso e sulle emozioni collettive, bypassando il filtro del pensiero critico, per generare un'immediata sincronizzazione dei corpi e delle menti. Non è un caso che ogni regime, sia esso autoritario o democratico, si sia dotato di una propria "colonna sonora" fatta di inni, marce e canti patriottici, strumenti pensati non per elevare lo spirito del singolo, ma per sciogliere l'individuo in una massa uniforme e facilmente direzionabile.
Il controllo del ritmo è, in ultima istanza, una forma di controllo biopolitico: quando un intero popolo viene spinto a marciare o a cantare all'unisono, si sta compiendo un atto di sottomissione fisica prima ancora che ideologica. La musica utilizzata in questo modo diventa una tecnologia del consenso, che annulla la naturale dissonanza delle opinioni personali in favore di una consonanza artificiale e rassicurante. In questo scenario, la politica smette di essere il luogo del confronto logico tra diverse visioni del mondo e si trasforma in una performance coreografica, dove il cittadino non è più un interlocutore, ma un elemento di una partitura scritta da altri che deve limitarsi a seguire il tempo dettato dall'alto.
Oggi, nell'era della comunicazione digitale e della propaganda liquida, questa manipolazione sonora ha cambiato forma ma non sostanza, diventando forse ancora più pervasiva perché meno evidente. La politica contemporanea ha abbandonato la solennità delle grandi composizioni per rifugiarsi nella brevità ossessiva dei "jingle" elettorali e degli slogan campionati, che funzionano esattamente come i tormentoni estivi: tendono ad occupare lo spazio mentale del pubblico impedendo lo sviluppo di un ragionamento che conduce a scelte personali. Siamo passati dalla sinfonia della gestione del bene comune alla cacofonia del conflitto permanente, dove chi urla più forte non cerca di convincere l'avversario, ma semplicemente di coprire la sua voce, rendendo impossibile ogni forma di ascolto reciproco e di sintesi democratica.
Eppure, esiste una possibilità di intendere la politica come un esercizio di contrappunto, dove la diversità delle voci non è vista come un disturbo, ma come la condizione necessaria per la creazione di un'armonia superiore. La vera democrazia non dovrebbe somigliare a un coro che ripete la stessa nota , ma a un'orchestra o a un'improvvisazione jazz, dove la struttura di base è condivisa ma ogni partecipante ha la libertà e la responsabilità di apportare il proprio contributo originale. In questo senso, fare politica significa saper gestire le tensioni sonore della società, non soffocandole nel silenzio dell'indifferenza o nel frastuono del populismo, ma modulandole affinché possano coesistere in un progetto comune che rispetti la dignità e la frequenza specifica di ogni individuo.
Dobbiamo esigere dai nostri rappresentanti che tornino a essere dei "compositori di lungo termine", capaci di immaginare spartiti sociali che vadano oltre la scadenza del prossimo mandato o della prossima elezione. Una politica che perde la sua musicalità, intesa come capacità di sentire il battito reale della popolazione e di organizzarlo in una visione coerente, è una politica che ha fallito la sua missione umana.
Riconquistare la sovranità sul nostro ritmo vitale significa dunque rifiutare le melodie prefabbricate del potere per tornare a scrivere, insieme e con rigore, la partitura di una comunità che sappia ancora sognare un'armonia fondata sulla giustizia e sulla verità.