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di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.46 - Art. 17 Marzo 2026]
 

La vibrazione dell'essere e il rigore del ritmo


La musica non è un accessorio decorativo dell'esistenza, né un semplice sottofondo utile a riempire i vuoti del silenzio o a distrarre la mente dalle fatiche quotidiane. Se guardiamo alla realtà con lo sguardo della fisica moderna, scopriamo che l'universo non è un insieme di oggetti statici, ma un complesso sistema di vibrazioni dove la materia stessa non è altro che energia organizzata secondo frequenze specifiche. In questo senso, possiamo affermare che tutto ciò che esiste risuona e che l'essere umano non "ascolta" semplicemente la musica, ma la gusta perché ne è costituito nella sua struttura biologica e atomica più intima.

Oggi però viviamo immersi in quello che definirei un inquinamento acustico permanente, mascherato da intrattenimento o da progresso tecnologico. Questo rumore di fondo, fatto di ritmi ossessivi e semplificazioni sonore, serve spesso a coprire l'incapacità dell'uomo contemporaneo di stare di fronte a sé stesso e di percepire il proprio battito interiore. Abbiamo scambiato la velocità del segnale digitale con il ritmo naturale del vivere, finendo per diventare spettatori passivi di una cacofonia, che ci impedisce di distinguere ciò che è armonia da ciò che è pura interferenza emotiva.

Come direttore di questo giornale, sento il dovere di invitare i lettori a recuperare un concetto di armonia che sia autentico e non puramente estetico. L'armonia non è la banale assenza di contrasto o l'appiattimento delle differenze in un suono uniforme e rassicurante. Al contrario, essa è l'integrazione sapiente e talvolta faticosa delle diversità, dove ogni nota mantiene la propria identità specifica proprio mentre si fonde in un'unità superiore. Un accordo musicale è una lezione di convivenza civile e umana: se una sola nota prevalesse sulle altre per pura forza o volume, il risultato non sarebbe musica, ma sopraffazione acustica.

Scegliere la musica come tema centrale di questo numero di marzo significa dunque impegnarsi a ritrovare la "giusta misura" nelle nostre relazioni e nel nostro pensiero. Non si tratta di assumere un atteggiamento nostalgico verso le melodie del passato, ma di essere consapevoli che senza rispetto dei tempi musicali e senza una struttura logica, la comunicazione umana decade in un rumore indistinto e violento. Dobbiamo avere il coraggio di recuperare il valore del silenzio, non come vuoto spaventoso, ma come spazio necessario affinché la melodia dell'altro possa raggiungerci senza le distorsioni del nostro ego.

La sfida che lanciamo con queste pagine è quella di tornare a essere esecutori consapevoli del nostro spartito esistenziale, rifiutando la pigrizia di chi si limita a subire i ritmi imposti dal mercato o dalle mode del momento. Essere umani significa, in ultima analisi, saper modulare la propria voce in modo che possa vibrare insieme a quella della comunità, cercando costantemente quel punto di equilibrio tra la libertà del solista e la responsabilità dell'orchestra. 

Solo riappropriandoci della nostra frequenza originaria potremo sperare di ricostruire una società che non sia solo un accumulo di solitudini rumorose, ma una vera e propria sinfonia di vita consapevole.

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