di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.46 - Art. 17 Marzo 2026]
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La Pietas ritrovata
Il sacro che si fa impegno civile tra mito e modernità
Viviamo in un’epoca che sembra aver smarrito il senso del ‘sacro’. Da un lato, le istituzioni religiose attraversano una profonda crisi di rilevanza, percepite spesso come strutture di potere arroccate o come custodi di un sacro confinato esclusivamente nel rito. Dall’altro, la politica e le istituzioni civili faticano a garantire ordine e convivenza pacifica, tendenzialmente monopolizzate da autocrati, che strumentalizzano la Bibbia e la religione. Qualche giorno fa il Ministro della guerra degli Usa, Peter Hegseth, citando il Salmo 114, concludeva in suo discorso così: “Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia”. La cosa non è nuova. Da Mussolini, “l’uomo della provvidenza”, a Berlusconi, “l’unto del Signore”, fino alle recenti dichiarazioni sull’Anticristo di P. Thiel, la religione viene strumentalizzata a fini politici, finanziari e tecnologici, profanando il senso del sacro e, in ultima istanza, i diritti fondamentali dell’uomo.
In questo scenario di frammentazione postmoderna e secolarismo esplicito, emerge l’urgenza di recuperare l’antico concetto di pietas. Lungi dal rappresentare un nostalgico ritorno al passato, la pietas custodisce gli elementi che hanno plasmato la nostra cultura religiosa e civile. Riscoprirla significa restituire valore al sacro in questo nuovo contesto.
L’eroe del dovere: la pietas virgiliana
Un esempio illustre di questa virtus lo troviamo nell’eroe dell’Eneide, definito fin dal proemio come un «virum insignem pietate» («un uomo insigne per pietà»; I, v. 10). La pietas di Enea, però, non è un sentimento intimista, ma un’obbedienza, accolta con decisione, a un disegno superiore. Questa virtù si manifesta drammaticamente nel distacco da Didone. Enea soffoca il proprio amore umano per farsi esecutore della volontà divina, quando gli viene ordinato di abbandonare Cartagine per seguire il suo destino, raggiungere l’Italia, esclamando: «hic amor, haec patria est» («questo è il mio desiderio, questa è la mia patria»; IV, v. 347). L’amore del singolo viene assorbito dalla missione collettiva, che trova la sua giustificazione profetica nelle parole di Anchise nell’oltretomba. Egli ricorda al figlio che il destino di Roma è dominare i popoli per imporre la pace: «Tu regere imperio populos, Romane, memento / (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, / parcere subiectis et debellare superbos» («Tu, o Romano, ricorda di governare i popoli con il tuo impero — queste saranno le tue arti — di imporre una norma alla pace, di risparmiare i sottomessi e abbattere i superbi»; VI, vv. 851-853). La pietas è qui il motore di un impero che si fa artefice di ordine e civiltà.
La pietas come fondamento dello Stato
Questa intuizione virgiliana trova la sua codifica politica in Cicerone. L’oratore vanta il primato romano non nella forza delle armi o nell’astuzia, ma nella superiorità religiosa. Scrive Cicerone: «abbiamo superato tutti i popoli e tutte le nazioni per la pietas, per la religione e per questa unica sapienza: l’aver compreso che tutto è retto e governato dal volere degli dei» (De haruspicum responsiis, 9, 18-19). In questa prospettiva, la pietas assume un valore civile assoluto: essa è la “sapienza” che sostiene l’Impero, trasformando l’ossequio al sacro in stabilità politica. Questo legame tra sacro e potere civile sarà ripreso secoli dopo da Dante nel De Monarchia, dove il sommo poeta sancisce che il dominio di Roma non fu usurpazione, ma elezione: «Romanum imperium de fonte nascitur pietatis» («l’impero romano nasce dalla fonte della pietà»; II, v. 5). Per il mondo antico e medievale, lo Stato trova dunque la sua legittimazione ultima in questa fonte sacra, una pietas che “invera” l’autorità politica. Una posizione che rimane sostanzialmente intatta fino a Hegel. Secondo il filosofo idealista, la religione ha il compito cruciale di “inverare” lo Stato: essa non è un elemento esterno, ma la manifestazione dello Spirito che educa il cittadino a vedere nella legge non un’imposizione, ma la propria stessa libertà. Fino a questo punto della storia, il sacro funge da collante che unisce il ‘cuore’ dell’individuo alla ‘macchina’ delle istituzioni.
La rivoluzione cristiana: la pietas erga miseros
Giuseppe De Luca, sacerdote e teologo, nell’Introduzione alla storia della pietà (1962), opera un passaggio fondamentale verso la modernità. Egli recupera la pietas classica, liberandola dalla fredda ‘ragion di Stato’, per restituirla alla dimensione dell’amore verso tutti, in particolare, gli ultimi, chi non ha potere. Se la pietas antica era rivolta alla patria e ai padri (erga patrem et patriam), De Luca sottolinea l’importanza della «pietas erga miseros» («pietà verso i poveri/infelici»), il sacro che si manifesta come amore concreto verso gli ultimi. Per lo studioso, la pietà non è un’infiammatura momentanea, ma una «consuetudine d’amore» (p.7) che permea l’intera esistenza. Con una provocazione audace (pp 12-13), De Luca giunge a scorgere la pietas persino nel rovente desiderio di giustizia sociale di un ateo come Lenin, vedendo in quell’odio verso la “religione dei preti” un desiderio distorto ma reale di compiere il volere di Dio a favore dei poveri. In questa prospettiva, l’odio rivoluzionario contro l’oppressione non sarebbe che una ‘pietas distorta’: un’energia originariamente sacra che, pur avendo smarrito la relazione con il trascendente, conserva la fame di un assoluto e di una giustizia totale. Lenin, nell’ottica di De Luca, incarna il paradosso di un desiderio reale di compiere il volere di Dio — la dignità degli ultimi — attraverso la negazione di Dio stesso. È una pietas che si fa ideologia, diventando tragicamente spietata nel metodo, ma che rivela, paradossalmente, quanto il bisogno di sacro sia ineliminabile anche laddove lo si voglia estirpare. Vi è, dunque, una ‘sacralità’ dell’umano, garantita da una volontà divina (per il credente) o da istanze etiche (per il laico), che deve essere riproposta oggi perché le istituzioni la tutelino.
Gaudium et spes: l’umano grembo del divino
Questa nuova concezione del sacro, approfondita poi dal Concilio Vaticano II, smette di essere separata dalla realtà umana per diventarne il cuore pulsante. E qui troviamo indicazioni importanti per pensare la pietas ‘cristiana/umana’ e poter riflettere sul destino della Chiesa oggi. Infatti, con la dichiarazione Gaudium et spes, di cui si è celebrato il 60° anniversario della promulgazione (avvenuta il 7 dicembre 1965) sono venuti importanti suggerimenti sul superamento della distinzione tra la visione del soprannaturale e del naturale. Per cui l’‘umano’ non deve essere pensato come qualcosa di separato o contrapposto al ‘divino’, magari inteso con una connotazione radicalmente negativa, perché c’è un “germe divino” che vi abita e che rende “genuinamente” umano il senso della vita in questa storia, quando vi è la ricerca sincera del bene. Come avveniva presso gli antichi romani, ma anche presso altre culture e civiltà: dalla eusebeia greca alla maat egizia, dallo xiao cinese al dharma indiano. L’umanità di ogni tempo e latitudine ha raccontato una disposizione naturale al rispetto, alla responsabilità e all’impegno per il bene di tutti. Questo senso del sacro, che si fa impegno civile, è la prova che la storia non è un deserto spirituale, ma un terreno già pregno di una tensione verso l’Assoluto.
Una spiritualità sciolta nella storia: la Chiesa-Lievito
Alla luce degli insegnamenti di Gaudium et spes, l’ecclesiologia contemporanea deve convergere verso una spiritualità ispirata radicalmente dal Vangelo. L’immagine proposta in Gaudium et spes, 40 è quella del ‘fermento’, riprendendo l’immagine evangelica del regno come ‘lievito’ (Mt 13,33): un elemento che non esiste per se stesso, ma per sparire nella farina e far fermentare la massa. La pietas non può più essere intesa come un atto di culto separato dalla vita o un sistema di potere istituzionale; essa deve essere “sciolta nella storia”. La riforma liturgica del Vaticano II incarna proprio questa visione: il sacro non è più un confine che divide, ma una forza che feconda la storia umana. Una Chiesa fedele a questa vocazione non chiede di essere servita dallo Stato, ma di servire l’umanità, trasformando la “disposizione naturale” degli uomini in una carità sociale che rende sacro ogni gesto di autentica giustizia.
Essere cristiani significa scoprire che la fede è impegno civile e sociale totale. Non c’è adorazione di Dio senza rispetto per lo Stato, cura per la famiglia e dedizione alla collettività.
La pietas moderna, riprendendo l’antica lezione romana e con l’apporto della rivelazione cristiana, è la forza di chi riconosce Dio proprio lì, dove l’uomo soffre, lavora e costruisce il bene comune e non dove porta guerre, sopraffazione e odio.