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di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.45 - Art. 19 Febbraio 2026]

L'alcolismo sociale, un rito collettivo tra consumismo e immagine del se


Premessa

In genere in sociologia è una prassi consolidata quella di demarcare il fenomeno legato all’utilizzo di bevande alcoliche tra culture asciutte e culture bagnate, questa demarcazione ci dà già il senso di come il fenomeno viene ascritto ad aspetti di natura culturale[1]. Le culture asciutte sono quelle continentali, nord Europa e aree anglosassoni, quelle bagnate afferiscono invece all’area mediterranea. Nella prima, il bere è indirizzato verso il consumo di birra e liquori, nella seconda invece si predilige il vino sia per tradizioni storiche che appunto culturali. 

Nella prima, il bere è una prassi di trasgressione che trova genesi fuori dall’ambito familiare, si tratta di paesi non produttori, ma marcatamente consumatori, il consumo abituale e quotidiano non risiede in ambito familiare, esso è esogeno ad esso, ha la funzione di un processo di intossicazione (ubriacatura, il binge drinking) e i luoghi sono in genere pub o ristoranti. La frequenza di questa abitudine è generalmente settimanale (uscite, stadi, concerti). Al contrario, nelle culture bagnate, il vino rappresenta una tradizione secolare familiare, attraverso esso si muove anche il meccanismo di socializzazione esofamiliare. 

Nelle prime culture gli ordinamenti hanno adottato strumenti di contenimento a forte valenza regolamentare e sanzionatoria, nelle seconde invece gli ordinamenti hanno adottato politiche soft di contenimento senza criminalizzarne l’uso del bere (vino). Il bere vino nell’Europa mediterranea è dunque un “fatto sociale”[2], il rimando alle teorie di Mauss e Durkheim è dunque un atto dovuto.

Il bere come prassi sociale

Intorno al significato rituale del bere si possono riscontrare almeno due direttrici, la prima che afferisce alla socialità, allo stare insieme, allo sviluppo delle relazioni e dei gruppi sociali, la seconda invece ha carattere meramente individuale, di come il soggetto attraverso questa abitudine si inserisce all’interno di contesti sociali più o meno ampi. La prima può essere definita “dinamica”, la seconda “statica”. 

Che significato ha l’aggregazione sociale che viene a costruirsi intorno ad una pratica strettamente sociale come quella del bere? Il ritrovarsi in un dato posto, in un determinato momento storico (dimensione spazio temporale), può essere ricondotto all’interno della cornice della socializzazione pacifica. In essa infatti si realizzano e si sviluppano relazioni sia superficiali che profonde. Non è l’atto del bere il motore che costruisce le variabili ambientali, bensì ciò che esso realizza in una dimensione ontologica sociale. L’uso di alcol infatti determina un effetto pratico del facilitare la costruzione delle relazioni, l’abbassamento dei livelli di “minimal selfcontrol” induce gli individui ad essere può propensi all’esposizione sociale determinando un effetto di accrescimento relazionale (che può essere di breve termine, ma può anche determinare la costruzione di relazioni durature). 

L’aspetto statico è strettamente connesso invece alle vicende individuali e soggettive, infatti il bere può essere anche uno strumento di difesa e di chiusura sociale volontaria. In un certo senso l’individuo assume alcolici come strumento o mezzo mediante il quale trovare una collocazione di confort zone asociale. Ancora, torniamo brevemente sul significato del bere come fatto sociale, nella sua duplice conformazione, ovvero uso e abuso di sostanze alcoliche. Entrambe le abitudini sono sempre frutto di motivazioni sia individuali che sociali/collettive, ma gli effetti sull’individuo e sulla società sono differenti e molteplici. Se bere è un fatto sociale che genera identità e alterità, l’equazione letterale che ne deriva è che “l’uomo è ciò che beve” e soprattutto come, quanto, e cosa beve. Il fenomeno si ascrive al profilo storico culturale e antropologico, per questo quello che beviamo rientra in un fatto culturale sociale. 

L’assunzione moderata di queste bevande è considerata in molte culture come un dono divino, uno strumento di ritualità (anche religioso), ancora un dono da offrire ad un ospite per dargli il benvenuto e sancire la valenza della compagnia, esso ha dunque un potere socializzante[3], il fenomeno in questa chiave di lettura si afferma come un catalizzatore sociale della natura umana, ovvero l’essere quello che descrive ed inquadra l’uomo come un animale sociale. Dall’altro lato, ovvero quello dell’abuso, esso è un vero e proprio problema sociale che ha ricadute socio sanitarie molto marcate non solo dal punto di vista dell’integrità fisica, ma anche sul versante psicologico, nel prossimo paragrafo approfondiremo questa tematica dolorosa e non certo conviviale, poiché in essa entra in gioco la sofferenza umana sia del soggetto abusante ma anche delle famiglie, e in questo si esprime l’impatto sociale dell’abuso di sostanze alcoliche.     

Alcol, effetti diretti e indiretti ovvero metodologia D.I.S. in Sociologia

La sociologia della salute ci insegna che una pratica, un comportamento “individuale-collettivo”, assume valenza sotto molteplici aspetti, e persino l’uso e abuso di sostanze alcoliche determina effetti che vanno al di là del comportamento individuale del singolo soggetto riversandone l’impatto anche sul contesto sociale micro e macro. I dati che si palesano in merito alla problematica sono compositi e allo stesso tempo chiari, emerge un impatto negativo soprattutto sulle fasce giovanili.  Già a livello europeo i dati sono allarmanti, circa l’80% degli adolescenti fa uso abituale di alcol, in Italia siamo all’84 % con inizio del consumo medio intorno ai 13 anni, mentre lo sviluppo del disturbo da abuso di alcol si consolida introno ai 30 anni. Vale la pena ribadire che l’alcol è una sostanza cancerogena che porta nel tempo allo sviluppo di pesanti patologie oncologiche con un tasso di mortalità impressionante, circa 20.000 morti all’anno ed è la prima causa di mortalità nella fascia di età sino ai 29 anni. 

Nell’ultimo decennio i decessi per abuso di alcol con sviluppo delle relative patologie con diagnosi nefasta sono stati circa 435.000[4], dati devastanti. Ricordiamo ancora una volta che l’analisi dei dati va inquadrata con la metodologia molto cara alla Sociologia della salute, D.I.S.[5], avremo quindi le tra diverse facce della malattia, non soltanto sotto il profilo medico diagnostico[6]. Invero il Disease rappresenta la malattia/patologia per come viene affrontata, studiata dalla medicina e dal personale sanitario. L’Illness è invece il percorso umano della persona che vive la malattia, la sofferenza, il dolore, l’esperienza prettamente soggettiva. Infine Sickness è quella particolare costruzione sociale che il sistema fa della malattia. In sostanza il come la società qualifica la malattia della persona, l’individuo malato interagisce in tale veste con il contesto sociale che a sua volta lo qualifica proteggendolo[7] (si pensa alle assenze dal lavoro per malattia ugualmente retribuite, alle cure, ai farmaci, anche se su questo versante si registra da qualche decennio una contrazione delle politiche pubbliche e quindi dello stato sociale)[8]. 

Proprio la configurazione triangolare del fenomeno può darci quadrature diverse ma complementari tra di loro che aiutano i ricercatori non solo sanitari ma anche sociali, su come, e quali azioni correttive porre in essere di fronte al problema.

Il profit produttivo e la propensione endogena al consumo di alcolici

Quello che oggi si registra nelle fasce giovanili non è tanto l’uso o abuso di vini, bensì di miscugli alcolici a base di bevande energetiche (tipo red bull) con super alcolici, una miscela esplosiva per l’organismo umano, dannoso e devastante per il sistema epatico e cardiocircolatorio, i danni e le sofferenze si vivranno dopo, nel tempo, e non sempre con diagnosi facilmente gestibili. Questo malsano costume, assume però rilevanza proprio perché indotto, e ancor di più si palesa sul come la deriva comportamentale (abitudine e propensioni a ingurgitare tali miscugli) sia strettamente legata alla diseguaglianza sociale. Infatti, è nelle classi meno abbienti che si può verificare il maggior uso di tali bevande, quasi una forma di fuga e di ribellione ad un conformismo e perbenismo scontato e pleonastico. Sembra paradossale, ma la teoria economica “dell’utilità marginale decrescente”[9] non risponde affatto rispetto al consumo di alcolici. In un cero senso la teoria richiamata che affonda le radici nell’economia neoclassica rifacendosi alla legge dei “bisogni saziabili” secondo la quale dosi crescenti di un determinato bene danno al consumatore un’utilità marginale sempre più minore. 

Ebbene questa ricostruzione teorica economica non funziona con il fenomeno dell’iper-consumo degli alcolici, laddove accade invero il contrario e salta persino la legge economica del rapporto reddito/consumo. Siamo quindi di fronte ad una vera e propria dipendenza organica e sociologicamente una dipendenza indotta e non auto-generativa esattamente come per il tabacco o altra sostanza speculare.

Conclusioni

Tra il bere per piacere e il bere per distruggersi esiste una grande e precisa demarcazione non sempre facilmente percepibile, occorre come sempre informazione e condivisione dei dati, occorre educazione verso l’utilizzo, o meglio verso la pratica del bere, avendo sempre ben chiaro che tutto ciò che il “sistema potere” realizza non è mai per l’interesse collettivo ma sempre per l’interesse individuale egoistico di chi il potere lo gestisce. 

Anche le malattie derivanti dall’abuso di alcolici generano profitti e spesso purtroppo si tratta di extra-profitti a discapito del benessere collettivo e della dignità umana.



[1] Stefania Tusini, Fabio Voller, Il consumo di vino come fatto sociale, Edizioni Altravista, 2018.   https://www.edizionialtravista.com/media/pdf/estratto/anteprima-9788899688325.pdf 

[2] Vincenzo Corsi, La sociologia tra conoscenza e ricerca, Franco Angeli, 2009.

[3] Gianni Moriani, L’uomo è ciò che beve. Una storia del bere, dagli alcolici ai caffeinati, Cierre Edizioni, 2023.

[4] Fabio Di Todaro, Fondazione Veronesi, 2018.  https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/alimentazione/lalcol-provoca-piu-morti-435mila-in-dieci-anni-del-fumo-e-delle-droghe

[5] Antonio Maturo, Sociologia della malattia, U’introduzione, Franco Angeli, 2022.

[6] Rocco Di Santo, Disease, Illness e Sickness: Le dimensioni della malattia, https://www.docenti.unina.it/webdocenti-be/allegati/materiale-didattico/318846

[7] Guido Giarelli, Vito Giovannetti, Il Servizio Sanitario Nazionale Italiano in prospettiva Europea, Franco Angeli, 2019.

[8] Maurizio Ferrera, Matteo Jessoula, Le politiche sociali, Il mulino, 2025.

[9] Giuseppe Sobbrio, Economia del settore pubblico, Giuffrè Editore, 2010. 

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