di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.45 - Art. 19 Febbraio 2026]
Esiste una schizofrenia di fondo nel rapporto tra lo Stato e l'alcol che non possiamo più fingere di ignorare.
Da una parte le istituzioni spendono miliardi di euro in sanità pubblica per curare cirrosi, incidenti stradali e patologie psichiatriche derivanti dall'abuso etilico.
Dall'altra lo stesso Stato incassa miliardi attraverso le accise e le tasse sulla vendita di quegli stessi prodotti.
Siamo di fronte a un sistema politico che lucra sulla malattia che esso stesso contribuisce a diffondere, comportandosi come un piromane che vende anche gli estintori.
La politica non ha mai avuto il coraggio di affrontare il tema dell'alcolismo come un'emergenza sociale, limitandosi a campagne pubblicitarie timide e ipocrite del tipo "bevi responsabilmente".
Ma come si può chiedere responsabilità a chi sta assumendo una sostanza che, per definizione chimica, inibisce i freni inibitori e la capacità di giudizio?
È un cortocircuito logico che nasconde una verità più amara e meno confessabile.
Un popolo leggermente stordito è più facile da governare di un popolo perfettamente lucido.
L'alcol funge da ammortizzatore sociale a basso costo.
Se togliessimo improvvisamente la bottiglia a milioni di persone insoddisfatte, precarie e sole, probabilmente avremmo una rivolta sociale nel giro di poche settimane.
La disperazione, se non viene anestetizzata, si trasforma in rabbia politica.
Lasciare che l'alcol scorra a fiumi serve a mantenere lo status quo, a rendere sopportabile l'insopportabile, a silenziare le domande scomode sul senso del lavoro e della giustizia sociale.
La vera rivoluzione oggi non si fa con le armi, ma con la lucidità.
Essere sobri in una società che ci spinge costantemente all'ebbrezza è un atto politico radicale.
Significa rifiutare l'anestesia di Stato e guardare in faccia la realtà, anche quando è brutta, per trovare la forza di cambiarla davvero e non solo di dimenticarla per qualche ora.
La politica seria dovrebbe preoccuparsi di costruire una società dove non sia necessario bere per sopravvivere alla giornata.
Tutto il resto è solo contabilità del vizio.
Il dibattito sulla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante sembra oggi prigioniero di una polarizzazione ideologica che impedisce di vedere le crepe strutturali di entrambe le posizioni in campo.
L'analisi dei recenti casi di cronaca, che evidenziano una preoccupante contiguità anche familiare all'interno dei tribunali, impone una riflessione che vada oltre lo slogan politico per approdare a un rigore intellettuale necessario.
Da un lato, i sostenitori della separazione delle carriere presentano la riforma come la panacea contro ogni distorsione corporativa del sistema.
Tuttavia, è lecito domandarsi se la separazione formale delle funzioni sia davvero lo strumento idoneo a risolvere criticità che appaiono, a un esame più attento, di natura squisitamente etica e deontologica.
L'esperienza internazionale, come il modello portoghese, dimostra che la divisione delle carriere non eradica automaticamente le dinamiche di contiguità o di appartenenza a una medesima cultura castale.
Il rischio reale è quello di tentare una complessa operazione di chirurgia costituzionale per correggere ciò che dovrebbe essere regolato da un ferreo codice sui conflitti di interesse e sulla trasparenza delle relazioni personali negli uffici giudiziari.
Dall'altro lato, la difesa a oltranza dell'unicità della carriera rischia di trasformarsi in una tutela d'ufficio di un sistema che ha mostrato evidenti segni di cedimento.
Sebbene la preoccupazione che il Pubblico Ministero possa scivolare sotto il controllo dell'Esecutivo sia legittima, non si può ignorare come l'attuale "convivenza" sotto lo stesso tetto istituzionale abbia favorito la creazione di una casta spesso autoreferenziale.
La "terzietà" del giudice, pilastro del giusto processo, rimane un concetto astratto se chi giudica condivide con chi accusa non solo gli spazi fisici, ma soprattutto le logiche elettorali all'interno degli organi di autogoverno.
La vera questione, che raramente emerge nel dibattito pubblico, risiede nel conflitto profondo tra la cultura della prova e la cultura della giurisdizione.
Ci si trova dinanzi a una "zona bianca" del pensiero giuridico: la necessità di un modello che sia capace di spezzare il legame corporativo e il peso delle correnti senza, per questo, trasformare il magistrato inquirente in un organo di polizia privo di garanzie costituzionali.
Finché la discussione rimarrà confinata a slogan preconcetti, mancherà una risposta capace di garantire un'indipendenza che sia reale e non solo dichiarata sulla carta.