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(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.45 - Art. 19 Febbraio 2026]
La sete di infinito e il vizio finito
La filosofia non ha mai ignorato il vino, anzi, spesso lo ha interrogato come si interroga un oracolo bugiardo.
Dalle tavole greche ai bistrot parigini, il rapporto tra il pensiero e l'ebbrezza è sempre stato duplice: da una parte il desiderio di rompere gli argini della ragione, dall'altra la paura di perdere il controllo di sé.
In questo numero dedicato all'alcolismo, non possiamo limitarci alla condanna medica, dobbiamo osare e chiedere ai filosofi perché l'uomo cerca così disperatamente di uscire da se stesso attraverso una bottiglia.
Il primo a risponderci è Friedrich Nietzsche, che nella sua "Nascita della tragedia" identifica l'ebbrezza con lo spirito "dionisiaco".
Per Nietzsche, l'alcol e la danza frenetica erano anticamente i mezzi per abbattere il "principium individuationis", ovvero quella barriera che separa l'io dal resto del mondo.
L'uomo beve non per dimenticare, ma per sentirsi parte di un tutto, per tornare alla natura primordiale e caotica che la civiltà cerca di reprimere con regole e buone maniere.
Tuttavia, c'è una differenza abissale tra l'ebbrezza tragica che crea arte e l'alcolismo cronico che distrugge la volontà; Nietzsche stesso, pur teorizzando l'ebbrezza, condusse una vita quasi monastica e sobria per preservare la sua salute fragile, dimostrando che si può essere dionisiaci nello spirito restando sobri nel corpo.
Se Nietzsche ci spiega il fascino dell'abisso, Seneca ci offre la diagnosi clinica più spietata e moderna.
Nelle sue "Lettere a Lucilio", il filosofo stoico definisce l'ubriachezza come una "follia volontaria" (insania voluntaria).
Seneca non ne fa una questione morale, ma squisitamente logica: se la ragione è ciò che distingue l'uomo dalla bestia, rinunciare volontariamente alla ragione bevendo oltre misura significa scegliere di regredire allo stato animale.
Scriveva che il vino fa emergere i difetti nascosti, toglie il pudore al vizio e non crea nulla di nuovo, ma si limita a portare a galla il peggio che era già nel fondo dell'animo.
Ma perché, nonostante la razionalità di Seneca, continuiamo a bere?
Una risposta illuminante ci arriva dal pragmatismo americano di William James.
Nel suo capolavoro "Le varie forme dell'esperienza religiosa", James osserva che la sobrietà riduce, discrimina e dice "no", mentre l'ebbrezza espande, unisce e dice "sì".
L'alcol esercita un potere enorme sull'umanità perché offre un surrogato chimico della grazia mistica, permettendo per un breve istante di sentirsi riconciliati con la realtà, anche quando la realtà è insopportabile.
La tragedia dell'alcolista, secondo la lettura che possiamo dare di James, è quella di cercare Dio o la pace interiore nel posto sbagliato, confondendo lo stordimento dei sensi con l'elevazione dello spirito.
Infine, la testimonianza più cruda e contemporanea ci viene da Guy Debord, filosofo situazionista e autore de "La società dello spettacolo", che fece dell'alcol una compagna di vita fino alla sua morte.
Nel suo libro "Panegirico", Debord ammette con una sincerità disarmante: "Ho scritto molto meno di quanto ho bevuto".
Per Debord, bere era un modo per sottrarsi al tempo produttivo del capitalismo, un atto di resistenza passiva contro una società che ci vuole sempre efficienti e performanti.
Tuttavia, la sua parabola esistenziale ci mostra il conto salatissimo di questa illusione; l'alcol non ha liberato Debord, ha solo consumato il suo tempo, dimostrando che non esiste libertà chimica, ma solo nuove catene liquide.