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di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.45 - Art. 19 Febbraio 2026]
 

L'inganno del liquido


Ho osservato spesso le mani di chi cerca rifugio nel fondo di un bicchiere e non ho mai visto edonismo, ma solo una disperata richiesta di tregua.

Non dobbiamo commettere l'errore di pensare che l'alcolismo sia una ricerca del piacere, perché scientificamente non lo è quasi mai.

È piuttosto una ricerca di anestesia.

L'etanolo agisce sul sistema nervoso centrale come un depressore, non come uno stimolante, e la sua funzione primaria per chi ne abusa è quella di spegnere il rumore di fondo della vita.

Chi beve in modo patologico non vuole "sentire di più", vuole "sentire di meno".

La nostra società, spesso ipocrita, punta il dito contro la bottiglia ma ignora sistematicamente la ferita che quella bottiglia cerca di disinfettare.

Dire a un alcolista "smetti di bere" senza chiedersi "cosa ti fa male?" è un esercizio di retorica inutile e crudele.

L'alcol è diventato il farmaco da banco per curare la solitudine, il fallimento economico, la disgregazione familiare e quel senso di inutilità che pervade le nostre giornate vuote.

È un tentativo chimico, fallimentare e distruttivo, di riempire un vuoto che è spirituale e sociale.

Se vogliamo essere onesti, dobbiamo ammettere che il bar è diventato l'ultimo confessionale rimasto aperto, l'unico luogo dove la disperazione viene tollerata purché si paghi la consumazione.

La comunità civile e quella religiosa hanno fallito nel momento in cui hanno lasciato che l'unica risposta al dolore fosse liquida.
Non serve a nulla scandalizzarsi o fare prediche moralistiche dal pulpito o dai giornali se non siamo disposti a sederci accanto a chi trema.

L'alcolismo non è un vizio, è un urlo soffocato.

In questo numero di Botros proviamo a rompere il vetro per guardare cosa c'è dietro.
Non troverete giudizi, perché il giudizio allontana e non cura.

Troverete invece il tentativo di capire perché, in un mondo iperconnesso, l'unica connessione che sembra funzionare per molti è quella con l'oblio.

La sfida non è togliere il vino dalla tavola, ma rimettere al centro della tavola l'uomo, con la sua dignità e la sua sete di senso, che nessun liquido potrà mai saziare.

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