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di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.44 - Art. 19 Gennaio 2026]
  

L’era glaciale sociale e il grande burattinaio

A mia mamma, al suo sorriso, al suo silenzio 


Premessa
Ammetto che il titolo suona stonato, non accademico, molto giornalistico, serve in realtà all’immaginazione di chi scrive e di chi avrà tempo e voglia di leggere, palesando che per ogni aspetto della vita umana esiste sempre una metafora organizzativa1, un viaggio. 


Contestualizzare un paradigma di questi tempi è cosa ardua, anche perché molte di quei pilastri ideali a cui il secolo scorso ci aveva abituato sono venuti meno, vuoi per il normale processo evolutivo/involutivo della società, vuoi per la sempre più permeante azione dei nuovi detentori del potere, o meglio dei poteri. L’assenza di concezione umana prima e di assetto culturale dopo hanno determinato un processo disumanizzante senza precedenti, soprattutto se lo sguardo viene volto a tutti i tentativi politici, giuridici, civili fatti per estirpare la banalità del male2.

La perdita di “aderenza sociale”3 al reale vissuto di milioni di persone non è un processo naturale, anzi già da qualche decennio assistiamo a quella conformazione sociale e politica che vede gli individui divenire sempre meno soggetti giuridici quali portatori di interessi e degni di tutela, di converso, si plasma invece l’aggregazione di piccoli gruppi di potere di inaudita e devastante potenza, politica e soprattutto finanziaria e comunicativa. Su questa panoramica cercheremo di volgere l’attenzione sull’aridità sociale che rappresenta il risultato di tutto questo, e di come le varie culture sociopolitiche possano rappresentare un argine all’inondazione imperante che ci circonda e alla disgregazione sociale macro, meso e micro individuale.

La cultura proletaria quale pilastro sociale che manca

E proprio da qui che iniziamo a costruire un percorso ragionato, oggi infatti con i processi comunicativi unidirezionali e piramidali (top down), non vi è molto spazio per modelli socio culturali di crescita. Soprattutto si assiste ad una imperante modalità operativa di gestione organizzativa dello stato apparato ad uso e consumo di elite ben strutturate e amalgamate.

Uno degli aspetti, che più a mio modesto parere, si configura e l’assenza di quella cultura proletaria (operaia e contadina) che in passato ha prodotto una curva crescente della ricchezza nazionale (PIL). Le lotte operaie che negli anni passati (si pensi alla conquista dello statuto dei lavoratori (L.300/1970) hanno consentito il raggiungimento di livelli tutelativi importanti per la forza lavoro, sembra aver perso quella spinta propulsiva autentica originaria, complice ne è un contenimento formativo e culturale calmierante, in un certo senso si è posto in essere un processo di normalizzazione di eventi traumatici (come può essere la perdita del lavoro, l’impossibilità di avere cure mediche tempestive, una formazione adeguata alle sfide della società di oggi, etc.), e infatti, i notiziari oscillano nella rendicontazione delle notizie tra un cruento omicidio e il gossip delle veline, questo meccanismo di natura psicosociale è un vero e proprio narcotico per la massa, incapace di distogliere l’attenzione dallo schermo sia televisivo che web, cosi l’assuefazione produce un annientamento di capacità critica, l’anima nera del potere si manifesta così in modo subdolo e silente ma possessivo e dominante.

La stessa polarizzazione della società innanzi alle dispute politiche ci rende partecipi di un meccanismo auto-genetico del potere, attraverso esso infatti annienta ogni possibile manifestazione riflessiva sulle politiche pubbliche, e così accade che nonostante politiche fallimentari, politici inquisite per truffe e contestuale disconoscimento delle proprie responsabilità, l’individuo elettore, da cittadino soggetto giuridico si trasforma in un flebile tifoso totalmente inconsapevole dello stato reale delle cose, se non quando alla richiesta di servizi pubblici basici, si rende conto che di servizi efficienti e reale c’è rimasto ben poco.

Quindi cosa si intende allora per cultura proletaria? E perché essa è così importante? Cerchiamo di renderla chiara con un modello culturale, quello del ciclo contadino, fatto di riciclo totale dei prodotti e dei beni della terra. Nulla in essa viene sprecato, non c’è prodotto che non venga utilizzato sino alla fine, fosse anche come cibo per il bestiame come le rimanenze dei pasti. Di contro, abbiamo la cultura consumistica, fatta di pattume, ogni elemento viene semplicemente sostituito e il precedente rimosso non solo dal punto di vita materiale, ma anche memonico, la corsa all’ultimo smartphone, l’ossessione per il profili social misurati dai like, i corpi ridotti a immagini atemporali. E come se ci si illudesse che le foto digitali che compaiono migliaia di volte con post e ripost sostituissero la stessa realtà. Così nel mentre l’uomo cade nell’illusione del mantenimento dei ricordi, in realtà ha finito per farsi accantonare dal virtuale in una realtà parallela tossica e sterile alterando l’immagine ma soprattutto il se.

Ripensare l’essenziale può dunque essere una chiave di lettura di rinascita, ma perché questo avvenga la società ha necessità di modelli positivi che ad oggi non pare siano presenti, l’arena politica rappresenta la negazione della stessa, nessun dialogo, nessuna competizione che abbia al centro l’interesse collettivo, solo ingordigia, affarismo e rappresentanti del popolo che fanno dell’assenteismo parlamentare il proprio primato, indegni del ruolo politico che dovrebbero ricoprire con un osceno spettacolo di miseria civica e culturale.


L’essere borghese, un archetipo frantumato

Se ad una prima, banale e superficiale lettura il capitale rappresenta il male assoluto delle società, in realtà è sufficiente una prima rilettura su di esso per comprendere che le cose sono in realtà un pò diverse. Già dall’analisi marxista si traggono alcuni elementi chiave e che soltanto molti decenni dopo la pubblicazione del capitale verranno compresi. Se da un lato manca la cultura operaia, dall’altra appare quasi simmetrica la frantumazione della cultura borghese che nonostante i limiti strutturali insiti, possedeva dei valori di base molto solidi.

Weber del resto nel suo “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”4, aveva tracciato una precisa demarcazione tra i possessori del capitale impuri e quelli che avevano appunto una loro etica con una vocazione per la professione ed il culto per il lavoro con un principio di responsabilità5 delle azioni comportamentali, come guida univoca nella società. Né Marx6 né Weber7 avrebbero potuto immaginare quanto sta accadendo oggi, essi nei loro studi hanno peccato per difetto e di certo non di eccesso. Non potevano certo intuire che si sarebbe pervenuti ad un neo-feudalesimo, ma entrambi erano mossi da principi univoci, accettabili o meno, ma basati su precisi costrutti intellettivi da fa impallidire gli attuali capi di stato, ma parliamo di due giganti nel cui solco si colloca Heidegger8.


Lo zero assoluto come metafora dei nostri tempi

La fisica ci insegna che la temperatura può crescere di milioni di gradi (pensiamo alla temperatura del nostro sole, o di altre stelle ben più grandi e quindi ancora più calde) e paradossalmente le macchie nere che gli astronomi osservano su di esso rappresentano le zone più fredde, anche se si tratta sempre di temperature di milioni di gradi; Di contro il freddo ha un limite, ed è come se in natura (almeno quella conosciuta) ci si scontra con un modello che può essere associato all’uomo, quello che è conosciuto come “zero assoluto” e che raggiunge una temperatura massima al ribasso di -280°, volendo dire, puoi raffreddare quanto vuoi, ma oltre quella soglia non si scende. 


Se si volesse rappresentare questo schema sul lato sociale scopriamo che la bellezza non ha confini mentre la disumanità si, il limite è dato dalla frattura storica dei diritti inviolabili dell’uomo, che oggi pare siano passati nell’obblio sociale, politico, ma soprattutto collettivo. L’abisso non è qualcosa di indeterminato, ma è fatto di casistica concreta, e ogni qualvolta l’essere umano cede il passo ai soli istinti pulsionali, scatena azioni di una violenza inaudita, che si tratti di singoli soggetti, di un intero popolo, di etnie, la portata della violenza fisica e psicologica annienta l’aspetto più genuino dell’uomo, quello di prendersi cura dei simili, a volte fatto con gesti semplici e quotidiani (come può essere la donazione di sangue), altre volte con azioni macro (come finanziare campagne sanitarie nelle zone più depresse del pianeta). 


Per queste ragioni più che di inverno interiore forse si dovrebbe ormai apertamente parlare di “congelamento umano collettivo”, non si tratta di scelte individuali libere, oggi nel sistema che sovrastruttura l’intero “insieme sociale globale” nulla viene più deciso dal singolo, nemmeno il cibo che finisce sulle nostre tavole (apparentemente ci illudiamo di scegliere, in realtà qualcuno ha già scelto per noi), miseri e inconsapevoli consumatori di vita e di risorse finiremo ignari di tutto, per distruggerci non solo come etnie ma soprattutto come specie.


Conclusioni

Viviamo tempi non facili, i conflitti in corso non tracciano strade serene, e nel mentre una guerra volge verso il tramonto, lasciandosi alle spalle migliaia di morti, immediatamente ne sorge un’altra, con sempre la stessa regola, la stessa matrice, aggressore ed aggredito. 


La deflagrazione del diritto internazionale che stiamo osservando non ha eguali dalla fine della grande guerra. Se di inverno si deve parlare è bene farlo guardando a come i nuovi padroni del pianeta agiscono in sfregio ad ogni principio fondamentale internazionale. La storia si sta riavvolgendo a contrario, i nuovi signori feudali decidono quale territorio e quali risorse annettere semplicemente dislocando le loro flotte e i loro eserciti senza nascondere nemmeno il reale motivo dell’attacco, non occorrono più prove precostituite inesistenti, basta semplicemente comunicare l’intenzione in conferenza stampa e il gioco è fatto, così accade che uno stato sovrano, seppur governato da un dittatore, finisca per essere occupato per il solo fatto che possiede la più grande riserva petrolifera mondiale, e la più grande potenza militare, dichiari esplicitamente che la gestione del petrolio sarà da essa governata, gestita, controllata. 


Tutta la teorizzazione di Grozio9 che è stato il padre del diritto internazionale e del giusnaturalismo viene oggi nel 21° secolo completamente smantellata e l’arbitrio, la forza bellica decidono il destino di intere popolazioni e territori. Non si tratta di una sorpresa, poiché il diritto internazionale viene invocato dagli stati quando fa più comodo, oggi lo si viola apertamente senza maschere e ipocrisie, ma non per questo meno grave appare il progredire di un nuovo ordine mondiale, basato esclusivamente e apertamente sull’esercizio della forza bellica.

1 Gareth Morgan, Image, Le metafore dell’organizzazione, Franco Angeli, 2022.

2 Hannah Arent, La banalità del male, Feltrinelli, 1992,

3 Norberto Bobbio, Libertà dell’arte e politica culturale, in Introduzione a Norberto Bobbio a cura di Tommaso Greco, Editoriale Scientifica, Fascicolo 2/2025. https://www.costituzionalismo.it/wp-content/uploads/2-2025-1.-Greco.pdf

4 Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, 1971.

5 Hans Jonas, Il principio di responsabilità, Einaudi, 2009.

6 Anthony Giddens, Capitalismo e teoria sociale, Il saggiatore, 2009.

7 Antonio De Simone, L’ultimo classico, Max Weber, filosofo, politico, sociologo, Mimesis, 2020.

8 Emanuele Severino, Heidegger e la metafisica, Adelphi, 2020.

9 Antonio Cassese, Diritto Internazionale, Il Mulino, 2021.

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