di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.44 - Art. 19 Gennaio 2026]
Se guardiamo i telegiornali o scorriamo le bacheche dei social network, sembrerebbe che la temperatura della politica sia altissima.
Vediamo urla, indignazione, risse verbali e slogan incendiari che promettono di bruciare il vecchio per fare posto al nuovo.
Eppure, se scendiamo in strada, se entriamo nelle case o guardiamo le percentuali di chi va a votare, sentiamo un freddo polare.
C'è una discrepanza spaventosa tra il calore apparente del dibattito mediatico e il gelo assoluto della partecipazione reale.
La politica ha subito un processo di raffreddamento industriale simile a quello che avviene nelle celle frigorifere.
Il "Palazzo", inteso non come luogo fisico ma come sistema decisionale, ha sostituito la relazione umana con l'algoritmo e la statistica.
Quando un cittadino diventa una pratica, quando un bisogno diventa un codice a barre, quando la sofferenza di una famiglia diventa una percentuale di rischio in un file Excel, la temperatura scende sotto lo zero.
Questo è il freddo burocratico: una precisione glaciale che conserva i dati ma uccide la vita.
Dall'altra parte, per reazione, abbiamo cercato di scaldarci con i falò della rabbia.
Abbiamo pensato che l'unico modo per scongelare il sistema fosse urlare più forte, votare "contro", cercare il politico che incendia la piazza.
Ma la termodinamica ci insegna che una fiammata improvvisa non riscalda una stanza; la brucia o si spegne subito lasciando solo fumo.
L'indignazione è un combustibile povero, brucia in fretta e non lascia braci su cui si possa cucinare il futuro.
Il risultato di questa oscillazione tra il ghiaccio della tecnocrazia e il fuoco del populismo è il "freddo interiore" del cittadino.
Ci siamo ritirati nel privato non per egoismo, ma per shock termico.
Siamo stanchi di essere congelati dalle attese agli sportelli e poi ustionati dalle promesse elettorali.
Il freddo politico di oggi è l'assenza di "prossimità", l'unica forza capace di generare un calore costante e vivibile.
La soluzione non verrà dai grandi leader che promettono l'estate perenne, né dai tecnici che ci vogliono ibernare in nome del bilancio.
La soluzione è la politica a chilometro zero, quella che accade quando due persone si incontrano per risolvere un problema concreto del marciapiede sotto casa.
Lì c'è attrito, lì c'è fatica, ma lì c'è l'unico calore che non tradisce.
Dobbiamo smettere di guardare il meteo nazionale e iniziare a spalare la neve davanti alla nostra porta.
C'è una notte nella storia del mondo che spiega meglio di mille trattati cosa significhi il "freddo della politica".
Non siamo in una trincea innevata e non siamo nemmeno in una cella frigorifera; siamo a Mosca, è la tarda serata del 9 ottobre 1944.
Dentro una sala del Cremlino la temperatura è piacevole, ci sono tappeti pesanti, sigari accesi e bottiglie di whisky sul tavolo.
A quel tavolo siedono due uomini che hanno in mano il destino dell'Europa: il Primo Ministro britannico Winston Churchill e il leader sovietico Iosif Stalin.
Mentre fuori la guerra brucia ancora e milioni di ragazzi muoiono al fronte, in quella stanza accade qualcosa di scientificamente agghiacciante.
La discussione non verte sulla libertà, sulla giustizia o sulla sofferenza dei popoli; verte sull'aritmetica.
Churchill, con un pragmatismo che gela il sangue, prende un mezzo foglio di carta e scrive velocemente una lista di nazioni.
Accanto a ogni nazione, non scrive note sulla cultura o sui bisogni della gente, ma scrive delle percentuali.
Romania: Russia 90%, Gli altri 10%.
Grecia: Gran Bretagna 90%, Russia 10%.
Jugoslavia: 50% e 50%.
Ungheria: 50% e 50%.
Bulgaria: Russia 75%, Gli altri 25%.
Churchill spinge il foglietto verso Stalin.
Il dittatore sovietico, che non amava le parole inutili, prende la sua grossa matita blu da censore, guarda le cifre, e vi appone sopra un grande segno di spunta.
Un "visto".
Senza una parola, senza un'esitazione, senza nemmeno fingere di pensare alle madri, ai bambini o ai lavoratori che abitavano quelle percentuali.
In meno di dieci secondi, il destino di milioni di esseri umani nell'Europa dell'Est è stato congelato per i successivi cinquant'anni.
Churchill stesso, in un attimo di lucidità morale o forse solo di imbarazzo storico, disse subito dopo: "Non potremmo essere giudicati cinici se sembrasse che abbiamo disposto di questioni così vaste, che riguardano milioni di persone, in modo così improvvisato? Bruciamo quel foglio".
Ma Stalin, con la freddezza di chi ha trasformato l'uomo in statistica già da tempo, gli disse di tenerlo.
Quel foglio non fu bruciato.
E quella "spunta blu" divenne le sbarre di ghiaccio della Cortina di Ferro.
Questa storia è la rappresentazione perfetta del nostro tema.
Il "freddo interiore" del potere non nasce dall'odio, ma dalla distanza.
Per quei due uomini, in quella stanza calda, la Romania o la Grecia non erano terre di persone vive, ma torte da tagliare.
Avevano spento l'empatia per accendere la calcolatrice.
Ecco cosa succede quando la politica perde il contatto con la realtà della carne: il mondo diventa un foglio di carta, e la vita si congela sotto un tratto di matita blu.