Redazione
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.44 - Art. 19 Gennaio 2026]
Crotone, Piazzale Nettuno, gennaio 2026.
Se guardaste la scena dall'alto, vedreste solo delle ombre rannicchiate contro il cemento, piccoli punti scuri che cercano di farsi piccoli per offrire meno superficie possibile al vento gelido che arriva dal mare.
Sono cinquanta persone.
Vengono dal Pakistan, dal Bangladesh, dall'Iraq; terre lontane e calde, o terre di montagne aspre, ma nessuna terra ti prepara a dormire sull'asfalto di una città europea che sembra non vederti.
La cronaca di questi giorni ci ha raccontato l'emergenza con i soliti termini tecnici: "ondata di gelo", "abbassamento delle temperature", "protocolli di accoglienza".
Ma la verità umana è un'altra e ha a che fare con il nostro tema del "freddo interiore".
Per giorni, mentre il termometro scendeva, questi uomini sono rimasti lì, sospesi in un limbo burocratico.
Le cooperative sociali e la Croce Rossa hanno dovuto lanciare l'allarme, scrivere lettere al Prefetto e al Sindaco, quasi gridare per ricordare una verità biologica elementare: se lasci un essere umano al gelo per troppo tempo, si spegne.
Il dramma non è stato la mancanza di risorse.
Crotone ha il CARA, ha le strutture, ha una storia millenaria di accoglienza.
Il dramma è stato il "tempo di reazione".
Mentre il freddo fisico agiva subito, minuto per minuto, intorpidendo le mani e rallentando il cuore di chi dormiva fuori, il sistema rispondeva con i tempi geologici delle riunioni e delle autorizzazioni.
C'è stato bisogno di un tavolo tecnico per decidere che un uomo non deve congelare?
Alla fine, la soluzione è arrivata: il trasferimento al centro di accoglienza, un tetto, un pasto caldo.
Possiamo dire che è una storia a lieto fine?
Forse sì, se guardiamo solo il risultato.
Ma se guardiamo il processo, sentiamo un brivido che non viene dal meteo.
Quel ritardo, quell'esitazione nel riconoscere l'emergenza, quel bisogno di "carte" prima che di coperte, è il sintomo preciso del freddo che ci portiamo dentro.
Abbiamo creato una società dove la sofferenza, per essere presa sul serio, deve prima essere protocollata.
Piazzale Nettuno, per qualche notte, è stato il termometro della nostra febbre, o meglio, della nostra ipotermia morale.
Non erano fantasmi, erano uomini.
E il freddo che sentivano loro sulla pelle era la conseguenza diretta del freddo che noi, come sistema, abbiamo nel cuore.