di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.44 - Art. 19 Gennaio 2026]
Dalla Poetica di Aristotele all’identità narrativa:
la narrazione come risposta alla sfida educativa
Il sé frammentato: tra nichilismo e analfabetismo emotivo
L’adolescenza è una stagione di metamorfosi, attraversata da forti spinte emotive e straordinaria energia creativa, ma anche da profondi dubbi che rendono difficile l’interpretazione di domande radicali: Chi sono? Cosa sta accadendo in me? Perché provo rabbia o paura?
In un’epoca di nichilismo passivo, analizzato da Umberto Galimberti in L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (2007), l’adolescente cade spesso vittima di un analfabetismo emotivo. Molti ragazzi non sanno dare un nome ai propri stati d’animo: la rabbia esplode come forza cieca e la paura paralizza.
Questa fragilità è acuita da un contesto sociale fluido e da condizionamenti familiari che privano i giovani di una reale gestione autonoma della propria libertà. In questa fase delicata, le cadute, gli errori e le sconfitte vengono spesso percepite come colpe definitive, come ‘sentenze’ sulla propria natura, anziché come tappe di una crescita ancora in divenire. La teoria dell’identità narrativa di Paul Ricoeur offre una soluzione teorica e pratica a questa crisi, fornendo gli strumenti per trasformare il trauma in progetto.
La lezione di Aristotele: il mythos come argine al caos
Le radici di questa visione risiedono nella Poetica di Aristotele (330 a.C. circa). Il filosofo comprende che la realtà umana resta incomprensibile finché appare come un ammasso slegato di fatti. Per permettere al soggetto di riconoscersi, occorre la mimesis praxeos (μίμησις πράξεως), l’“imitazione dell’azione”, che trova nel racconto la sua forma più alta. Ovvero nelle narrazioni, nei racconti, anche quelli che facciamo comunemente, troviamo riflessa la realtà delle nostre azioni, che possono essere analizzate e comprese nella loro dinamica e nei loro significati, fino a imprimere un cambiamento alla propria vita. Innanzitutto, Aristotele distingue nettamente la cronaca dalla poesia: il compito del narratore non è dire le cose avvenute, ma quelle che possono avvenire, ovvero le cose possibili “secondo verosimiglianza o necessità” (κατὰ τὸ εἰκὸς ἢ τὸ ἀναγκαῖον) [Poet. 1451a].
Questa distinzione fonda il valore filosofico e perenne dell’opera artistica: per Aristotele la poesia è cosa più filosofica (φιλοσοφώτερον) e più elevata (σπουδαιότερον) della storia; la poesia infatti dice piuttosto gli universali (τὰ καθόλου), la storia i particolari (τὰ καθ᾽ ἕκαστον) [Poet. 1451b]. Aristotele si distanzia da Platone: la mimesis non è una “copia della copia”, ma l’unico accesso alla logica del vissuto. Attraverso il mythos (l’intreccio), il soggetto può guardare ai propri fatti secondo le categorie di necessità (τὸ ἀναγκαῖον), il nesso causale logico, e verosimiglianza (τὸ εἰκός), ciò che è credibile nella natura umana. Il racconto sottrae l’uomo al caso e lo inserisce in una trama dotata di coerenza.
Paul Ricoeur: L’identità narrativa e l’uomo capace
Ricoeur riprende queste intuizioni in Tempo e racconto (1983), spiegando che il tempo diventa ‘tempo umano’ solo quando articolato in una narrazione attraverso la Mimesis II (Configurazione). Narrandosi, l’individuo organizza i frammenti dell’esperienza in un senso unitario, costruendo la propria identità-ipse (il ‘Chi’ capace di progetto e fedeltà a sé), distinguendola dall’identità-idem (il dato biologico statico).
Il sé diventa così un ‘sé come autore’. Questa autorevolezza si fonda sull’uomo capace (l’homme capable): colui che è in grado di dire, agire e raccontare, trasformando il vissuto da un ‘cosa’ in un ‘chi’. Il racconto insegna all’adolescente che la vita ha una struttura razionale secondo le categorie aristoteliche di necessità e verosimiglianza. Nella pratica educativa, questo approccio cambia radicalmente il modo di guardare a un ragazzo che sbaglia. Spesso la società applica una ‘diagnosi’ (es. ‘Sei un bullo!’), una sentenza che blocca il giovane in un’immagine statica. Ricoeur suggerisce di sostituire questa etichetta con la connessione dell’intreccio.
Invece di vedere l’errore come un marchio isolato, il racconto permette di scorgere il «legame causale (l’uno a causa dell’altro)». Inserire lo sbaglio in una storia significa «ricavare una figura da una successione». Per “figura” intendiamo un disegno complessivo: come in un mosaico, finché si guarda la singola tessera (l’errore) si vede solo una macchia, ma facendo un passo indietro si comprende come quella tessera sia parte di un’immagine più grande. Ad esempio, un ragazzo che fallisce un obiettivo scolastico, raccontandosi, comprende che quell’episodio non è la fine della sua storia, ma una “peripezia” che lo ha portato a scoprire nuove risorse.
Qui la lezione di Aristotele sulla necessità e la verosimiglianza diventa strategica per ricostruire il senso di continuità del sé: la verosimiglianza combatte il senso di alienazione (far capire che l’errore è comprensibile nel contesto umano), mentre la necessità restituisce il potere d’azione (capire le cause per cambiare gli effetti). Attraverso questa «sintesi dell’eterogeneo» — che Ricoeur definisce come la capacità di unire in una storia coerente elementi diversissimi come scopi, cause, incidenti imprevisti ed emozioni — lo sbaglio smette di essere un destino e diventa una ‘prova’: un momento di crisi che serve a far scoprire al protagonista nuove risorse. Il giovane non si concentra più sul singolo fatto isolato, ma ne comprende l’origine e lo sviluppo, ricomponendo i frammenti del proprio sé in una storia unita e carica di futuro.
Il ruolo degli adulti: custodi e co-autori
L’identità narrativa si offre oggi come un solido metodo per affrontare le sfide dell’adolescenza. Educare a questa pratica significa garantire ai giovani il diritto di non essere fissati in un giudizio statico e immodificabile, ma di essere accompagnati in un percorso di ascolto attivo. In questo processo, il ruolo degli adulti — genitori, insegnanti, educatori — evolve: non sono più giudici che emettono sentenze, ma diventano custodi dell’ascolto e, in un certo senso, co-autori della storia del ragazzo.
Aiutare un giovane a sentirsi personaggio della propria storia significa aiutarlo a cambiare prospettiva sul proprio vissuto. Di fronte a un ragazzo che dice ‘Ho fallito, non valgo niente’, l’adulto non dovrebbe limitarsi a consolare (‘Non è vero’), ma dovrebbe porre domande narrative: In quale punto della tua storia ti trovi ora? Questo errore è la fine del libro o è solo il capitolo in cui il protagonista impara qualcosa di nuovo per affrontare la sfida successiva?
Trattare l’adolescente come un personaggio significa riconoscergli la possibilità di evoluzione. Se un ragazzo si sente protagonista, capisce che la “peripezia” (il problema) è necessaria per lo sviluppo del proprio sé. L’adulto aiuta il giovane a comprendere come le mancanze o le cadute vissute, pur dolorose, possano condurre a una conclusione che appare ora «congrua con gli episodi», direbbe Ricoeur, raccontati. Abilitare l’uomo capace significa ricordargli che la libertà non è l’assenza di errori, ma la capacità di integrarli in un progetto di vita.
Il compito dell’educatore, quindi, è fornire la “cornice” narrativa entro cui il ragazzo può finalmente dirsi: Questo è ciò che mi è successo, questo è ciò che sono diventato, e questo è il capitolo che voglio scrivere domani.