di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.43 - Art. 15 Dicembre 2025]
di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.43 - Art. 15 Dicembre 2025]
🎧 clicca qui per ascoltare l'articolo
(L'Audio interpreta correttamente l'Articolo)
Nei prossimi mesi saremo chiamati alle urne per esprimerci su un quesito referendario che tocca l'architettura fondamentale della nostra Repubblica, ovvero la separazione delle carriere in magistratura. È fondamentale sgomberare il campo da ogni tifo da stadio e da ogni simpatia politica per affrontare la questione con la freddezza del chirurgo che deve decidere quale tecnica operare. Non stiamo votando per favorire o punire qualcuno, ma stiamo decidendo quale modello di Giustizia vogliamo per i prossimi cinquant'anni. La questione tecnica è semplice: oggi chi giudica (il Giudice) e chi accusa (il Pubblico Ministero) appartiene allo stesso ordine, ha vinto lo stesso concorso e ha lo stesso organo di autogoverno; il referendum propone di scindere definitivamente queste due figure.
Se vincesse il SÌ, assisteremmo a una rivoluzione copernicana dell'ordinamento giudiziario italiano che ci porterebbe verso un modello più simile a quello anglosassone o portoghese. In questo scenario, il Giudice e il Pubblico Ministero non sarebbero più "colleghi" ma apparterrebbero a due ordini professionali completamente distinti, con due concorsi diversi e, soprattutto, due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) separati. La logica scientifica dietro questa opzione è quella di garantire la totale "terzietà" del giudice. In un processo accusatorio, l'accusa e la difesa dovrebbero essere sullo stesso piano davanti a un giudice imparziale; separando le carriere si vuole evitare anche solo il sospetto che il giudice possa avere un occhio di riguardo per le tesi del Pubblico Ministero, visto che oggi provengono dalla stessa "famiglia" professionale.
Tuttavia, dobbiamo analizzare con onestà intellettuale anche le conseguenze sistemiche di questa vittoria. Se il Pubblico Ministero viene separato dalla cultura del Giudice, esiste il rischio concreto che la sua figura cambi natura trasformandosi in una sorta di "super-capo della polizia" o di "avvocato dell'accusa". Oggi il Pubblico Ministero, essendo un magistrato, ha l'obbligo di cercare anche le prove a favore dell'indagato e di essere un custode della Legge, non un nemico dell'imputato. Con la vittoria del sì, questa "cultura della giurisdizione" potrebbe affievolirsi, creando una figura di accusatore molto più aggressiva e, sul lungo periodo, potenzialmente più esposta al controllo del potere esecutivo (il Governo), come accade in altri paesi dove l'accusa non è indipendente.
Se vincesse il NO, l'assetto costituzionale rimarrebbe quello attuale, pur con le modifiche già introdotte dalle riforme recenti che hanno reso più difficile (ma non impossibile) il passaggio da una funzione all'altra. In questo scenario, si preserva l'unità della magistratura basata sul principio che Giudice e Pubblico Ministero condividono la stessa cultura delle garanzie e dei diritti. La logica scientifica di chi sostiene il no è che il Pubblico Ministero deve rimanere un "giudice che indaga", ovvero un soggetto che filtra le notizie di reato con equilibrio, senza accanimento, proprio perché condivide la stessa formazione e la stessa etica del giudice che poi emetterà la sentenza.
Il mantenimento dello status quo, tuttavia, porta con sé il peso di una percezione sociale ormai compromessa. Se vince il no, rimarrà sempre nel cittadino (e nell'avvocato difensore) il dubbio che la partita si giochi ad armi impari, dove l'arbitro e uno dei giocatori vestono la stessa maglia. Inoltre, senza una separazione netta, le correnti interne alla magistratura continuerebbero a gestire le nomine e le carriere all'interno di un unico calderone, mantenendo quelle dinamiche di potere che spesso hanno oscurato il merito.
In conclusione, il cittadino non è chiamato a scegliere tra buoni e cattivi, ma tra due visioni filosofiche del diritto processuale. Da una parte c'è la visione liberale "pura" che vuole l'accusa e il giudizio separati da un muro invalicabile per garantire l'equidistanza formale e sostanziale; dall'altra c'è la visione della "cultura unitaria" che vede nell'unione delle carriere una garanzia di indipendenza dell'accusa dal potere politico. La scelta è complessa e richiede di valutare se temiamo di più un giudice condizionato dalla vicinanza con l'accusa o un pubblico ministero trasformato in un avvocato di polizia.