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di Gianfranco Bonanno
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.43 - Art. 15 Dicembre 2025]
   

Il Natale come specchio dell’anima moderna:
il silenzio tra le luci


Sotto le luci che invadono le vetrine già da novembre, ogni anno si rinnova il rito più universale e contraddittorio dell’Occidente: il Natale. È insieme festa e mercato, memoria e abitudine, bisogno di significato e fuga da esso. Da duemila anni il Natale rappresenta l’attesa, pur se in tanti oggi non sanno più molto bene chi o cosa attendere.


Per i credenti, resta il tempo dell’Avvento, la preparazione al mistero dell’incarnazione, il silenzio che precede un annuncio di luce. Per gli altri, anche per chi ha smesso di pronunciare il nome di Dio, resta qualcosa di inspiegabilmente sacro nell’idea di un mondo che si ferma — o finge di fermarsi — attorno a un tavolo, in un abbraccio, in un dono. L’attesa diventa così universale: non appartiene soltanto ai credenti, ma a ogni creatura che sente dentro di sé il richiamo di una luce promessa.


Anche per chi non crede, il Natale può essere comunque un rito di umanità. Non serve un dogma per riconoscere che il solstizio d’inverno ci ricorda qualcosa di essenziale: che la luce ritorna, anche nella notte più lunga, la promessa che ogni notte, per quanto lunga, custodisce il seme di un’alba. È un linguaggio della materia, un mito senza religione, un ricordo genetico dell’uomo che attende la primavera senza sapere ancora il nome del sole.


Nel cuore dell’inverno, l’uomo moderno si scopre ancora pellegrino. Cammina tra gli scaffali come un cercatore di miracoli, stringe regali come reliquie, si aggrappa alle tradizioni come chi teme di dissolversi. Ogni gesto — un brindisi, un abbraccio, una canzone — diventa un’offerta silenziosa alla speranza, che è forse la più antica divinità rimasta.


E’ la raffinata parodia del consumismo. I centri commerciali diventano le nuove agorà; il panettone un obbligo; il regalo una prova d’amore mediata dal prezzo. Ma dietro la patina, ciò che resta è il desiderio. Che non è mai soltanto materiale, ma veste la forma di una spiritualità rovesciata: il bisogno disperato di dare corpo a qualcosa che non si riesce più a nominare.


Così il Natale, pur frammentato e stanco, continua a respirare in noi. Non è più soltanto una Nascita, ma il riflesso di ogni nascita possibile. È l’attimo in cui il mondo sembra sospeso — tra fede e consumo, tra silenzio e clamore — e l’anima, per un istante, si concede di credere ancora nell’impossibile.

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