Redazione
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.43 - Art. 15 Dicembre 2025]
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Mentre la città è distratta dalla frenesia degli acquisti natalizi e dalla corsa all'ultimo regalo inutile, nelle pieghe della nostra terra si è consumato un dramma che dovrebbe farci riflettere molto più del prezzo del panettone. L'operazione "Scylletium", condotta dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale proprio in questi giorni di metà dicembre, ha scoperchiato un sistema vasto e ramificato di scavi clandestini e traffico illecito di reperti archeologici tra le province di Crotone e Catanzaro. Non stiamo parlando di ladri di polli, ma di un'organizzazione criminale che ha sistematicamente saccheggiato la nostra storia per venderla al miglior offerente sul mercato internazionale.
La gravità scientifica di questo fatto è incalcolabile e non recuperabile. Quando un reperto viene strappato dal suo contesto stratigrafico in modo brutale, perde la sua voce storica. Un vaso, una moneta o un frammento architettonico hanno valore scientifico solo se sappiamo esattamente dove si trovavano, accanto a cosa erano posti e in quale strato di terreno riposavano. I tombaroli, distruggendo il contesto per rubare l'oggetto, cancellano per sempre i dati che permetterebbero agli archeologi di ricostruire la vita, le abitudini e l'identità dei nostri antenati. Ciò che rimane è un bel soprammobile muto, merce morta che arricchisce collezionisti senza scrupoli e impoverisce irreparabilmente la nostra memoria collettiva.
C'è un aspetto antropologico e umano che rende questa vicenda ancora più amara se letta alla luce del Natale. In questi giorni celebriamo (o dovremmo celebrare) la nascita, l'origine, la radice della nostra fede e della nostra cultura. Eppure, proprio mentre accendiamo le luci per festeggiare la tradizione, c'è chi lavora nell'ombra per vendere le nostre radici al chilo. È il paradosso di un popolo che compra identità finte nei centri commerciali e permette che la sua identità vera, quella custodita sotto i nostri piedi, venga stuprata e spedita all'estero.
Dobbiamo avere il coraggio di dire che il danno non è solo "allo Stato" o "ai Beni Culturali", entità che spesso percepiamo come astratte e lontane. Il furto di storia è un furto di futuro perché una comunità che non possiede più le prove materiali del proprio passato è una comunità fragile, manipolabile, senza spina dorsale. Questi criminali non hanno rubato solo oggetti antichi; hanno rubato le prove della nostra grandezza e della nostra complessità, riducendo la Magna Graecia a un magazzino di articoli da regalo per ricchi stranieri.
Se vogliamo essere onesti fino in fondo, non possiamo limitarci a puntare il dito contro chi scava e chi ricetta. Dobbiamo interrogarci sul silenzio e sull'indifferenza che spesso circondano i nostri siti archeologici, lasciati all'incuria o alla mercé di chiunque. La tutela del patrimonio non è compito esclusivo dei Carabinieri, ai quali va il nostro plauso, ma è un dovere civico di vigilanza che spetta a ciascuno di noi. Difendere la storia è l'unico modo per non essere solo consumatori di passaggio su una terra che non ci appartiene più.