di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.43 - Art. 15 Dicembre 2025]
Lucrezia:
l’Opzione Fondamentale e il ripensamento etico
Le storie raccontate da Livio nella sua monumentale opera Ab Urbe Condita Libri conservano un fascino particolare, poiché uniscono la capacità di coinvolgere il lettore, grazie a una tensione drammatica abilmente gestita, all’intenzione di fornire insegnamenti utili per la vita del cittadino romano del I secolo a.C. Il tutto è sapientemente narrato con rara finezza, tanto che gli antichi la definivano opus oratorium maxime (“un’opera di natura prevalentemente oratoria”).
Tra gli episodi più significativi spicca la vicenda di Lucrezia (I, 58) che, nelle intenzioni dello storico, oltre a offrire un esempio leggendario di quegli antiqui mores, che avevano reso grande il passato dell’Urbe, serviva a sancire un evento cruciale della storia di Roma antica: il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Oggi, il racconto si presta a opportune e attuali riflessioni sulla morale e sulla dignità della persona.
L’oltraggio e il dilemma morale
Lucrezia, nobildonna romana, moglie di Collatino, nota per la specchiata onestà e la bellezza, accende il desiderio del giovane figlio del re, Sesto Tarquinio, che si reca a farle visita ed è accolto come ospite di riguardo. Di notte, il giovane, in preda alla brama (amore ardens), la raggiunge in camera da letto e, sorprendendola nel sonno, cerca in ogni modo di convincerla ad accondiscendere alla sua richiesta.
Parole violente, minacce e preghiere si rivelano inutili. A quel punto, Sesto ricorre a un espediente ancora più ignobile, aggiungendo alla “paura il disonore” (ad metum dedecus): fingerà di aver trovato Lucrezia in flagrante adulterio con uno schiavo che aveva portato con sé; li ucciderà entrambi e lascerà il cadavere del servo, nudo, accanto a quello della donna. A questo punto, la paura del disonore (sociale e post-mortem) vince la resistenza di Lucrezia.
Dopo la violenza subita, Lucrezia chiama immediatamente padre e marito, ai quali rivela l’oltraggio e chiede vendetta. Lei si sente innocente nell’animo (animus insons), poiché solo il corpo è stato violato (corpus est tantum violatum). Sesto Tarquinio l’aveva ingannata, comportandosi da nemico mentre era stato accolto come amico e ospite (hostis pro hospite). Egli ha ottenuto un “piacere” (gaudium) che sarà “mortale” (pestiferum) per lei, ma anche per lui stesso, a patto che i congiunti si comportino da veri uomini (si... viri estis).
La visione pagana
I congiunti cercano di sollevarla dalla responsabilità e di dissuaderla dal gesto estremo (il suicidio), affermando un principio morale centrale per il pensiero romano: è la mente che pecca, non il corpo. È assente la colpa in colui cui manca l’“intenzione” (consilium).
Celebri sono le parole della donna prima di togliersi la vita: “Io, anche se mi esonero dalla colpa (peccato), non mi ritengo libera dal supplizio”. Qui Livio ribadisce un concetto fondamentale: non c’è colpa morale se manca il consenso. Lo stupro è un crimine subito, non un peccato commesso dalla vittima. La violenza si configura come un crimine perché viene intaccata, oltre al corpo, la libertà della persona.
Questo principio è oggi il fondamento del concetto di assenso affermativo: l’assenza di volontà è sufficiente per configurare l’aggressione. Inoltre, il principio dell’integrità dell’animo è l’arma etica contro la colpevolezza della vittima, affermando che la dignità personale non può essere rubata o macchiata dalla forza altrui. Il suicidio di Lucrezia, nel contesto pagano, non è una punizione per una colpa morale (che lei non ha), ma l’estremo atto di virtus per preservare l'onore pubblico, in quanto simbolo dell’onore romano.
… quella agostiniana
Il gesto di Lucrezia ci offre la possibilità di riflettere sulla natura dei nostri atti e sulla loro diversa valutazione morale. In questo senso, è centrale il giudizio che Agostino d’Ippona formula a proposito del suicidio della matrona romana (De Civitate Dei I, 19-20).
Agostino si associa a tutti gli scrittori romani nel lodare in Lucrezia la difesa della pudicizia, ma come cristiano non può consentirle il rifiuto della vita. In un contesto cristiano, il gesto di Lucrezia è un peccato perché contraddice la legge divina universale: “Non uccidere”.
Egli porta l’esempio delle donne cristiane che, durante le occupazioni barbariche, pur avendo subito violenze simili, “continuano a vivere e non hanno punito in sé il delitto di un altro. (...) Agli occhi di Dio non chiedono altro che non deviare dall’autorità della legge divina”. Le due interpretazioni – quella liviana (pagana) e quella agostiniana (cristiana) – mettono a confronto l’importanza dell’onore sociale (esterno) con la sottomissione alla legge divina (interna).
La teologia contemporanea: categoriale e trascendentale
Nel contesto attuale, la teologia morale cattolica ha tentato una rivisitazione significativa della rigidità morale tradizionale. Facciamo riferimento al concetto di Opzione Fondamentale teorizzato da pensatori come Karl Rahner, Franz Böckle e Josef Fuchs.
Innanzitutto, va fatta la distinzione tra la dimensione categoriale e quella trascendentale. Il livello categoriale riguarda le azioni specifiche, concrete e osservabili, come il suicidio di Lucrezia. Il giudizio di Agostino si focalizzava prevalentemente su questo livello: se un’azione era intrinsecamente cattiva (intrinsece malum), perché oggettivamente tradiva un ordine divino, era considerata un peccato mortale, indipendentemente dall’intenzione o dal contesto. Il livello trascendentale è la libertà radicale e profonda della persona, l’orientamento globale del suo essere verso il Bene (Dio) o contro di esso. Questa è l’Opzione Fondamentale (o scelta fondamentale). La sensibilità moderna (psicologica e filosofica) riconosce che l’essere umano non è un insieme di atti isolati, ma un’unità dinamica, con la complessità della persona e della libertà.
La visione di Sant’Agostino, che condanna il suicidio di Lucrezia come peccato perché contrario al “Non uccidere”, è fondamentale per la morale cattolica tradizionale, ma può essere approfondita con la teologia morale contemporanea. Agostino aveva ragione nel condannare il gesto sul piano categoriale (il suicidio come azione esterna). Tuttavia, la visione trascendentale permette di valorizzare l’intenzione radicale e il bene cercato da Lucrezia.
Secondo Rahner, l’atto esterno (il suicidio) può essere oggettivamente sbagliato, ma l’Opzione Fondamentale di Lucrezia è orientata verso un bene assoluto (l’onore, la dignità, la libertà) che, pur nel contesto pagano, può essere letto come una forma di ‘carità anonima’, quindi un orientamento implicito e non pienamente consapevole a Dio. Questo approccio, pur mantenendo la condanna dell’atto in sé (categoriale), permette di affermare che la volontà e l’intenzione della vittima sono talmente sacre da definire la sua integrità al di là della contaminazione fisica. Questa profonda libertà (trascendentale) è ciò che la violenza tenta inutilmente di negare; ed è ciò che dà valore alla persona, continuamente provocata a dare un senso autentico alle sue azioni.
Il messaggio finale, valido oggi, è che la dignità e l’onore di una persona non risiedono soltanto nell’integrità fisica, ma nell’affermazione incondizionata della sua volontà (consenso) e della sua libertà. La violenza può contaminare il corpo e distruggere la vita, ma non può rubare la dignità e l’orientamento trascendentale dell’anima innocente della vittima. Lucrezia, nella lettura contemporanea, è l’emblema della persona la cui integrità morale non può essere macchiata dalla forza altrui, ma diviene il simbolo di un puro atto di autoderminazione e libertà radicali. Pertanto, pur restando il suicidio un atto oggettivamente (categoricamente) grave, il suo gesto estremo non può essere moralmente condannato come peccato, poiché incarna l’affermazione assoluta della dignità personale che trascende la norma e proclama l’integrità della coscienza difronte al sopruso.