di Angelins
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.42 - Art. 15 Novembre 2025]
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Restanza
L'etica del ritorno si scontra con la dura realtà
di un sud senza supporto
Si parla sempre più spesso di "restanza", un concetto potente coniato dall’antropologo calabrese Vito Teti, che non definisce il restare come rassegnazione, ma come un "sentimento dell’abitare che, in sé, è un viaggio", un atto di volontà e coraggio.
Il dibattito sul far rivivere i paesi abbandonati, sul ripopolamento delle aree interne e montane, è vivo e alimenta la speranza di invertire la storica emorragia demografica del Mezzogiorno.
Eppure, in regioni come la Calabria, la strada per chi vuole tornare o restare è lastricata di ostacoli che il solo desiderio individuale non può superare.
I numeri parlano chiaro e descrivono la gravità della situazione, caratterizzata da un’emorragia continua. Negli ultimi dieci anni, oltre un milione di persone si è spostato dal Sud al Centro-Nord, e la maggior parte di questi sono giovani under 35, spesso laureati o altamente specializzati.
È la "fuga dei cervelli" interna, un fenomeno che impoverisce ulteriormente il tessuto sociale ed economico del Meridione, come accadeva negli anni '50 e '60, sebbene oggi con dinamiche diverse.
Le motivazioni rimangono le stesse: mancanza di lavoro stabile e opportunità. Ma oggi si aggiungono la carenza di servizi essenziali: sanità inadeguata, trasporti inefficienti e una cronica assenza di occasioni di crescita culturale e sociale.
A spingere i giovani verso Milano, Bologna, Torino o verso l’estero, non sono solo gli stipendi, ma la prospettiva di vivere in contesti più dinamici e connessi al resto d'Europa.
Mentre associazioni e studiosi promuovono l’idea di restanza come atto di resistenza, il divario tra le diverse aree interne italiane è palese. Come sottolineato dagli esperti, "Andare a gestire un rifugio in Valle d’Aosta non è come rimanere in un’area interna calabrese."
Al di là delle differenze oggettive e della diversa attrattiva mediatica, in Calabria chi sceglie di restare o tornare si scontra con una realtà dove l'azione istituzionale è percepita come lenta, disorganizzata o insufficiente.
La strategia nazionale per le Aree Interne (SNAI) e le opportunità offerte dal PNRR rappresentano una chance, ma la loro attuazione procede a rilento e la difficoltà dei piccoli comuni, spesso a corto di personale e competenze, nella gestione dei fondi e nella partecipazione ai bandi è enorme.
Manca quel supporto strutturale e quella "capacità progettuale" che si rivela superiore nei neo-abitanti o nei ritornanti provenienti da contesti più dinamici.
I giovani che scelgono la restanza, spesso motivati dalla ricerca di una migliore qualità della vita, del contatto con la natura e del basso costo degli immobili, si concentrano per lo più nei settori dei servizi, della piccola imprenditoria e delle produzioni di nicchia.
Solo una minima parte, come emerge dalle ricerche, si dedica al settore primario. Hanno idee, sono fortemente motivati – in particolare le giovani donne con studi umanistici – ma si trovano ad affrontare un ecosistema locale che non riesce a sostenere le loro ambizioni.
L'assenza di investimenti mirati in infrastrutture moderne, la difficoltà nell’implementare una mobilità sostenibile (necessaria a superare la "claustrofobia" dei luoghi remoti) e la mancanza di una formazione coerente con le vocazioni del territorio rappresentano macigni per i “restanti”.
Il rischio è che i progetti di innovazione, spesso portati avanti da chi è "venuto da fuori", non riescano a innescare un meccanismo virtuoso di trasferimento di competenze e redistribuzione delle opportunità per i ragazzi del posto.
La restanza non deve rimanere solo uno slogan o un atto di coraggio individuale. La Calabria e il Sud hanno bisogno di un cambio di passo da parte delle istituzioni.
Non si tratta di calare interventi dall'alto, ma di partire dai territori per "invertire lo sguardo" e valorizzare le competenze locali.
Il problema di fondo è che la restanza non trova concreti supporti sul territorio. I giovani che intendono investire e radicarsi, faticano a trovare abitazioni adeguate a prezzi sostenibili, o locali idonei e a norma dove avviare le proprie attività imprenditoriali.
I centri storici, pur bellissimi, sono spesso privi dei servizi essenziali che rendono vivibile un luogo, dalla connessione Internet veloce ai servizi sanitari di base.
Gli aiuti economici o, almeno, le facilitazioni burocratiche e fiscali per chi vuole avviare una start-up o recuperare un immobile sono insufficienti o troppo complessi da ottenere.
Senza una strategia organica, che superi le difficoltà burocratiche e combatta le sperequazioni interne, il fenomeno della restanza rischia di rimanere un'eccezione, un sogno velleitario.
Il Sud continuerà a perdere il suo capitale umano più prezioso, lasciando che il coraggio di chi resta si scontri quotidianamente con la nuda realtà di un territorio, che fa fatica ad aiutare sé stesso.