di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.42 - Art. 15 Novembre 2025]
di Francesco Caliò
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Sud e dintorni
tra mancanza di prospettive e impoverimento territoriale
Premessa
Per quanto ci si possa sforzare, appare comunque difficile dare una spiegazione accettabile (Non che non si possano individuare le cause, ma incomprensibile è l’accettazione passiva e il totale asservimento ai poteri siano essi politici che economici, motivo per il quale il rapporto tra rappresentato e rappresentante o se si vuole tra elettore ed eletto è tutto inclinato a favore del secondo, che di fatto gestisce come meglio crede il potere.) della deriva socioeconomica e territoriale del sud (per sud ci si riferisce in questo articolo almeno e limitatamente alla parte meridionale del continente europeo, tralasciando per ovvi ragioni il sud mondiale, che contiene in generale anche le medesime e spesso più gravi criticità), senza che ci si possa esimere da una valutazione complessiva del fenomeno che ha sia radici storiche, ma anche ragioni di carattere strutturale (politiche, culturali, formative e non da ultime dalla presenza di organizzazioni criminali).
L’inverosimile leggerezza dell’essere (apolitica strutturale)
Sembra paradossale che la società si sia appiattita sui proclami televisivi e del web, essi infatti restituiscono un’immagine della società piuttosto inverosimile, patinata, fatta di like, di ottimismo economico, di benessere lavorativo, addirittura di massima occupazione. Il quadro in realtà è piuttosto cupo, con lo stato sociale in tendenza regressiva su tutti i settori e la totale mancanza di politiche pubbliche lungimiranti e proattive, non si vedono ad oggi risalite socio economiche all’orizzonte e gli indici economici reali sono chiarissimi e depressivi. Da un lato abbiamo il bombardamento comunicativo, dall’altro la triste realtà.
Questa quadratura non è in realtà soltanto italiana, larga parte del pianeta risente e vive un periodo storico delicatissimo, e persino l’innovazione tecnologica sempre più evoluta (A.I.) viene veicolata solo con l’unico obbiettivo di sostituire l’uomo con la macchina sotto il profilo lavoristico, un mero abbattimento dei costi aziendali e con l’altro indubbio scopo di incrementare al massimo i profitti, si parla infatti da qualche anno di extra profitti per gli azionisti.
Lo aveva palesato anche Jeremy Rifkin1 quando teorizzava proprio la fine del lavoro ammonendo che le alternative non erano tante per poter avere una società equa, solidale e funzionale. Se la logica sarà solo quella del profitto l’intera società collasserà, con diseguaglianze sempre più marcate ed estreme. Dall’avvento del protocapitalismo sino all’attuale versione sofisticata del capitalismo di sorveglianza2, il viaggio passa da quella società sempre più distopica raccontata da George Orwell3 nel lontano 1949, ma che oggi ci appare materializzata e vivente.
Il legame non basta
Trasferire alle generazioni attuali il legame con il territorio appare essere dunque una missione quasi impossibile, non vi sono infatti strumenti, leve o altri elementi per catalizzare la presenza e soprattutto la permanenza nei luoghi d’origine, vuoi per carenza strutturale di formazione adeguata e innovativa (salvo pochissime eccezioni, l’Unical rientra tra queste) e vuoi per la totale mancanza di opportunità lavorative serie e durature, e per usare il richiamo alle nozioni di base dell’economia politica, oltre agli altri due attori del sistema economico (il primo soggetto è la famiglia, ed in essa possiamo ovviamente contenere la nuova forza lavoro giovanile), ovvero imprese e stato che hanno di fatto abbandonato l’etica della responsabilità, almeno nella stragrande maggioranza dei casi (le prime sposando una finanza tutta orientata ai dividenti ed extraprofitti, il secondo con una perdita totale di autorevolezza istituzionale derivante da una corruzione dilagante e imperante).
Le prime nel richiedere forza lavoro hanno un unico obbiettivo, massimizzare i profitti e ridurre al massimo i costi del personale, sia sottopagando i lavoratori, quello che viene chiamato effetto dumping (qualche decina di euro sono ritenute già ottimali come paga giornaliera per un ragazzo in sfregio ad ogni rapporto di retribuzione proporzionale al lavoro svolto) e sia riducendo o eliminando le azioni mirate alla sicurezza sui luoghi di lavoro (evidenti sono purtroppo gli innumerevoli incidenti mortali sui luoghi di lavoro che coinvolgono ragazzi proprio durante i tanto blasonati percorsi di alternanza scuola-lavoro).
Si vuole poi soltanto accennare agli strumenti esasperati come gli stage, che altro non sono che rapporti di lavoro simulati a costo zero e che dissimulano una formazione che in realtà è utopia, tant’è evidente che se si osservano gli annunci di selezione del personale si comprende subito che chiedere ad un candidato a fronte dell’offerta di un stage quasi sempre gratuito o minimamente retribuito con ridicoli rimborsi, di possedere almeno una laurea magistrale (e sin qui potrebbe essere normale), 5 anni di esperienza nel settore, la conoscenza di almeno due lingue straniere, l’aver gestito gruppi di lavoro o aver fatto parte di gruppi di progetto (quello che viene identificato come project manager), capita sempre più spesso la richiesta di essere fortemente motivati e ovviamente automuniti nonché di conoscere qualche linguaggio di programmazione, da ciò si comprende bene come nasce la voglia di fuga.
Si riscontra anche l’effetto ulteriore e per certi versi peggiore, coloro i quali si sono formati fuori sede, che hanno fatto persino esperienza altamente professionalizzante arrivando a ricoprire importanti ruoli in organizzazioni complesse (enti di ricerca, strutture ospedaliere) dopo essere rientrati (i politici usano la terminologia tanto odiosa quanto ipocrita del rientro dei cervelli) in Italia si ritrovano a dover letteralmente scappare nuovamente generalmente all’estero per recuperare ciò che avevano acquisito, precarizzazione, occupazioni partitiche governative, falsi e tendenziosi bandi solo formalmente appetibili ma che in realtà nascono e muoiono in un ciclo di vita a senso unico senza nessuna ricaduta socio economica. In poche parole coloro che rientrano riscappano via dopo poco tempo.
Il mito dell’altrove (davvero non c’è scelta?)
Tra neet (acronimo inglese che blandamente identifica coloro che non hanno istruzione, formazione e impiego), generazione millenium (coloro che sono nati tra anni ottanta e il 2000, identificata anche come generazione Y o millennials), generazione z (definiti anche nativi digitali post anni 2000) e altre categorizzazioni descrittive molto in voga oggi, vi è un unico filo conduttore, prospettivamente drammatico sotto tutti i punti vista, da quello occupazionale, sanitario e previdenziale.
In questo oceano di incertezze, anzi di certezze negative trova base l’idea che occorre andar via, lasciare la propria terra per avere qualche possibilità e realizzare un progetto di vita (una famiglia, una casa, un’autonomia economica, un qualcosa che affranchi e smarchi l’individuo dalle dipendenze genitoriali). Se da una parte però le famiglie (intese in senso lato e omnicomprensivo) rappresentano un cuscino sociale, un ammortizzatore vitale di sopravvivenza, dall’altro rischiano di divenire dei focolai domestici in perfetto stile Verghiano, ed invece che essere dei laboratori di crescita umana esse si sono trasformate in culle permanenti con figli che assomigliano più a dei piccoli budda che a persone in divenire, per quanto scontato e banale possa sembrare “tempi duri formano persone preparate alla vita, tempi di eccessivo benessere consumistico creano il vuoto”.
Andare via alla ricerca di opportunità è un miraggio? Ritengo di no, soprattutto se il processo è pensato come un percorso di crescita umana e professionale, le esperienze d'altronde hanno proprio come obbiettivo quello di dare all’individuo gli strumenti da tenere nella cassetta degli attrezzi e di usarli quando servono. Una scelta universitaria per esempio dovrebbe essere meditata, e se nel proprio territorio non vi sono percorsi che abbiano una validità (non legale formale, del semplice titolo acquisito intendo) sostanziale, forse è opportuno cambiare aria e scegliere una città, una sede, un corso che contiene docenti preparati, motivati e programmi seri, frequentare un’università che nel ranking nazionale permane nella classifica agli ultimi posti non è mai un buon investimento, né per lo studente e neppure per la società, figuriamoci per la famiglia che deve caricarsi i costi di formazione.
L’altrove ha quindi un senso se si vuole davvero crescere, non è una sconfitta, non è fuga, anzi è proprio nella conoscenza di altri posti e di altre culture anche nel territorio nazionale che si può palesare un vero percorso di crescita. Dice bene Galimberti4 quando sostiene che i figli a 18 anni devono andar via da casa a mille chilometri di distanza e svolgere un servizio civile, anzi proprio questo servizio va associato all’interno del primo anno di università, questo servirebbe per calmierare i costi dei fuori sede, dando respiro economico alle famiglie con ovvie ricadute positive formative sugli studenti. In questo però ci dovrebbe essere una chiara scelta di politica pubblica, perché di questo si tratta, lo stato sociale piuttosto che sparire dovrebbe supportare queste esperienze in modo strutturale.
I dati, demografia e collasso sostanziale
Non penso ci siano grandi dubbi sul collasso sociale che si sta consumando, e le cause sono piuttosto evidenti, è sufficiente leggere alcuni dati per comprendere il fenomeno. La politica storicamente, in particolare quella più conservatrice ed elitaria ricostruisce il fenomeno sulla mancanza di natalità e sul saldo negativo delle nascite, omettendo volutamente di affondare lo sguardo nella totale mancanza di politiche pubbliche sociali familiari e lavoristiche.
I dati Istat5 sono lapidari, in Calabria circa il 48,8 % della popolazione è a rischio povertà o di esclusione sociale, carenza di servizi pubblici generali, dalla scuola alla sanità, passando per l’occupazione praticamente asfittica o assente. Circa il 23 % delle famiglie in Italia non dispongono di un reddito minimale per soddisfare i bisogni primari, in Calabria questo dato si attesta al 49%, un dato che parla da se senza necessità di commenti. In una desertificazione sociale come quella calabrese che prospetta entro il 2050 il dimezzamento della popolazione residente oltre all’invecchiamento sociale e anagrafico, le condizioni strutturali di inversione del trend appaiono ad oggi inverosimili, assente, totalmente assente è qualsivoglia strumento che possa essere di ausilio al recupero sociale, anzi, lo smantellamento dello stato sociale in senso omnicomprensivo lascia ormai intravedere l’evaporazione del tessuto produttivo e intellettivo. La curva negativa che ormai appare irreversibile è chiaramente descritta da Rosina6, nel suo ultimo lavoro.
Non si comprende davvero dunque la cecità di una classe politica attenta solo alla gestione del potere e all’occupazione sistematica di posizioni istituzionali, quando meno giovani si traduce in una semplice equazione negativa su ogni fronte sociale soprattutto se rapportata al cronico ed ormai palese invecchiamento generazionale, quest’ultimo aggravato anche da patologie degenerative diffuse nella popolazione. Non bastano quindi il volontariato e il terzo settore se l’attore principale (lo stato) si tramuta in un assenteista volutamente neutrale in totale sincronia con il nuovo liberismo economico, anzi tendenzialmente ormai si riparla apertamente di liberalismo autoritario7.
1 Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, Mondadori, 2002.
2 Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, 2023.
3 George Orwell, 1984, Mondadori, 2023.
4 Umberto Galimberti, intervista su Il Corriere della sera del 13 settembre 2019, https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_13/a-18-anni-via-casa-ci-vuoleun-servizio-civile-12-mesi-5e8e05f0-d65b-11e9-8d78-c16bbb32544a.shtml
5 Istat, https://www.istat.it/it/files/2020/05/18_Calabria_Scheda.pdf
6 Alessandro Rosina, La scomparsa dei giovani, Chiare lettere, 2025.
7 Claudia Atzeni, Liberalismo autoritario, la crisi dell’Unione Europea a partire dalle riflessioni di Hermann Heller, Mucchi editore, 2023.