di Giovanna Moscato
https://t.me/Giovymos [Botros n.42 - Art. 15 Novembre 2025]
Carmine Abate - “Vivere per Addizione e altri viaggi”
Ogni popolo è in cammino, lo è da sempre, fin dagli albori dell’umanità. Il viaggio di ogni uomo verso un’altra destinazione, diversa dalla sede in cui è nato, può essere intrapreso per motivi diversi: per il desiderio di conoscere posti nuovi, per la necessità di trovare un luogo più ospitale, per fuggire ad una guerra, per cercare un’occasione di rinascita oppure per trovare sostentamento per sé e per la propria famiglia. In alcuni casi si mette radice altrove, si acquisiscono nuovi modi di vivere accogliendo in toto le consuetudini della terra che accoglie. Ma in altri casi le radici non vengono recise e si vive con una profonda nostalgia dei luoghi che sono stati lasciati. Il nostro Sud, come quasi ogni Sud del mondo, si caratterizza per un progressivo spopolamento, tanti giovani, ma anche tanti anziani i cui figli vivono permanentemente altrove, vanno via per non fare più ritorno se non per un breve soggiorno. Credo che in alcuni casi il dolore della perdita delle proprie radici sia incommensurabile, ma viene messo a tacere dalle prospettive di un futuro lavorativo certo e ben remunerato.
Uno scrittore che nei suoi romanzi dà voce in modo coerente e realistico alale aspettative, i desideri di un emigrante è senza dubbio Carmine Abate in quanto egli stesso è stato emigrante e figlio di emigranti. La sua famiglia di orgini arberesh, giunta nel Sud Italia nel XV secolo a Carfizzi, ha conosciuto l’emigrazione in America, in Francia e in Germania dove lo stesso autore ha vissuto da insegnante . E proprio in Germania Abate ha sentito l’urgenza di scrivere per denunciare l’ingiustizia dell’emigrazione, per dare voce al disagio di chi non sa quale sia il suo posto nel mondo, ma anche per sottolineare la ricchezza dell’incontro con gente di lingua e di tradizioni diverse dalle proprie.
“Se per i tedeschi continuavo a essere uno straniero; per gli altri stranieri un italiano; per gli italiani, un meridionale o terrone; per i meridionali, un calabrese; per i calabresi, un albanese o “ghieggiu”, come loro chiamano gli arbëreshë; per gli arbëreshë, un germanese o un trentino; per i germanesi e i trentini, uno sradicato, io per me ero semplicemente io, una sintesi di tutte quelle definizioni, una persona che viveva in più culture e con più lingue, per nulla sradicato, anzi con più radici, anche se le più giovani non erano ancora affondate nel terreno ma volanti nell’aria.
A chi queste cose le sa teoricamente, le mie parole possono apparire di un’ovvietà sconcertante. Ciò che non è ovvio, che richiede un cammino faticoso, è indossarle come un abito, farle aderire al tuo corpo come una seconda pelle. Solo così riuscirai a vedere il mondo attorno a te con altri occhi e finalmente, con questo nuovo sguardo senza pregiudizi, potrai godere il meglio della vita qui e là e in ogni luogo, come se i tuoi occhi avessero cambiato colore, da marroni fossero diventati non dico azzurri, ma una via di mezzo luminosa.”
Sono queste alcuni pensieri che ritroviamo in “Vivere per Addizione e altri viaggi”, un accattivante romanzo del 2010 in cui i temi dell’emigrazione e del senso di sradicamento e di non appartenenza a nessun luogo del mondo sono predominanti. Si tratta di un insieme di 18 racconti compatti che danno vita ad una storia unica in cui si intrecciano emigrazione e vagabondaggi tra Germania, Italia, Francia e la casa di Amburgo. In questi luoghi prendono vita incontri a distanza di anni in posti lontanissimi, con uno sguardo ai paesi della Calabria che si spopolano, agli asili calabresi trasformati in centri di accoglienza. In Germania i germanesi (emigrati in Germania) non vedono l’ora di tornarsene a casa. A queste storie si aggiungono le avventure vere e proprie di un supplente calabrese nelle valli lombarde e trentine. Abate inizia raccontando l’infanzia in paese, i sapori della cucina arbëreshe, gli arrivi al Nord Italia e in Germania.
Ma affronta anche temi come l’incontro con i nuovi migranti. E tra la nostalgia di chi parte e quella di chi resta, trova spazio la difficile ricerca dell’identità. Infine la comprensione che emigrare non è solo mancanza, ferita, ma è soprattutto ricchezza. In un racconto il treno porta madre e figlio dalla Calabria ad Amburgo. Lei, come tante mamme del Sud, gli dà da mangiare lasagne, uova sode, pane con soppressata, provola, pane con sardella, fichi secchi. In una valigia marrone trova spazio anche una tazza del caffè che per la mamma è un feticcio che la collega a casa. La preoccupazione della donna è che si rompa. Il padre e la madre devono far laureare il ragazzo, comprendendo appieno il valore della cultura come unica risposta alla miseria: il ragazzo lo sa bene, anche lui è quella tazza da tenere con cura.
Tutte le storie sono vibranti di vita vissuta, ricche di un lessico dialettale , di sapori e profumi che fanno ritornare prepotentemente in terra calabra.
Interessante è un’intervista rilasciata a Mariassunta Veneziano in un articolo del quotidiano “CalabriaOra” del 7 novembre 2011 di cui riporto un frammento che lascia trasparire l’intento narrativo dello scrittore: “Con la Calabria, racconta, ha un «rapporto passionale». «Nei miei libri c’è sia la memoria sia il presente - afferma -. Cerco, libro dopo libro, di narrare la complessità di questa regione, le spine e i fiori, insomma gli aspetti negativi ma anche quelli positivi, evitando i luoghi comuni più nefasti». Ed ecco che i temi si moltiplicano. C’è la ’ndrangheta, certo, ma ci sono anche il lavoro, le lotte quotidiane, il mistero, l’amore, la costante ricerca delle proprie radici. Quella stessa ricerca che ha impegnato e appassionato Carmine Abate per tutta una vita. E che però non è riuscito a stritolarlo nella morsa della nostalgia. «Parto dalla memoria per arrivare a rappresentare e capire il presente; la memoria per me non è qualcosa di nostalgico, ma qualcosa che possa servire a vivere meglio il nostro tempo, a illuminarlo. Per dirla con Elias Canetti, che ha definito lo scrittore “custode della metamorfosi”, io mi sento custode di una memoria che si trasforma». Quella memoria che Carmine Abate ha portato con sé nel suo girovagare lungo anni. Un viaggio di sola andata che al momento si è fermato in Trentino, dove vive senza la smania del ritorno, perché la Calabria e la Germania, le sue terre, le vive per addizione…”
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