di dott. Don Laurent Mbale Imani
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.42 - Art. 15 Novembre 2025]
di dott. Don Laurent Mbale Imani
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.42 - Art. 15 Novembre 2025]
COP30 a Belém:
il clima come sfida economica e geopolitica
L'ecocidio al centro del dibattito globale sulla giustizia ambientale
Dal 10 al 21 novembre 2025, Belém, in Brasile, ospita la COP30, la trentesima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Un vertice cruciale che accade precisamente dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, che aveva, a suo tempo, fatto tante promesse e poche attuazioni. Oggi più che mai la lotta al riscaldamento climatico appare non più solo una questione ambientale, ma anche economica, geopolitica e di giustizia sociale.
La posta in palio è grande: si tratta di salvare il pianeta. Malgrado le diverse conferenze, l’ultima si è tenuta l’anno scorso a Baku in Azerbaigian a novembre 2024, il cui tema principale è stato il finanziamento climatico con la finalità di stabilire un nuovo obiettivo collettivo. Anche lì come in altre occasioni è stato raggiunto un accordo per la finanza climatica dove Paesi sviluppati, insieme a contribuenti volontari, si sono impegnati a mobilitare 300 miliardi di dollari l’anno entro 2035. I paesi si erano anche impegnati a creare le condizioni per mobilitare un totale di almeno 1.300 miliardi di dollari da tutte le fonti di finanziamento entro 2035.
È ovvio che questa cifra è sembrata illusoria e insufficiente per garantire la riduzione delle emissioni del CO2 vista l’entità della crisi e le urgenze e necessità da affrontare. Anche se a Baku si era raggiunto l’accordo su l’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi riguardo gli scambi di crediti di carbonio per ridurre le emissioni e rendere operativo un mercato globale del carbonio, la COP29 è stata criticata in quanto non abbia imposto vincoli per una rapida eliminazione di petrolio e gas (combustibili fossili).
Sono certo che anche la COP30 sarà considerata una COP finanziaria ma anche una Conferenza che dovrà definire chiaramente e semmai riconoscere l’ecocidio come crimine alla pari di altri grandi crimini.
Prima di affrontare l’argomento sull’ecocidio è opportuno dire chiaramente le cose come devono essere dette. Le politiche climatiche stanno ridisegnando le relazioni economiche tra Nord e Sud del mondo: i paesi industrializzati devono finanziare la transizione ecologica e compensare i danni causati da due secoli di sviluppo ad alte emissioni mentre i paesi in via di sviluppo, invece, chiedono risorse, tecnologie e accesso ai mercati verdi per non dover scegliere tra crescita economica e tutela ambientale.
Questo porterebbe alla nascita di una nuova geopolitica del carbonio, in cui chi controlla foreste, torbiere, minerali critici e capacità di assorbimento del CO₂ possiederebbe un vero potere negoziale. Ma questo non è ancora il caso oggi. “La lotta al cambiamento climatico è anche una battaglia per la giustizia economica e per un nuovo equilibrio tra Nord e Sud del mondo.”
Finanza verde e responsabilità globale
La dimensione economica è il vero cuore della COP30. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, servono 2.400 miliardi di dollari all’anno per sostenere la transizione nei paesi emergenti. Ma i fondi promessi finora, come il Loss and Damage Fund, restano insufficienti o inattuati. A Belém si discute anche di pagamenti per i servizi ecosistemici (PES): meccanismi che ricompensino chi protegge foreste e biodiversità. In altre parole: chi conserva il pianeta deve essere pagato come chi produce energia. “Chi inquina paga, chi protegge dev’essere sostenuto”. Diciassette paesi, dal Brasile all’Indonesia fino alla Repubblica Democratica del Congo, custodiscono oltre il 70% della biodiversità terrestre. Queste nazioni, spesso povere ma ricchissime di risorse naturali, stanno costruendo a Belém una “alleanza dei paesi megadiversi” per chiedere: maggiore rappresentanza politica nei negoziati climatici, accesso equo ai fondi di transizione, riconoscimento economico del valore della biodiversità. Un’alleanza che può cambiare gli equilibri globali, spostando il centro del potere climatico verso il Sud del mondo.
L’ecocidio: da parola militante a proposta di legge internazionale
Uno dei temi più innovativi della COP30 è la proposta di riconoscere l’ecocidio come crimine internazionale. L’ecocidio è nato come una parola militante, oggi sta diventando sempre di più un tema politico globale.
Per dovere di storia, questo termine fu coniato nel 1970 dal biologo statunitense Arthur Galston in una Conferenza del Congresso americano sulla guerra e le gravi devastazioni ambientali americane in Vietnam e Cambogia. Poi il termine viene riutilizzato in una Conferenza delle Nazioni Unite (non ancora la COP che nacque nel 1995) sull’Ambiente Umano di Stoccolma nel 1972 dal Primo Ministro svedese Olof Palme.
Il termine ecocidio indica la distruzione grave, estesa o di lunga durata degli ecosistemi naturali, compiuta con consapevolezza delle conseguenze. L’ecocidio viene definito quindi come la distruzione grave e consapevole degli ecosistemi naturali, Un gruppo di giuristi internazionali ne ha proposto il riconoscimento come quinto crimine internazionale, accanto a genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e aggressione. E hanno proposto di inserirlo nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. il suo riconoscimento avrebbe delle implicazioni economiche e politiche, tale il perseguimento legale dei responsabili di danni irreversibili all’ambiente, creazione di sanzioni economiche, risarcimenti e apertura di un fondo globale vincolante di compensazione e di una tassazione internazionale del carbonio. “Riconoscere l’ecocidio significherebbe affermare che distruggere il pianeta non è solo immorale, ma anche illegale”.
Molti paesi del Sud de mondo sono difensori del riconoscimento del crimine di ecocidio accanto a genocidio, tra cui, il Brasile, l’Indonesia, la Colombia, la Repubblica Democratica del Congo.
Il caso della Repubblica Democratica del Congo: il “cuore verde” del mondo
La Repubblica Democratica del Congo (RDC) rappresenta un caso emblematico. Il Paese, tra i meno responsabili del riscaldamento globale, custodisce la seconda foresta tropicale del pianeta e il torbiere che immagazzinano oltre 19 miliardi di tonnellate di carbonio.
Un patrimonio naturale di valore globale che oggi si trova al centro di forti interessi economici. Il Congo è ricco di cobalto, rame e litio, minerali essenziali per la transizione energetica, ma la deforestazione e instabilità politica mettono a rischio la sua funzione di “polmone verde” mondiale. È da trent’anni che il Paese è attanagliato da una guerra, che provoca distruzione, taglio degli alberi, bracconaggio…La Repubblica Democratica del Congo è una potenza ambientale in cerca di equità.
Oggi il Paese viene definita un “paese-soluzione”: se sostenuta economicamente, può contribuire a stabilizzare il clima globale. Il rischio, però, è che la transizione verde diventi una nuova forma di colonialismo ecologico, dove la ricchezza naturale viene sfruttata senza benefici locali.
L’Europa e l’Italia: tra responsabilità storica e opportunità verde
L’Unione Europea si presenta a Belém con l’obiettivo di consolidare la propria leadership climatica, ma anche con il peso delle sue contraddizioni interne. Deve dimostrare coerenza tra politiche interne e cooperazione internazionale, sostenendo concretamente i Paesi che custodiscono risorse ambientali strategiche. Per l’Italia, hotspot di biodiversità più ricco d’Europa, la sfida è duplice: potenziare la cooperazione con i Paesi africani e mediterranei e promuovere una diplomazia verde che unisca scienza, tecnologia e sviluppo sostenibile.
Conclusione: un impegno collettivo per il futuro
La COP30 non è solo un vertice sul clima: è un ennesimo banco di prova per la governance globale del 21° secolo. Dietro ogni decisione ci sono equilibri economici, geopolitici e sociali che determineranno il futuro delle nostre economie, della nostra sicurezza, del nostro pianeta.
Il clima non è più un capitolo dell’ambiente, ma una questione di stabilità globale, di diritti e di pace. Per questo serve una mobilitazione non solo dei governi, ma anche della società civile, dei media, dei cittadini, dei fedeli. La consapevolezza pubblica può spingere i decisori politici (policy maker) ad agire con maggiore urgenza e coerenza.
Ognuno di noi può e deve fare la propria parte: informarsi, ridurre il proprio impatto, sostenere le scelte responsabili e pretendere impegni concreti.
Belém può essere la svolta, ma solo se le parole diventano azioni. La Terra non può più attendere: il futuro, economico e umano, si decide oggi.