di Gianfranco Bonanno
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.42 - Art. 15 Novembre 2025]
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Sud e giovani
quando partir è un po’ morir
Ogni qualvolta mi è capitato di esprimermi sul tema "Sud e giovani", il primo pensiero si è appuntato sulla congiunzione. Ho sempre ritenuto più appropriata una “o” disgiuntiva, anziché la “e” copulativa-positiva, per legare i due termini.
L’espressione, infatti, non può che richiamare il fenomeno dell’emigrazione giovanile dal sud Italia verso altre regioni o paesi, definendo non solo un campo di indagine sociologica ma anche un campo semantico, per quel malinconico significato oppositivo che si nasconde dietro le scelte dei molti giovani meridionali che partono senza considerare la possibilità di un rientro nella propria terra d’origine.
Ancora oggi, dopo oltre un secolo, si deve purtroppo parlare di Sud “o” giovani. Con una sola differenza: oggi non viaggia più la valigia di cartone tenuta insieme da uno spago, ma la borsa di pelle del medico, dell’ingegnere, del professionista… E con le borse partono anche le teste e le anime.
E’ un’emorragia silenziosa ma inesorabile di giovani talenti che abbandonano il Sud Italia, non per spirito d'avventura o curiosità cosmopolita, ma perché restare significherebbe rinunciare a un futuro dignitoso. Nel decennio 2014-2023, il Mezzogiorno ha perso 550 mila residenti verso il Centro-Nord, mentre oltre un milione di persone sono espatriate all'estero. I dati Istat fotografano una realtà impietosa. Nel biennio 2022-2023, circa 129 mila residenti si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord. La Lombardia da sola assorbe quasi un terzo di questi flussi, diventando la terra promessa per chi fugge da Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.
Ma è la qualità dell'esodo a destare maggiore allarme: se fino al 2021 i laureati rappresentavano il 26% degli emigranti meridionali, dal 2022 questa percentuale è schizzata al 42%. Come osserva ironicamente qualcuno: "Il Sud non esporta più arance, esporta dottori, ingegneri e architetti. Peccato che poi dobbiamo importare consulenti dal Nord per dirci cosa fare".
L’emigrazione giovanile dal Sud non è però un semplice brain drain economico; è piuttosto un fenomeno di migrazione selettiva che affonda le radici in una stratificazione complessa di fattori strutturali, culturali e psicologici.
Fattore economico-occupazionale – Il 78,1% degli adolescenti meridionali tra 15 e 16 anni ritiene che nella propria area non esistano opportunità di lavoro. Non si tratta solo di disoccupazione: è la percezione che il territorio non possa offrire lavori qualificati e ben retribuiti. Quando un'offerta arriva, spesso è sottopagata, precaria o in settori che non valorizzano la formazione acquisita.
Fattore infrastrutturale e geografico – Raggiungere alcune zone della Basilicata, Calabria o Sicilia senza automobile è praticamente impossibile. L'alta velocità ferroviaria si ferma a Salerno, sulla dorsale ionica calabrese corre ancora "un trenino su un unico binario", e della Salerno-Reggio Calabria si parla da mezzo secolo senza mai completarla. Questo isolamento logistico non solo limita la mobilità quotidiana, ma scoraggia gli investimenti esterni, creando un circolo vizioso.
Fattore culturale e percettivo – Resiste ancora oggi una narrazione simbolica che contribuisce a costruire un immaginario collettivo in cui il Sud rappresenta marginalità, arretratezza, assenza di futuro. Gli stessi giovani meridionali interiorizzano questo stigma, finendo per auto-escludersi dal proprio territorio.
Fattore demografico ed esistenziale – Chi parte non lo fa solo per il lavoro, ma per una qualità della vita percepita come migliore altrove. Solo il 30% dei bambini tra 0 e 2 anni trova posto negli asili nido, mentre i servizi essenziali sono cronicamente carenti. Restare diventa così "più che una scelta, una condizione subita”, che provoca una seconda forma di perdita, meno visibile ma altrettanto importante: quella delle aspirazioni individuali costrette a ridimensionarsi.
Fattore sociale – La riduzione della popolazione giovanile indebolisce le comunità locali, la trasmissione culturale, le reti di solidarietà, contribuendo a un’erosione del tessuto sociale che ha il volto dei piccoli centri svuotati, delle scuole chiuse, dei servizi fantasma. Resta una "narrativa pessimista e scoraggiata tra chi rimane, che alimenta ulteriormente il fenomeno migratorio".
Del resto, la retorica politica del "rilancio del Sud" si ripete da decenni senza mai tradursi in fatti concreti. Tra il 1998 e il 2004, sul Mezzogiorno si sono riversati 120 miliardi di euro di spesa pubblica, eppure il divario con il Centro-Nord è rimasto sostanzialmente inalterato. Il PNRR doveva essere "l'ultima occasione": 215 miliardi di euro per "rammendare" il Paese. Ma al 31 marzo 2025, al Sud sono stati assegnati appena il 31,6% delle risorse (51,5 miliardi), mentre il Nord ne ha ricevuti 70,9 di miliardi (43,5%). Come osserva sarcasticamente qualcuno: "L'Europa ci ha dato i soldi guardando quanto eravamo messi male al Sud. Noi li spendiamo al Nord. Geniale".
Questa inefficacia cronica delle politiche di sviluppo non è solo questione di burocrazia o corruzione (che pure esistono), ma di un sistema che ha rinunciato a una visione strategica. Il vero nodo gordiano dello sviluppo meridionale è il carattere fortemente assistito dell'economia del Mezzogiorno e l'endemica incapacità di crescita auto-propulsiva.
Il risultato? Dal 2002 al 2021, 2,5 milioni di persone hanno lasciato il Sud, di cui 800 mila under 35 e 263 mila laureati.
La domanda finale, dal punto di vista sociologico, non è tanto "perché se ne vanno?" (le ragioni sono evidenti), quanto piuttosto: "Cosa servirebbe per farli tornare, o almeno per convincerli a restare?"
Le ricette sono note, almeno sulla carta: politiche di sviluppo locale mirate alla creazione di occupazione giovanile qualificata; incentivi al ritorno attraverso sostegni all'imprenditorialità e sgravi fiscali; investimenti in infrastrutture materiali e immateriali; valorizzazione delle eccellenze locali; superamento del clientelismo politico. Ma queste soluzioni richiederebbero una rivoluzione culturale prima che economica: smettere di vedere il Sud come problema assistenziale e iniziare a considerarlo come opportunità strategica.
Nel frattempo, i treni continuano a partire. E mentre la politica discute, un'intera generazione prende la valigia e se ne va, senza prospettiva di ritorno. Perché, come dice amaramente un giovane emigrato: "Non è che l'Italia non sia un paese per giovani. È che il Sud non è più un paese per chi vuole restare giovane abbastanza da vedere un futuro".