di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.42 - Art. 15 Novembre 2025]
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Oreste e Pirandello:
dalle verità assolute alla crisi dell'io
Lo studio delle opere antiche offre una lente privilegiata per comprendere le diverse modalità con cui l’uomo, nel corso della storia, ha agito e interpretato la sua esistenza. I classici sono la testimonianza viva dei significati attribuiti alla vita e delle risposte date al dramma perenne delle scelte e delle decisioni umane. La tragedia, in particolare, rivela questa lotta interiore.
Oggi, in un contesto dichiaratamente secolare, le certezze stabilite dalla volontà divina sono cadute. L’uomo moderno si scopre sempre più privo di una guida, orfano di quelle verità eterne che orientavano il suo agire in questa vita e garantivano, addirittura, la salvezza nell’aldilà. Tuttavia, è proprio questa crisi a rivelarsi un passaggio necessario e positivo. L’uomo si scopre interpellato ad agire con più responsabilità, chiamato a superare il disorientamento per riscoprirsi costruttore libero e autonomo del bene.
Il dramma di Oreste
Nell’antichità, l’azione umana è sostenuta e quasi necessitata dalla volontà divina, che rafforza e rende certa la propria azione, sostenendo la coscienza e stabilendo ciò che è giusto e lecito fare.
Questa situazione è espressa nel dramma di Oreste. L’Orestea di Eschilo – la trilogia che narra la sanguinosa vicenda della casa di Agamennone – culmina nel matricidio raccontato nelle Coefore. Oreste, dopo aver ucciso Egisto, si trova di fronte a Clitennestra. La madre, nell’imminenza della morte, cambia atteggiamento: si denuda il seno e fa appello al suo ruolo materno, pronunciando le strazianti parole: “fermati, figlio, abbi rispetto, creatura mia, di questo seno al quale tante volte tu, pieno di sonno, hai succhiato fra le labbra il dolce latte della vita” (vv. 897-898). Oreste vacilla: “Pilade, che debbo fare (τί δράσω)? È mia madre! Come posso ucciderla?” (v. 900)
Egli supera ogni esitazione solo quando Pilade, con l’unica battuta che pronuncia in tutta la tragedia, gli ricorda il volere imperativo degli dei: “Considera pure tuoi nemici tutti, ma non gli dei” (v. 902). Oreste agisce, dunque, non per libera e solitaria scelta, ma come strumento tragico della giustizia divina, in un sistema di cause-effetto gestito dal trascendente.
… e quello di Paolo
Questa concezione del Trascendente come garante dell'azione corretta si è mantenuta sostanzialmente invariata nel tempo. Anche nella tradizione cristiana, Dio interviene per indirizzare comportamenti e gesti nei momenti cruciali. Ne è esempio il caso di Paolo di Tarso, persecutore dei giudeo-cristiani, il quale, durante il viaggio verso Damasco, viene intercettato da una voce (Atti 22, 6-16). Alla domanda di Paolo, “che devo fare (τί ποιήσω), Signore?”, segue una chiara indicazione. Guidato da Anania, Paolo comprende di essere scelto per “vedere ciò che è giusto e ascoltare la voce” di Dio. In entrambi i casi – Oreste e Paolo – l’agire è orientato, sostenuto e legittimato da una Verità esterna e superiore.
La crisi della modernità: lo “strappo nel cielo di carta”
Se la voce di Dio era giustificabile e inquadrata in una cultura cristianizzata, sorretta da una solida costruzione teologica e metafisica, la cultura contemporanea si è ritrovata davanti alla morte di questa visione tradizionale del Trascendente.
Il filosofo Nietzsche parlò della “morte di Dio”, ma ad onor del vero, come notato da Severino, è stato Giacomo Leopardi a intuire per primo la caduta delle certezze metafisiche quando, nello Zibaldone, affermava che “distrutte le forme platoniche preesistenti alle cose, è distrutto Iddio”.
La caduta di questo riferimento trascendente ha lasciato l’agire dell’uomo privo di un fondamento oggettivo. Chi ha saputo dare consistenza letteraria a questa crisi del soggetto all’alba del Novecento, preannunciando la nostra situazione attuale, è stato Luigi Pirandello.
La trasformazione di Oreste in Amleto
Nel Fu Mattia Pascal, questa crisi è magistralmente sintetizzata da Anselmo Paleari, il padrone di casa che dà ospitalità ad Adriano Meis (identità fittizia assunta da Pascal) e lo intrattiene con le sue teorie bizzarre.
– La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! – […] – Ora senta un po’, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.
– Non saprei, – risposi, stringendomi nelle spalle.
– Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo. […] Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.
Qui viene toccato il punto centrale della crisi moderna: la critica alla consistenza dell’io e all’oggettività della realtà. La metafora del teatrino e delle marionette allude al fatto che la nostra personalità è una costruzione fittizia, una maschera che indossiamo. Il “cielo di carta” è l’insieme delle certezze, delle convenzioni e delle verità tradizionali che permettono all’uomo di recitare la sua parte con spontaneità e convinzione.
Lo strappo, l’incidente casuale e banale che ne svela la falsità e la convenzionalità, denuncia all’improvviso l’inganno. La marionetta (l’uomo) entra in crisi, è costretta a vedere sé stessa e la realtà in modo nuovo e straniato. Tutte le certezze si dissolvono, condannando l’individuo alla paralisi. La coscienza del vuoto impedisce l’azione, riempie di dubbi e lascia l’uomo perplesso e smarrito. È questa la condizione moderna, dopo il crollo dei grandi sistemi di certezze.
Dalla crisi alla responsabilità
Il compito cruciale e arduo dell’uomo contemporaneo non è negare questa crisi, ma prenderne coscienza. Questo passaggio è il punto di partenza imprescindibile per riscoprirsi costruttori liberi e responsabili del bene nella storia.
L’uomo non è più l’esecutore tragico mosso dal destino divino, ma l’attore maturo che deve auto-fondare i valori che danno senso al suo esistere. Per il credente, abbracciare la crisi del “Dio-garante” che giudica e legittima le azioni umane, tramandato dalla millenaria cultura religiosa, significa gettare le basi per una vita rinnovata e convertita ad un’esperienza adulta della fede. Per l’uomo laico, significa accettare il peso della libertà assoluta, elevando la propria capacità di scelta a unica fonte di eticità e significato.
La crisi, dunque, non è un vicolo cieco, ma la nascita di una responsabilità etica adulta, in cui l’agire, pur privo di garanzie esterne, acquista un valore più profondo, poiché scaturisce interamente dalla consapevolezza e dalla scelta dell’uomo.