di Francesco e Francesca Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.41 - Art. 19 Ottobre 2025]
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Se Halloween si prende la società
Premessa
Viviamo tempi distopici e disumanizzati, la perdita di consapevolezza umana ha lasciato campo largo ad ogni specie di barbarie, piccole o grandi che siano. La deriva consumistica ha prodotto effetti devastanti, in termini di diseguaglianza sociale e di effetti critici imponenti e difficilmente gestibili, con evidenza che il prezzo che si paga come società in perdite di vite umane e di sofferenze, ha raggiunto ormai livelli da punto di non ritorno (i fisici la definiscono “singolarità”), e anche una festa (sarebbe più corretto dire evento, perché di festa in realtà ha molto poco) estremamente commerciale come quella che ricorre il 31 Ottobre di ogni anno diventa in realtà una metafora dei nostri tempi, perché forse in fondo abbiamo tutti, un po’ una qualche forma di maschera, ma allo stesso tempo abbiamo anche la libertà di scegliere quale indossare o ancora meglio se indossarla o meno.
La negazione di un genocidio ripropone nei fatti non solo una riscrittura della storia passata, ma anche una falsificazione di quella presente, con una comunicazione unidirezionale, piacevolmente e volutamente ipocrita tutta indirizzata a veicolare il popolo ad essere gregge, ignorante, non pensante, polarizzato e mai informato. E allora è proprio nella sfera pubblica, in quella politica che si manifesta l’essere Halloween in un carosello di teatrini che si portano dietro due elementi fondanti. Da una parte la riscrittura della storia, dall’altra il negazionismo sistematico atto e indirizzato al mantenimento e consolidamento del potere attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica[1].
La metafora di Halloween
L’antropologia ci racconta in realtà di una festa che affonda la sua nascita ed evoluzione in epoche arcaiche, celtiche (il festival di Samhain, che altro non sarebbe che la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno, con ricadute ovviamente sui raccolti, i prodotti della terra della natura. Si trattava quindi di un rito di passaggio legato alla natura e alle sue fasi, attraverso cui l’uomo cercava di esorcizzare le sventure incombenti o per celebrare e accattivarsi le divinità.) esattamente, e che aveva in pratica come motivo fondante non certo mostri, mostriciattoli, bambole assassine o streghe e vampiri, tutte cose che oggi invece colorano l’evento “festivo” in tv, al cinema, nella musica, anche in romanzi horror, e che spesso fanno da apripista all’usuale quanto banale “dolcetto scherzetto” tutto americano o americanizzato.
Si è infatti costruita una sorta di industria del settore, che non ha mancato nemmeno di produrre effetti emulativi piuttosto dannosi e persino illegali (si pensi all’insana abitudine di inserire lamette nelle arance con il relativo lancio verso le persone, durante per esempio la battaglia delle arance di Ivrea o in altre occasioni popolari). Come ci ricorda Morin[2], la magia, il magico, la ricerca dell’ignoto non è di appannaggio tipicamente arcaico, anzi è proprio nella modernità che trova oggi più di ieri il suo humus, e nel mentre sembra un elemento atrofizzato, esso permea ed invade l’intero tessuto sociale, provocandone la dissoluzione, a partire proprio dai diritti e dalle libertà fondamentali.
Non è poi così difficile comprendere la società attuale, o meglio non è difficile smascherare l’abisso del potere, il suo abuso, esso oggi non ha più nessun limite, nessun pudore, nessuna vergogna, tutto è concesso ed allo stesso tempo dovuto, come avveniva “nell’ancien regime” per il sovrano assoluto, prima della nascita del concetto di “Stato moderno”[3]. Oggi più di ieri Halloween invade le nostre case, le nostre vite, e si badi bene, non si tratta dei vestiti carnevaleschi o delle zucche vuote con il cero acceso dentro, ma del fatto che la società e il cittadino in genere è ritornato nella sostanza ad essere un misero suddito, a cui far credere sistematicamente che gli eletti proprio in quanto eletti quasi divini, come “semi dei” fanno sempre il suo interesse e siedono sui troni per simboleggiare l’ingrato sacrificio a cui non si sottraggono affatto, essi incarnano la parte malsana di una sfarzosa e surreale composizione dell’ideal tipo di weberiana memoria, ma non hanno alcun senso dello stato, solo delle loro fauci, non è un caso che pervengono anche senza alcuna remora a decretare che il diritto conta, ma solo sino da un certo punto, poi conta altro, quest’altro è il sopruso, l’arbitrio.
Quest’ultima insana teoria proviene da chi in realtà, dovrebbe invece, proprio per il ruolo istituzionale che ricopre, affermare che il diritto e la politica devono avere sempre il primato su ogni altra tipologia di composizione dei conflitti[4], soprattutto il diritto internazionale è necessario per la coesistenza pacifica dei popoli, degli stati, può un ministro degli esteri schernire lo “jus gentium”[5] quale fondamento della normativa internazionale? La questione di Gaza è oggi dopo decenni di conquiste socio culturali inverosimile, non tanto per la brutalità sistematica su una popolazione civile (la crudeltà, la tortura viaggiano in un continuo con la storia umana, ci sono sempre state, ma il fatto stesso che nella società di oggi, nonostante anni di conquiste civili, giuridiche, si ripropongano tragedie immani quasi come se lo spirito illuministico che ha contraddistinto l’occidente non ci fosse mai stato, mai esistito, ecco qui siamo all’assurdo) che già di suo dice tutto, ma per la portata degli eventi.
Dice bene Cacciari, quando afferma che forse è la prima volta che si verifica che un esercito si scagli contro i civili, non due eserciti, non una guerra, ma qualcosa di sistematico che non ha ragione di essere giustificato semplicemente perché si fa parte di un governo, la coscienza per la società ha un peso, e niente e nessuno può cambiare questa legge naturale, si ha qui un collasso di un concetto semplice e mai scontato, quello dell’umanità, perché a ben vedere si tratta forse non di due voci antagoniste, ma verosimilmente di una visione del mondo, quella che viene identificata con il termine tedesco di “weltanshauung”. La frattura sociale appare senza sconti, proprio in occidente che sembra assopito, impotente alle dinamiche di potere.
Per questo motivo, le due visioni sono inconciliabili, e si ripropone ancora una volta la bipartizione tra classe dominate e classe dominata molto cara a Marx, oggi più che mai si rievoca facilmente una similitudine con antiche barbarie. Appare banale, drammaticamente banale, che uno o più membri che ricoprono cariche di stato arrivino persino ad essere attori di pensieri abbietti e futili; Assistiamo quindi, ad una liquefazione politica che si materializza nella composizione sociale, nelle fratture sociali, ed accade paradossalmente che le classi meno abbienti siano attratte da tipi o modelli che non solo non incarnano la vera società, quella della moltitudine, quella dei tanti che sopravvivono, quella che non trova risposte nei servizi pubblici sociali. Il meccanismo, che in un certo senso può essere legato all’odierna Halloween, è in realtà molto semplice, e cattura l’immaginario collettivo anche se poi coloro che assumono cariche pubbliche realizzano gli interessi individuali egoistici propri e non certo di chi li ha scelti.
La maschera funziona e si traduce in una paradossale rottura sociale che pochi anni fa non si sarebbe nemmeno immaginata. Si chiama antipolitica[6], quel distacco che i cittadini fanno propria, anni di logorio, di “mostruosi connubi”[7] per citare Massimo Severo Giannini, che ha fatto sì che il meccanismo di rappresentanza venisse corroso, con effetti dirompenti, si parla infatti di “paradosso democratico”, con restringimento delle democrazie sostanziali e ampliamento di autocrazie falsamente democratiche, autocrazie che non possono non portare che a regimi, diversi nell’abito ma non nella sostanza, con scarsa o nessuna tolleranza verso il dissenso, o persino verso un istituto politico sociale come il diritto di sciopero, che ribadiamo è sancito e contenuto nella nostra Costituzione.
Halloween difatti è già tra noi, permea le istituzioni, e ancora una volta ci si chiede come può un ministro di grazia e giustizia (il guardasigilli si diceva un tempo) attaccare un magistrato antimafia? Ebbene, evidentemente gli stakeholders di cui è portavoce hanno una collocazione ben precisa, e forse Pericle nel 476 A.C. nel suo discorso agli ateniesi aveva largamente eviscerato la questione. Qui il linguaggio accademico invero lascia il posto alla parola basica, elementare, ma efficace dell’uomo comune come direbbero i giuristi non in senso dispregiativo ma anzi, proprio per rimarcare la difficoltà tecnico linguistica cognitiva di comprendere alcuni fenomeni, altrimenti sfuggenti ai più, prende la forma umana, quella diretta, elementare, molto cara a Massimo Recalcati.
L’andamento tendenziale delle società appare fortemente distopica, e la stessa modulazione dell’essere umano sembra ricadere su se stessa, lo affermava Freud già agli inizi della psicoanalisi, siamo fatti male, c’è un meccanismo mentale di base autodistruttivo, mentre nel regno animale l’uccisione avviene per preservare la specie, per mercare il territorio, per sopravvivere, in quello umano accade qualcosa di diverso, l’uomo stesso sembra essere fatto per uccidere, quasi ci fosse una passione omicida, non è un caso che la storia umana è piena di conflitti, di guerre, e dalla storia nulla impariamo, anzi vi è sempre più una corsa ad armi tecnologicamente avanzatissime in termini di potenziale distruttivo. Si esplica quindi quello che sostiene il padre della psicoanalisi (Freud[8]), che gli umani hanno insita alla loro programmazione un’innata passione per uccidere, non è quindi una creatura mansueta bisognosa di amore, ma anche una macchina terribilmente aggressiva verso i suoi simili con azioni diverse quanto odiose e brutali.
Lo si comprende bene oggi, soprattutto quando si ascoltano dichiarazioni al di fuori di ogni forma di legalità, può un ministro di un governo affermare che il diritto internazionale non vale per Israele in quanto popolo eletto? Evidentemente no, ma risulta ormai chiaro a molti che si sta palesando una rottura di civiltà giuridica e la sudditanza che altro non è che un meccanismo perverso del potere sta assumendo ormai contorni grotteschi e disumani.
[1] Jürgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, 2005.
[2] Edgar Morin, L’identità umana, Raffaello Cortina, 2002.
[3] Antonio Marongiu, Lo stato moderno, Lineamenti storico istituzionali, Edizioni ricerche Roma, 1990.
[4] Antonio Cassese, Diritto Internazionale, Il Mulino, 2021.
[5] Carlo Curti Giardino, Riccardo Monaco, Manuale di diritto internazionale pubblico, parte generale, Utet, 2009.
[6] Vittorio Mete, Antipolitica, Il Mulino, 2022.
[7] Massimo Severo Giannini, Rapporto sulle disfunzioni della pubblica amministrazione, 1979.
[8] Sigmund Freud, Il disagio nella civiltà, Feltrinelli, 2021.