di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.41 - Art. 19 Ottobre 2025]
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Dalle Georgiche a Humus Job
l'antica lezione di Virgilio per un'economia di comunione in Calabria
Il poeta Virgilio, nelle sue Georgiche, non ci offre solo versi sull’agricoltura, con l’elogio dell’Italia (Laus Italiae) per fertilità, abbondanza di vegetali e di animali, di acque, risorse minerarie e clima mite: ci consegna un vero e proprio manifesto per lo sviluppo economico sostenibile, oggi più che mai urgente. Il suo messaggio è chiaro: per superare le crisi, vanno riscoperti gli antiqui mores, gli antichi valori, che hanno reso grande Roma, e coniugarli con questa nobile attività, l’agricoltura. Secondo il poeta mantovano, l’unico modo per pacificare la società è legare il senso della terra al lavoro onesto, il tutto reso sicuro dalla concordia. È un invito ad abbandonare l’individualismo a favore di una collaborazione diffusa per il benessere collettivo.
Virgilio dedica un intero libro, il IV, alla descrizione della vita delle api. Non è un caso. La loro comunità è il simbolo di una società perfetta: ogni insetto esiste in funzione della collettività, assolvendo scrupolosamente i propri compiti. Questa è la prima forma di economia di comunione ante litteram. La descrizione non era per Virgilio un semplice esercizio letterario, ma un forte richiamo politico rivolto all’Italia dilaniata dalle guerre civili. Il poeta auspicava il ritorno a quell’armonia che solo l’autorità di Ottaviano (poi Augusto) poteva restaurare. La lezione è cristallina: l’ordine genera prosperità.
La concezione etica del lavoro
Innanzitutto, il lavoro nel pensiero di Virgilio viene svincolato da visioni negative. Rispetto alla tradizione biblica e a quella greca (in particolare Esiodo), in cui la necessità del lavoro è vista come punizione, Virgilio nel I libro (vv 121-123) attribuisce l’invenzione del lavoro e delle sue difficoltà all’idea provvidenzialistica di Giove: «Il Padre lui stesso volle che non fosse facile la coltivazione (colendi haud facilem esse viam), aguzzando con le fatiche gli ingegni umani (curis acuens mortalia corda)». È il primo excursus, che gli studiosi chiamano ‘teodicea del lavoro’, in cui l’autore cerca di dare un significato positivo al lavoro, riconoscendo in dio l’origine sensata e quindi giustificando anche i sacrifici, gli sforzi e le preoccupazioni che questa attività comporta. La teodicea (theòs + dike) dimostra come il dovere e le fatiche che esso comporta siano stati voluti da una divinità benefica, per favorire il progresso umano. L’operosità umana è quindi valutata positivamente: «tutto vince il faticoso lavoro e il bisogno che incalza nelle avversità» (Labor omnia vincit/ improbus et duris urgens in rebus egestas. I, vv 145-146).
La comunità delle api e l’economia di comunione
Le laboriose api, pensando all’inverno, lavorano durante l’estate e «mettono in comune» (in medium reponunt, IV, v 157) il frutto del loro lavoro. L’espressione in medium reponunt è la vera chiave di lettura che lega l’etica virgiliana alla moderna economia di comunione. Ognuna svolge il proprio compito, stabilito secondo un patto (foedere pacto, v. 158) con scrupolosità, mentre «ferve l’opera e il miele fragrante odora di timo» (Fervet opus, redolentque thymo flagrantia mella, v 169). La dedizione al lavoro delle piccole api, paragonata a quella dei giganteschi Ciclopi (vv 170-179), ha la radice in un “amore innato” (innatus amor, v. 177) per il lavoro. Se il “lavoro è uno” (labor unus, v 184), dice Virgilio, così anche il riposo (una quies, v 184). Questo modo di fare e questi comportamenti, secondo il poeta, riflettono l’origine divina delle api, che hanno parte della mente divina» (partem divinae mentis, v 221) e hanno un privilegio unico: non muoiono, perché «volano vive in mezzo agli astri e si ritirano nell’alto cielo (viva volare sideris in numerum, atque alto succedere caelo, v 226-227).
Il peso del passato
Purtroppo, la storia del Meridione pesa ancora sulla nostra economia. Il Marchesato di Crotone fu a lungo dominato da un’economia latifondista che ne frenò lo sviluppo, mentre il Nord vedeva l’impianto di realtà industriali grazie a imprenditori intraprendenti. Le grandi famiglie nobili (come Barracco, Berlingieri, Gallucci e altre) basavano il loro profitto non sull’innovazione, ma sull’estensione dei terreni e sull’uso di manodopera a basso prezzo, mantenendo ampi strati della popolazione in uno stato di povertà endemica. La Riforma Agraria del 1950, frutto delle aspre lotte contadine, segnò un primo, fondamentale riscatto sociale, distribuendo le terre e imprimendo il germe dell'autonomia imprenditoriale in grado di valorizzare la capacità e la creatività personali.
Le nuove sfide
Oggi, tuttavia, siamo di fronte a nuove e più subdole sfide e il richiamo di Virgilio risuona con forza, specialmente nei nostri territori a prevalente vocazione agricola. Il capitalismo selvaggio e senza regole ha sacrificato le nostre economie locali, colpendo quello spirito imprenditoriale post-latifondista. Esiste il mercato con le grandi catene di distribuzione che penalizzano le piccole o medie imprese locali: i nostri prodotti tipici vengono spesso importati, mortificando la nostra economia.
Dobbiamo porci delle domande cruciali: è possibile scommettere su forme di collaborazione reale e sinergica tra gli imprenditori del settore, mettendo da parte la competizione sterile? Possiamo finalmente pretendere un lavoro eticamente sostenibile, dove lo sfruttamento è sostituito da retribuzioni regolari e dignitose? E noi cittadini, come possiamo diventare consumatori responsabili, premiando chi lavora con onestà?
L’adozione di questo modello, ispirato agli antiqui mores di Virgilio, non è solo un imperativo morale, ma un’opportunità economica. Un’economia basata sulla collaborazione e sull’etica, infatti, è il terreno fertile per offrire ai giovani concrete possibilità di restare qui, impiegando il proprio talento e creatività senza essere costretti a emigrare.
Le reti d’impresa: la nuova concordia
Necessita agevolare nuove forme di economie che insistono sulla collaborazione, merito e regole condivise. Occorre, dunque, investire nelle cosiddette reti d’impresa, lo strumento concreto per favorire collaborazione, legalità, eticità e sostenibilità. Il contratto di rete è definito come un nuovo strumento al servizio delle imprese orientate alla collaborazione produttiva, consentendo loro di lavorare insieme su programmi condivisi, pur mantenendo l’autonomia imprenditoriale.
Humus Job, realtà nata in Piemonte e diffusa in diverse regioni, è una rete di aziende agricole che credono nel valore della collaborazione e della condivisione. Il loro modello di Job Sharing è la dimostrazione che è possibile coniugare la logica virgiliana del labor unus (il lavoro è uno, quindi condiviso) con l’efficienza economica. La sostenibilità che promuovono genera condizioni favorevoli per contrastare il lavoro irregolare e le derive di sfruttamento e caporalato, un male che ancora affligge il nostro territorio.
Politica e istituzioni – ma prima di tutto noi, come Chiesa e come cittadini – abbiamo il dovere di favorire e incoraggiare queste nuove forme di economia. Solo così potremo concretizzare l’esclamazione di Virgilio, affinché non sia solo un augurio, ma la realtà per i nostri contadini e per il nostro intero territorio: «O fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas!» (O troppo fortunati i contadini, se solo conoscessero i loro beni! II, vv 458-459).