di Angelins
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.40 - Art. 18 Settembre 2025]
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Dalla Selce allo Smartphone:
Breve Storia di come il cibo
ha cambiato l'uomo
La nostra storia come esseri umani è, prima di tutto, una storia di fame. Per millenni, il rapporto dell'uomo con il cibo è stato semplice e brutale: una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Per i nostri antenati cacciatori-raccoglitori, il cibo era pura necessità, un orizzonte che limitava ogni altro pensiero.
La prima, vera rivoluzione che cambiò questo destino non fu un nuovo frutto o un animale più facile da cacciare, ma una tecnologia: il controllo del fuoco.
Con il fuoco, il cibo divenne non solo più sicuro e nutriente, ma anche un'occasione.
Attorno al focolare, l'atto del mangiare smise di essere un gesto solitario per diventare un rito collettivo, il primo embrione di quella convivialità che ancora oggi cerchiamo.
La seconda, e forse più imponente, svolta avvenne circa diecimila anni fa con l'invenzione dell'agricoltura. L'uomo smise di essere un nomade in cerca di cibo e imparò a produrlo.
Questa non fu solo una rivoluzione tecnica, ma mentale. Nacquero la pianificazione, l'attesa, la comprensione dei cicli naturali.
E, soprattutto, nacque il surplus, l'eccedenza. Per la prima volta nella storia, l'umanità ebbe più cibo di quello strettamente necessario alla sopravvivenza immediata.
Quel "di più" fu il seme da cui germogliarono i villaggi, le città e le civiltà, permettendo a una parte della popolazione di dedicarsi all'artigianato, al governo e al pensiero.
PCon la nascita delle grandi civiltà, come quella romana, il cibo divenne inevitabilmente uno strumento di potere e un simbolo di status. È qui che la dicotomia tra "necessità" e "culto" si manifesta in modo lampante.
Da un lato, c'era il cibo del popolo – il pane, le zuppe, le verdure – funzionale a sfamare le masse.
Dall'altro, c'erano i sontuosi banchetti dell'aristocrazia, con portate infinite, ingredienti esotici e ricette stravaganti. Il banchetto romano, con la sua ostentazione, fu forse il primo, vero "culto" del cibo, utilizzato per marcare una distanza sociale e affermare il proprio dominio.
Il nostro modo di mangiare subì un'altra scossa epocale dopo il 1492.
La "scoperta" delle Americhe innescò uno scambio planetario di ingredienti che cambiò per sempre le cucine del mondo.
Alimenti che oggi sono il simbolo della nostra dieta mediterranea, come il pomodoro, la patata, il mais e il peperone, erano del tutto sconosciuti ai nostri antenati.
Questo ci insegna che la "tradizione" a tavola non è un monolite immutabile, ma un fiume vivo, fatto di viaggi, scambi e felici contaminazioni.
Arriviamo così ai giorni nostri, all'ultima grande trasformazione. Con la rivoluzione industriale e la globalizzazione, il cibo è diventato un prodotto di massa, disponibile in abbondanza nei supermercati, inscatolato, surgelato, pronto.
Questa abbondanza, però, è costata un prezzo altissimo: la disconnessione.
La maggior parte di noi non ha idea di chi abbia coltivato il grano del proprio pane o allevato l'animale nel proprio piatto. È da questo vuoto, da questa perdita di una connessione autentica con la terra, che paradossalmente nasce il moderno "culto" del cibo.
Perché abbiamo smarrito il significato reale, lo cerchiamo disperatamente nella sua rappresentazione: negli show televisivi, nelle ricette degli chef-star, nelle foto patinate dei social.
Inseguiamo il culto del cibo sullo smartphone perché abbiamo dimenticato come coltivarlo con le mani.