di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.40 - Art. 18 Settembre 2025]
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Il cibo come fatto storico e sociale
Premessa
Alimentarsi1 è sempre stata una necessità per tutti gli essere viventi, non vi è infatti specie vivente sia essa animale che vegetale che non abbia bisogno di una qualche forma di nutrizione, sia essa diretta, indiretta che mediata. Al di là della terminologia utilizzata (mangiare, cibarsi, nutrirsi, alimentarsi, etc.), non vi è dubbio alcuno che l’alimentazione rappresenta una caratteristica della vita stessa, che si nutre parafrasando il vangelo “non di solo pane”.
Si proverà non senza difficoltà, ad individuare un filo logico conduttore sull’alimentazione, e sul rapporto tra uomo e cibo, e scopriremo che nel corso dei secoli e in ambiti territoriale diversi, il cibo non solo assume una diversificazione tipologica, ma anche un significato non univoco tra diverse etnie, anche appartenenti ad uno stesso territorio, finendo per essere anche un fatto prima che culturale, tassativamente sociale, marcando l’appartenenza ad una, piuttosto che ad un’altra classe sociale. Ma vi è di più, in riferimento ai processi che sottendono le industrie alimentari, forse, è il caso di citare le poderose inchieste di “food for profit”, il primo documentario che descrive la connessione tra industria della carne, le lobby e la politica. Tutto ciò viene portato avanti dai finanziamenti che l’Europa paradossalmente veicola per effettuare allevamenti intensivi, laddove coesistono maltrattamento, sfruttamento e crudeltà verso gli animali2.
L’aspetto storico è forse quello meglio documentato, le fonti infatti ci rivelano usi e consuetudini alimentari delle popolazioni nel corso del tempo molto precise, sia sul tipo di alimenti utilizzati che sul perché alcune fette di una data popolazione sceglievano o meglio subivano alcuni piuttosto che altri alimenti da consumare. Certo, già nel neolitico quando l’uomo era ancora un cacciatore raccoglitore, consumava ciò che riusciva a raccattare, in un certo qual senso era una sorta di street food preistorico autonomo, nel senso che si consumava ciò che si trovava.
È solo con la nascita delle prime città, i primi insediamenti urbani, che il consumo di cibi da strada assume una valenza collettiva, non sociale nel significato moderno, ma sotto l’aspetto prettamente organizzativo. Oggi ironicamente diremmo ci fermiamo dove c’è un “buffet all inclusive”. Già i greci usavano friggere il pesce per strada per venderlo e consumarlo al momento, era come oggi una pratica molto più diffusa di quanto si possa immaginare3. E cosi in epoca romana, la modalità di consumare pasti veloci e semplici era praticamente identica. Persino oggi, al di là della diversificazione tipologica, la modalità non muta.
A Londra per esempio è usanza consumare il cd “Fish and chips”, letteralmente pesce e patate fritte. Il cibo per come lo conosciamo noi è quindi un elemento primordiale, è la catena alimentare degli esseri viventi, senza la vita stessa non esisterebbe, in quanto processo biochimico in senso ampio, anche la sintesi clorofilliana è una modalità di consumare e rigenerare alimenti. Cambiano soltanto gli ingredienti, ma il processo è infondo similare. Se pensiamo per esempio alla patata, sconosciuta nei continenti europei e asiatici prima della scoperta delle Americhe, ci si rende conto di come anche un singolo prodotto possa plasmare la dieta di una certa popolazione, infatti essa era alla base della catena alimentare degli Inca.
Il cibo non si scontra soltanto con le culture, con la storia di un popolo, se per un attimo facciamo mente locale su una bevanda diffusissima come la birra, siamo incautamente portati con la mente nei pub irlandesi, londinesi, e perché no a Monaco per l’Octoberfest, tipico raduno festoso per gli amanti della birra. Ma se si vuol fare un minimo di riflessione e di minuta ricerca è facile scoprire che questo prodotto è nato in altri paesi e in altre epoche, in particolare 4000 anni furono i Sumeri a dare il marchio a quelle belle e altisonanti bottiglie che si notano esposte nei supermercati di ogni città o paese ai tempi d’oggi. Mai quindi dare per scontate le verità, perché occorre sempre porsi domande e allenare la mente ad avere dubbi, dissensi, anche se questo vuol dire essere impopolari.
Cibo e classi sociali
Per quanto riguarda il rapporto tra cibo, alimentazione e impatto sulle classi sociali, è bene citare il libro “Classi” di Emilio Gardini4, ricercatore di sociologia generale presso l’Università degli studi Magna Graecia di Catanzaro. Nelle società capitalistiche, per Marx, la divisione in classi generava una forte tensione sociale, in cui individui con stesse idee e obiettivi si ponevano in contrasto con chi la pensava in modo diverso. Oggi, ci si chiede se si sia arrivati ad un “tramonto delle classi”, se ci siano ancora o se esse siano scomparse.
La classe sociale, come sappiamo è una categoria relazionale nei rapporti di potere, c’è chi lo subisce e chi lo domina. Si può infatti parlare di stratificazione sociale, una sorta di scala gerarchica, con al vertice chi detiene il potere e in basso chi deve sottostare ad esso. La correlazione tra classi sociali e cibo, è un tema molto discusso oggi. Pensiamo alle grandi metropoli quali per esempio New York, Parigi, Milano, Roma, Londra, Barcellona, etc etc.…,in ogni angolo delle città troviamo sempre essere umani, etichettati blandamente come “barboni, emarginati, indigenti, spesso codificati nella letteratura letteraria come “miserabili5””, chiamati così perché non possiedono una casa, né cibo e né soldi, né un lavoro.
Si tratta di persone ai margini sociali, anzi spesso al di fuori di essi, sarebbe più corretto definirli esseri umani smarriti, che andrebbero aiutati, capiti, perché ciò non provoca in loro solo problemi fisici per le condizioni in cui vivono, ma anche e soprattutto psicologici. Questo rappresenta un vero dislivello nella società, c’è chi ha troppo e non sa come sfruttarlo e chi non ha niente e non sa come vivere6. Questo aspetto rappresenta in una sintesi sociale quello che vuol dire “diseguaglianza sociale”.
Cibo e salute
Il cibo è un veicolo non solo di alimentazione, ma anche di disfunzioni corporee, vediamo un po’ in dettaglio di cosa si tratta. Anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata, pica, sono i principali disturbi che in alcuni casi possono essere persino letali. Non è questa la sede per descriverne cause, diagnosi e interventi, poiché di pertinenza di altre discipline, ma si vuole focalizzare l’oggetto sul perché dal punto di vista prettamente sociologico esse hanno importanza, poiché è da molte parti ritenuto che una delle cause risiede nei modelli di comportamento sociale dei soggetti interessati.
Se il modello di riferimento è difformemente percepito dal soggetto, ecco che questo genera un’anomalia nella sfera comportamentale, un modello volutamente indotto, inoculato mentalmente. Se nella società di oggi, prettamente liquida7, laddove la stessa identità soggettiva viene frammentata e diviene inconsistente, è una questione meccanica quasi automatica che l’agire sociale traferisca sui singoli modelli anomali. E il consumo, che sta alla base di questa società altro non è che il vero motore e contestualmente il carburante in un meccanismo perverso di autoalimentazione. Si aprono le porte ai tabù8, il cibo, l’ossessione per esso si traduce in un consumismo esasperato, prova ne è per esempio le molteplici pubblicità a cui siamo costantemente sottoposti in un bombardamento di stimoli continui ed inarrestabili.
Quanti di noi rimangono attoniti difronte a slogan surreali (tonno pescato a canna, tonno al filo d’olio, acqua isotonica, diuretica, essenziale, e si potrebbe continuare all’infinito), ci sarebbe da sorridere, ma in realtà le cose stanno drammaticamente e tristemente in altra qualificazione. Di fatto, non scegliamo nulla che non sia già stato drasticamente organizzato e confezionato, deciso, cosi come avviene per ogni aspetto della vita sociale di ognuno di noi.
La variabile cibo proprio perché ormai ricondotta a processi industriali massimi e disumani, arreca a tutto il sistema danni sociali immensi (quante patologie oncologiche derivano da consumo smisurato di alcuni prodotti?). Qui la sociologia della salute, ha tentato di dare una chiave di lettura attraverso il metodo D.I.S. (Disease, Illness, Sickness)9, è il cd triangolo della malattia, laddove Disease è la patologia vera e propria vista tecnicamente dalla medicina, Illness rappresenta la percezione soggettiva della malattia da parte del soggetto, la sofferenza, il dolore, Sickness rappresenta invece la raffigurazione sociale della malattia, ovvero come la società qualifica, osserva, cataloga la malattia stessa e i suoi effetti sul soggetto (esempio, persona produttiva ovvero non più produttiva perché in malattia, costi di assistenza, impatto su famiglia, lavoro, società, etc.).
Cibo, corpo e mente, siamo tutti un po’ distonici
Il rapporto tra uomo e cibo, ad oggi, sembra complicarsi10. Sentiamo spesso parlare di disturbi alimentari che coinvolgono non solo il corpo ma soprattutto la mente dell’uomo. Il cibo come già sappiamo, è una parte essenziale della nostra vita, senza di esso non avremmo la forza di affrontare le giornate. E come mai, oggi l’uomo tende ad allontanarlo finendo in un tunnel dove non sempre c’è via d’uscita? Oggi la nostra società tende a creare dei prototipi più “richiesti” e a scartare chi non rientra nei canoni stabiliti. Ciò avviene specialmente nelle ragazze, dove si creano situazioni con maggiore competizione che portano a sminuire chi non viene considerato adatto per un certo tipo di lavoro, soprattutto nella moda.
La società crea attorno a sé una massa di persone legate insieme dallo stesso pensiero, dove tutti tendono a seguire chi ha portato il “nuovo” senza in realtà riflettere indipendentemente dagli altri. In sostanza, l’alimentazione veicola una forma di modello sociale, riflette in sostanza una modalità vitale tossica e ortoressica11, il proprio corpo diviene così un oggetto da plasmare mediante il cibo, riflesso come un’immagine che deve sempre apparire ai nostri occhi indiscutibile, perfetta, giovane eterna, e anche forse immortale.
Conclusioni
Cibo, rituali, culture, tutte variabili che hanno un unico filo conduttore, sopravvivere, vivere, esistere, pensare attraverso il cibo, perché il vecchio detto “siamo ciò che mangiamo” infondo non è poi così irrealistico. Al di là delle molteplici sfumature sociali che si possono intercettare, mi preme accennarne una, estrema, drammatica, reale, accaduta, poiché l’uomo quando perde il senso umano per dolo o per totale incolpevolezza perviene perfino a gesti a pelle gravissimi, ma necessari alla stessa esistenza.
Il riferimento è ad una storia vera, e per certi versi di microsociologia, “Alive” racconta la storia di un gruppo di sopravvissuti ad un incidente aereo sulle Ande nel 1971. Costoro, per sopravvivere furono costretti a cibarsi di carne umana, quella dei propri compagni morti nel disastro, è forse ancora una volta uno dei tanti interrogativi inspiegabili, come possa l’uomo “moderno” addivenire a compiere l’inanarrabile, anche se, forse la storia umana non è poi così inspiegabile, come è invece spiegabile e totalmente inaccettabile sia umanamente, che militarmente, l’utilizzo del cibo come arma per affamare, disperdere, distruggere un intero popolo, che nonostante tutto ha una sua storia, e che di certo farebbe a meno di subire un genocidio.
1 Cleto Corposanto, Vanessa S. De Francesco, Le relazioni alimentari – Sociologia e cibo: storia, cultura, significati, Rubettino, 2016.
2 Giulia Innocenzi, Food for profit, https://www.raiplay.it/video/2024/05/Food-for-Profit---Report-05052024-a1ac3844-2d74-4938-a480-50df67555010.html
3 Andrea Giardina, Passione Storia, Laterza, 2008.
4 Emilio Gardini, Classi, contraddizioni della società capitalistica, Moltemi, 2025.
5 Victor Hugo, I miserabili, Mondadori, 2013.
6 Charlie Barnao, Sopravvivere in strada, Elementi di sociologia della persona senza dimora, Franco angeli, 2004.
7 Zigmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, 2007.
8 Massimo Recalcati, I tabù del mondo, Einaudi, 2017.
9 Antonio Maturo, Sociologia della malattia, Un’introduzione, Franco Angeli, 2007.
10 Antonio Cerasa, Diversamente sano, liberi di essere folli, Hoepli editore, 2018.
11 L’ortoressia non viene considera una vera e propria patologia, bensì un’attitudine ossessiva verso il cibo ritenuto soggettivamente come sano.