di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.40 - Art. 18 Settembre 2025]
Il cibo. Culto o necessità?
C'è una domanda che si insinua silenziosa tra le pieghe della nostra quotidianità, una domanda che emerge sfogliando una rivista, accendendo la televisione o scorrendo le immagini sui social network: che cosa è diventato per noi il cibo?
Siamo ancora capaci di vederlo come il fondamento della nostra esistenza, la risposta a un bisogno primario e vitale, o lo abbiamo trasformato in un elaborato e onnipresente rito collettivo?
In altre parole: il cibo è ancora una necessità o è diventato un culto?
Da un lato, la risposta sembra ovvia. Il cibo è necessità.
È l'energia che muove i nostri corpi, il pane quotidiano che ci permette di vivere, lavorare, pensare.
Eppure, proprio questa ovvietà nasconde un paradosso drammatico.
In un mondo che celebra ricette sempre più complesse e ingredienti esotici, una parte considerevole dell'umanità lotta ancora per soddisfare questo bisogno fondamentale.
E noi stessi, nelle nostre case, quante volte dimentichiamo il valore di ciò che abbiamo nel piatto, contribuendo a uno spreco che grida al cospetto di chi non ha nulla?
Ridurre il cibo a mera necessità, senza la gratitudine che merita, rischia di farci perdere il senso del suo valore reale.
Dall'altro lato, assistiamo a una vera e propria sacralizzazione mediatica del cibo. Chef elevati al rango di sommi sacerdoti, ricette presentate come formule magiche, programmi televisivi che a ogni ora del giorno ci catechizzano sull'arte culinaria.
È innegabile che questo fenomeno abbia dei meriti: ha risvegliato in molti la passione per la qualità, la creatività e la riscoperta dei sapori.
Ma non possiamo esimerci da una domanda critica: questa ossessione per il cibo non sta forse diventando una comoda via di fuga?
Mentre dedichiamo ore a dibattere sulla cottura perfetta di un piatto, non rischiamo di diventare sordi alle questioni ben più complesse e urgenti che interrogano la nostra società e le nostre coscienze?
Forse, come spesso accade, la verità non sta negli estremi.
Forse la sfida non è scegliere tra necessità e culto, ma trovare una sintesi più alta e più umana.
Riscoprire il cibo come cultura: non un culto vuoto, ma la custodia di tradizioni e saperi che legano le generazioni.
Riscoprirlo come convivialità: non uno spettacolo da guardare in solitudine davanti a uno schermo, ma un'occasione per stare insieme, per dialogare, per costruire comunità attorno a una tavola.
Riscoprirlo, infine, come consapevolezza: la consapevolezza di ciò che mangiamo, di chi lo ha prodotto e del suo impatto sul mondo.
Forse, la vera rivoluzione non è imparare una nuova ricetta, ma reimparare a dire "grazie" per il cibo che abbiamo.
E chiederci, prima di ogni pasto: questo cibo nutrirà solo il mio corpo o anche la mia umanità?