di Gianfranco Bonanno
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.40 - Art. 18 Settembre 2025]
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Il Cibo come identità
Il tema di questo mese – Cibo: culto o necessità – è particolarmente intrigante. Dietro una traccia apparentemente leziosa si nasconde infatti uno scrigno pieno di significati profondi. Proviamo a discostarci, per un attimo, dai più evidenti per dedicarci a quelli meno noti. Se, infatti, consideriamo il cibo una necessità, il nostro pensiero va automaticamente al bisogno di alimentarsi per vivere, e di conseguenza (si spera) a quella parte di mondo dove questi bisogni è molto difficile soddisfare; se lo consideriamo un culto, ci sovviene una gamma variegata di riflessioni, che si colorano ora di sacro ora di profano, come attestano numerosi pensatori che ne hanno indagato il valore materiale, simbolico e spirituale.
Un fatto è certo: il cibo è insieme culto e necessità (e non solo materiale). La sua duplice natura ci richiama ogni giorno alla nostra umanità, fatta di bisogni, desideri, limiti e capacità di trasformare il quotidiano in celebrazione e dono. Il cibo è pertanto elemento materiale indispensabile, ma anche portatore di senso, cultura, relazioni e spiritualità.
Mangiare non è solo un atto fisiologico, ma un gesto che richiama la nostra fragilità e la bellezza del rapporto con l’altro. Forse, come scrive Massimo Donà, il cibo è “fra sapere e sapore”, un ponte tra pensiero e piacere dei sensi.
Cibo come necessità
Fin dalla nascita, il nutrirsi è un bisogno primario che lega l’essere umano alla sua condizione di creatura dipendente dalla natura. Senza cibo, la sopravvivenza è impossibile. Ma anche la qualità del cibo è strettamente legata alla qualità della vita, come affermava lo stesso Gandhi. Ecco perché oggi si fa sempre più urgente riflettere sui modelli di consumo, che minacciano l’ecosistema naturale mettendo in pericolo colture millenarie, oltre a creare disparità inaccettabili nella disponibilità di alimenti.
Il cibo come cultura e culto
Nella sua accezione immateriale, invece, il consumo di cibo trascende la mera sopravvivenza e si eleva a rito sociale, momento di aggregazione e condivisione, portatore di valori spirituali e simbolici. Immanuel Kant non mangiava mai da solo, preferendo la convivialità, mentre Nietzsche era legato a tradizioni personali nella scelta del cibo. Socrate differenziava tra mangiare per vivere e vivere per mangiare, ponendo il cibo al centro di una riflessione etica. Nella tradizione cristiana, il pane quotidiano diventa simbolo di relazione e gratitudine, mentre il digiuno è visto come educazione al desiderio e non semplice negazione, un po’ come avviene anche in alcune confessioni religiose orientali.
Cibo e identità personale
La riflessione sul cibo si amplia considerando il suo ruolo nella costruzione dell'identità, nella comunicazione sociale e nella formazione del pensiero, intrecciando corpo e spirito in una dinamica che va ben oltre la mera sopravvivenza. Il cibo contribuisce a definire chi siamo, sia dal punto di vista fisico che psicologico. La scelta di cosa, come, dove e con chi mangiare riflette valori, ideologie, credenze culturali e religiose.
Feuerbach sosteneva che “l’uomo è ciò che mangia”, volendo sottolineare come il nutrimento incida sulla corporeità e persino sull’identità. Per Sartre l'uomo fa l’assoluto mangiando: ogni pasto diventa espressione di personalità, stile di vita, rispetto verso sé stessi e il mondo esterno. Le diete vegetariane o vegane, per esempio, non sono solo scelte alimentari ma affermazioni etiche e filosofiche.
In Schopenhauer, il corpo è l’unica via d’accesso alla conoscenza, e il cibo diventa mediatore tra pensiero astratto e vissuto concreto. La relazione con il cibo rivela la coerenza tra pensiero e vita, tra valori e abitudini quotidiane, rendendo la dietetica una pratica filosofica consapevole che sconfina nell’etica.
Cibo come linguaggio sociale e memoria collettiva
Il cibo è anche un linguaggio potente: condividere il pasto è simbolo di appartenenza e costruzione di legami sociali. La convivialità trasforma il nutrirsi da atto individuale a rito collettivo. La tavola è luogo di dialogo e identità, dove si trasmettono e rafforzano regole, tradizioni e relazioni, evidenziando la funzione del cibo come collante culturale e sociale.
Secondo l’antropologo Vito Teti, il cibo è testimone della nostra storia personale e collettiva, mettendo in comunicazione passato, presente e futuro attraverso il rituale della preparazione e della condivisione. Le ricette domestiche, i sapori dell’infanzia, le contaminazioni culturali che si sperimentano nel tempo creano un patrimonio simbolico che unisce le generazioni e distingue le comunità.
Cibo come status symbol
Sin dal Medioevo, la disponibilità di cibi pregiati come la carne era segno di ricchezza e appartenenza a una classe nobile, mentre grano, ortaggi e zuppe erano alimenti delle classi popolari. Le trasformazioni sociali degli ultimi secoli hanno reso il cibo sempre più un simbolo di status, distinguendo classi e stili di vita attraverso la scelta, la qualità e la quantità dei prodotti consumati.
Con la globalizzazione e la crescita delle città, il cibo ha assunto nuovi significati. Mangiare alcuni prodotti esotici nei ristoranti di moda, condividendo foto sui social media, comunica appartenenza a fasce sociali dinamiche che aspirano a uno status elevato.
Il sociologo Pierre Bourdieu ha analizzato come le preferenze alimentari siano direttamente correlate alla posizione sociale. I gruppi con maggiore capitale economico e culturale privilegiano cibi delicati e raffinati, mentre i “nuovi ricchi” tendono alla ricerca di prodotti costosi e pesanti. Anche la capacità di apprezzare determinati cibi pregiati è vista come segnale di affiliazione a una classe superiore, alimentando la stratificazione sociale.
Cibo tra piacere e misura
Mangiare è quindi un atto complesso: è necessità, piacere, linguaggio, simbolo, memoria, conoscenza. La scelta di un piatto, il modo in cui lo si prepara e lo si consuma, non sono mai neutri. Nel cibo si annoda la trama della nostra storia, si esprimono differenze, si fondano comunità, si cerca il senso profondo dell’esistenza tra limiti e possibilità. In definitiva, il cibo è il ponte tra terra e spirito, tra intimità e socialità, tra la dolcezza del piacere (come se lo viveva Voltaire) e la severità della misura (come raccomandava Aristotele).