Redazione
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.40 - Art. 18 Settembre 2025]
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(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.40 - Art. 18 Settembre 2025]
Quando si parla di mafia, si tende a puntare il dito contro il singolo individuo, contro il mafioso.
Ma la verità è molto più complicata e dolorosa.
Se una pianta velenosa, come la mafia, cresce e si diffonde in un luogo, è perché il terreno stesso, il campo, è adatto a farla attecchire.
La colpa non è solo del criminale, ma di tutta una comunità che, per omertà, indifferenza, o semplice egoismo, permette a questa pianta di allignare e di invadere tutto il campo.
I mafiosi non nascono dal nulla, sono un prodotto del campo in cui vivono.
Tutti gli studiosi - sociologi, antropologi, economisti, giuristi - che hanno analizzato questo fenomeno, sono concordi su un punto: la mafia attecchisce e prolifera in un terreno segnato dalla debolezza dello Stato, dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni, dalla carenza di opportunità economiche, e da una cultura che valorizza l'appartenenza al gruppo familiare più che al rispetto del bene comune.
Se vogliamo che la mafia muoia, non possiamo limitarci a tagliare le singole piante, ma dobbiamo arare l’intero campo, concimarlo e renderlo fertile per un nuovo innesto culturale.
La cultura dell'Agape, la civiltà dell'amore.
L'Agape, così come l'ha inteso Gesù, ovvero l’amore fraterno e solidale, non è un sentimento astratto o concettuale, ma la forza più concreta, potente e rivoluzionaria che l’umanità abbia mai conosciuto.
È un amore che non si aspetta nulla in cambio, un amore disarmato che si dona anche al nemico.
Per il bene suo e della collettività tutta.
È l'unica forza in grado di rendere fecondo il campo al punto da non lasciare spazio alle malapiante.
Questo concetto non è solo un valore cristiano ma trova rispondenza anche a livello scientifico, in quella specifica branca della sociologia della devianza, quella strutturalista, che vede il crimine non come un errore individuale, ma come il sintomo di una malattia sociale.
Questo parallelismo, infatti, mi ha fatto pensare alle "strutture di peccato" della teologia cattolica, un concetto che la Chiesa usa per descrivere le condizioni sociali che favoriscono il male, proprio come la mafia.
In un dibattito recente, ho avuto modo di confrontarmi con un procuratore della Repubblica sulla natura del regime carcerario.
Comprendo perfettamente l'esigenza di sicurezza che ha dato origine al 41-bis: spezzare la catena di comando tra i boss detenuti e i loro clan all'esterno.
È un obiettivo legittimo e necessario per la difesa dello Stato.
Tuttavia, la risposta che abbiamo dato a questo problema ha generato un paradosso.
Lui sosteneva che il 41-bis fosse la migliore detenzione per i mafiosi.
Io ho replicato che, sebbene l'intento fosse quello di isolare il potere criminale, il risultato è un sistema che si allontana dai principi della nostra Costituzione.
La pena non è vendetta, ma strumento di rieducazione.
Condivido l'analisi di studiosi come Charlie Barnao, autore del libro Il ritorno della crudeltà. Il diritto come tormento [1], secondo il quale il regime del 41-bis è un’autentica tortura psicologica.
Questa detenzione si basa su tecniche ispirate anche ai manuali di tortura della CIA, che mirano alla "disgregazione dell'identità" del detenuto attraverso l'isolamento sensoriale e la deprivazione dei contatti umani.
Questo provvedimento contrasta apertamente non solo con l'Agape cristiana, ma anche con l'articolo 27 della Costituzione, nel quale viene precisato che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
La giustizia, se non ha lo scopo di redimere, è una giustizia che fallisce.
Non sono un giurista, faccio il prete.
E come tale mi sta a cuore l’essere umano.
Per questo mi sento di lanciare una proposta per un provvedimento normativo che metta al centro la rieducazione di coloro, mafiosi o “semplici” delinquenti, che hanno commesso crimini.
Lo vogliamo chiamare "41-TRIS"?
Non importa il nome, è importante il risultato.
Quando un uomo viene incarcerato, la privazione della sua libertà è la giusta punizione per il male commesso.
Ma all'interno di questa cornice punitiva, che deve essere certa e severa, lo Stato ha il dovere costituzionale e morale di operare per correggere e aiutare a maturare la persona.
Una pena senza questa finalità è solo vendetta, non giustizia [2].
Come si fa con una pianta che può ritrovare il suo vigore con la giusta cura.
Dobbiamo provvedere a riempire i suoi buchi educativi ed emotivi, a colmare le sue lacune culturali e affettive.
Ma come si traduce, in pratica, questa cura?
Il "41-TRIS" non sarebbe un allentamento della pena, ma una sua diversa e più esigente qualificazione.
Potrebbe fondarsi su alcuni pilastri concreti:
Un percorso psicologico profondo, per scardinare la logica del potere e della violenza che è alla radice della cultura mafiosa.
Un programma intensivo di istruzione, per fornire strumenti critici e alternative culturali a chi ha conosciuto solo il linguaggio del sopruso.
L'introduzione di pratiche di giustizia riparativa, dove, con le dovute mediazioni e cautele, si possa avviare un confronto con il dolore generato nelle vittime e nelle comunità, un passo essenziale per comprendere la portata del male commesso.
Un percorso di lavori di pubblica utilità che riconnetta il detenuto al concetto di "bene comune" che ha così brutalmente violato.
Questo è il modo in cui il campo della giustizia può diventare un luogo dove la pianta dell'Agape può crescere.
È l'unico modo per dimostrare – con i fatti – che la civiltà dell'amore è più forte della cultura mafiosa.
Se amiamo il mafioso, possiamo aiutarlo a uscire dal suo errore.
Se lo condanniamo e basta, lo spingiamo solo più in profondità nel suo male.
Un male contagioso che si nutre di una falsa idea di potere.
Il potere, questo strumento che può rendere l’essere umano un benefattore o un aguzzino, non si basa sul sopruso o sulla paura generata dalla violenza; il potere vero nasce dalla nostra capacità di servizio e dalla stima riconosciuta alle nostre azioni.
Vorrei dire a quei fratelli mafiosi, che pure si dicono cristiani: avete mai conosciuto un uomo più "potente" di Gesù?
Ebbene, Lui ha predicato solo amore e i suoi insegnamenti sono attuali ancora dopo duemila anni.
Vi sembra un sentimento debole, questo amore?
Nel mio paese, Isola Capo Rizzuto, pur avendo dato i natali a tre vescovi, nessun prete è morto per mano della mafia.
Questo è un dato di fatto che mi provoca qualche riflessione.
In altre realtà, dove il Vangelo è stato vissuto fino alle sue estreme conseguenze, ci sono stati martiri come don Pino Puglisi e don Peppe Diana.
La loro morte dimostra che hanno lottato contro la cultura mafiosa.
La nostra assenza di martiri, invece, dimostra che non l'abbiamo combattuta abbastanza, che non abbiamo reagito con la forza profetica del Vangelo.
Non abbiamo arato il campo, non abbiamo fatto attecchire la pianta dell'Agape.
Ai mafiosi, abbiamo dato i certificati di idoneità per fare i padrini, abbiamo chiuso un occhio, o addirittura ci siamo “immischiati”, come nel caso di un sacerdote del nostro territorio.
La Chiesa non è al di sopra di questo fallimento, ma ne è parte integrante.
Dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo e di chiedere scusa.
La tragedia del ventiduenne di Isola Capo Rizzuto non è un incidente, ma il prevedibile epilogo di una cultura malata.
Si parla di una rissa per un parcheggio ma, probabilmente, all’origine ci sono i meccanismi assurdi di una cultura (quantomeno contigua a quella mafiosa) per cui le questioni di diritto (forse la gestione di una spiaggia) non si risolvono per vie legali.
Nessuno può dire se, in questo caso, la mafia c’entra direttamente, ma quello che emerge da questa vicenda è che due famiglie (quindi, due gruppi sociali) che, tra l’altro, si conoscono bene e sono state anche amiche, non chiamano i carabinieri per risolvere un problema, ma si affidano allo scontro e alla violenza.
Ed è paradossale che due o tre generazioni di uomini (nonni, zii, nipoti) si affrontano per questioni futili finché non saltano fuori i coltelli, perché gli “uomini veri” fanno così, e un ragazzo ci rimette la vita.
Sullo sfondo di questo terribile episodio non c’è necessariamente la ‘ndrangheta ma, di sicuro, ci sono una mentalità e una cultura che da quelle parti affondano le loro radici.
E, purtroppo, generazioni di padri, di madri e di figli non sembrano intenzionati a estirparle.
Perché?
Forse perché così è sempre stato e molti non hanno il coraggio di rompere con tradizioni deleterie, perché il campo dove crescono molti giovani è corrotto, perché la cultura mafiosa influenza anche chi non è affiliato e la violenza resta l’unico linguaggio conosciuto
La morte del giovane Filippo è il risultato di un campo che non è stato arato, in cui il seme dell'Agape non è stato piantato.
La sua tragedia è la tragedia di tutti noi che abbiamo permesso alla cultura mafiosa di crescere.
Sono orgogliosamente isolitano.
E il mio sogno è un paese che sia bello come le sue coste e il suo mare, un paese in cui la civiltà dell'Agape possa finalmente prevalere sulla cultura mafiosa.
Questo scritto è il mio modesto contributo per arricchire un dibattito che mi sta a cuore.
Sono giunto a una certa età, e i ragionamenti contorti e di schieramento non mi si addicono più.
Da tempo, nel confronto con tutti gli esseri umani — persino con gli atei e con coloro a cui sto antipatico — cerco un sensus plenior, una visione più profonda e complessiva della realtà.
Ma c'è una frase, che ho letto in un libro antico e che non mi abbandona mai: "La verità vi farà liberi" (…chissà chi l'ha detta, forse era di Isola Capo Rizzuto).
Questa frase, nella sua semplicità, racchiude un genio immenso, un'intuizione così potente da assillarmi ancora oggi.
Per questo, l'unica cosa che mi interessa è dire la verità, con sommo rispetto, ma con estrema chiarezza.
Perché l'unica strada per la rieducazione e la redenzione, sia per il mafioso che per l'intera comunità, passa per la verità.
E in fondo, è solo amando i peccatori che possiamo onorare Dio.
[1] Questa riflessione si basa su studi scientifici contenuti nel capitolo "Tortura carceraria. La crudeltà senza fine di ergastolo e 41-bis" (Barnao C., 2025), pubblicato nel libro Il ritorno della crudeltà. Il diritto come tormento (La Torre M., Barnao C., Novellino A. (a cura di), 2025).
Il capitolo di Barnao sostiene che il regime carcerario del 41-bis si configura come una forma di tortura psicologica, basata su tecniche ispirate anche ai manuali di tortura della CIA, che mirano alla "disgregazione dell'identità" del detenuto attraverso l'isolamento sensoriale e la deprivazione dei contatti umani.
Il lavoro fa riferimento a figure di spicco nel dibattito giuridico e penale internazionale, tra cui: Luigi Ferrajoli, Joe Margulies.
[2] Questa affermazione solleva inevitabilmente una domanda difficile, incarnata da figure come Matteo Messina Denaro, responsabile di crimini abominevoli come l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, disciolto nell'acido.
Di fronte a tale orrore, parlare di "aiutare a maturare" può suonare come un insulto alle vittime e un'insopportabile ingenuità.
È fondamentale chiarire questo punto.
La punizione per tali crimini esiste, è l'ergastolo ostativo, ovvero la perdita della libertà per tutta la vita.
Questa pena è una conseguenza giusta, necessaria e non negoziabile del male compiuto.
Il discorso sulla rieducazione non mette in discussione la certezza della pena, ma si interroga sul suo significato e sulla sua modalità.
Lo Stato ha davanti a sé una scelta: può usare il tempo della detenzione per inflggere una sofferenza sterile, confermando il criminale nella sua logica di odio e disumanità, oppure può usare quello stesso tempo per tentare di smontare, pezzo per pezzo, l'ideologia criminale che ha generato il mostro.
Questo secondo approccio non è un "regalo" al condannato, che non lo meriterebbe, ma un'affermazione di forza della civiltà.
È la dimostrazione che i valori di umanità e di speranza dello Stato sono più forti della cultura di morte della mafia.
Tentare di "correggere" un uomo come Messina Denaro non significa perdonarlo o scarcerarlo, ma lavorare affinché la sua mente smetta di essere un simbolo attivo del male.
È una vittoria più profonda della semplice reclusione: è la bonifica interiore di quel "terreno" umano che ha generato frutti velenosi, un atto compiuto non per il bene del reo, ma per la definitiva affermazione del Bene Comune.
Ed in questo non ho citato Gesù, altrimenti...