di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.39 - Art. 15 Agosto 2025]
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Dall’Atene di Pericle alla “Post-democrazia”:
istituzioni, etica e potere
La democrazia vive oggi uno stato di crisi nei Paesi occidentali, assediati da ideologie populiste e sovraniste, guidati da autocrati che hanno indebolito le istituzioni, create per tutelare e per far funzionare la vita democratica delle società libere e civili. Emblematico l’assalto, da parte di un gruppo di manifestanti aizzati da Trump, a Capitoll Hill, il 6 gennaio 2021, sede del Congresso e simbolo della democrazia americana. Una compiuta analisi di questa antica forma di organizzazione politica la troviamo in uno studio del politologo britannico Colin Crouch, che ha parlato di Post-Democrazia.
Nel saggio omonimo del 2004 (in inglese, Post-Democracy), lo studioso descrive un contesto, in cui la democrazia ha smesso di essere realmente un “governo del popolo”. Le istituzioni democratiche (elezioni, parlamenti, partiti) continuano ad esistere, ma la loro capacità di rappresentare e dare voce ai cittadini si è ridotta drasticamente. Si vota, ma la sensazione è che le decisioni vengano prese altrove.
Questo provoca un diffuso disinteresse per la politica e un crescente astensionismo agli appuntamenti elettorali. Chi invece condiziona le scelte politiche sono grandi imprese, lobby e gruppi di interessi economici, mentre i partiti, che hanno perso il loro legame con le classi sociali e con il territorio, sono sempre più incapaci di mobilitare la partecipazione dei cittadini. Assistiamo, pertanto, ad una prassi diffusa e iniqua: formalmente si seguono regole e procedure democratiche, ma negli effetti si continuano a perpetuare disuguaglianze e ingiustizie; crescono malumore e sfiducia, sancendo di fatto un divorzio tra istituzioni e ideali etici. Ciò indebolisce la coscienza civica dei cittadini e il senso di appartenenza ad una comunità, elementi decisivi per costruire l’identità di un popolo e per evitare che diventi una massa facilmente suggestionabile e manipolabile.
La democrazia ateniese
Il potere delle élites con relativo controllo delle istituzioni, non è nuovo. Se prendiamo la storia di Atene, dall’VIII al V sec. a. C., in cui nascono istituzioni come l’Ecclesia, la Boulè, i tribunali dell’Eliea e dell’Areopago, e si realizzano le riforme di Solone, Clistene e Pericle, la polis greca ha conosciuto un lento e progressivo cambiamento, finalizzato alla massima partecipazione popolare al governo, tentando di ridurre l’influsso delle classi aristocratiche a vantaggio del demos. E questo perché fossero tutelate l’uguaglianza e la libertà dei cittadini attraverso istituzioni giuste, rispettate da tutti, con le leggi discusse e stabilite nelle assemblee.
Il binomio istituzione (forma) ed etica (sostanza) ha ispirato, quindi, quel lungo e faticoso processo che ha portato alla democrazia ateniese. Nel discorso di Pericle per i caduti del primo anno di guerra civile tra Atene e Sparta (430 a. C.), raccontata da Tucidide nell’opera Guerra del Peloponneso (denominata anche Storie), troviamo la descrizione più compiuta di questa organizzazione di governo. Si tratta di un elogio del sistema costituzionale ideale, orgogliosamente descritto dallo statista greco, che garantiva la superiorità sulle altre poleis (Sparta in primis).
Per inciso, va detto che, secondo il giudizio dello storico, questo ordine politico è servito anche a giustificare l’imperialismo ateniese, che ha spinto la città ad un incremento senza limiti di potere e di ricchezza, per soddisfare le esigenze crescenti della massa e delle loro élites. Per il governo ateniese non esisteva alcuna possibilità di compromesso: gli avversari dovevano essere abbattuti e su di loro si doveva imporre come potenza egemone. Celebre l’episodio della piccola isola di Melo (416 a. C.), costretta a sottomettersi ad Atene, dopo una dura repressione, con l’uccisione di tutti gli uomini e la deportazione di donne e bambini come schiavi (Storie, V, 84).
Il discorso di Pericle
Nell’orazione funebre (Storie, II, 34-46), troviamo quei valori che costituiscono la sostanza del sistema democratico. Spiegando che il nome democrazia (δημοκρατία) significa governo «non di pochi, ma della cerchia più ampia di cittadini», lo statista ateniese sostiene il principio dell’uguaglianza davanti alla legge: «vige di fronte alle leggi l’assoluta equità di diritti». Non viene escluso il merito nell’attribuzione delle cariche pubbliche. A tutti è data la possibilità di conseguire un incarico in virtù delle «capacità reali (ἀπ’ ἀρετῆς), più che in base all’appartenenza a questa o a quella fazione politica».
La legge regola i rapporti tra i cittadini, i quali sono animati da un «profondo e devoto rispetto». Pericle sottolinea che gli Ateniesi si comportano in modo onorevole e rispettoso non perché costretti dalle leggi, ma per una adesione profonda e consapevole. La libertà si manifesta nel rispetto reciproco e nella disciplina volontaria: «nella nostra città le relazioni pubbliche s’intessano in libertà e scioltezza». C’è una profonda differenza tra avere il diritto di fare qualcosa e avere la saggezza e il rispetto per farla nel modo giusto. Afferma Pericle: «seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell’ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte (ἂγραφοι), sanciscono per chi le viola l’indiscutibile condanna del disonore». La città è una comunità che «accoglie tutti, senza provvedimenti d’espulsione»; è presente un forte legame solidale tanto nella sfera pubblica che in quella privata. È sentito, in altre parole, l’attaccamento al bene comune.
Tutti sono partecipi al destino della vita comunitaria: chi non prende parte alla vita pubblica viene considerato “inutile”. Le decisioni vengono prese assieme, dopo un dibattito attento e approfondito, perché non pensano che «il discutere nuoccia all’agire». Atene, per tali motivi, è una «viva scuola per la Grecia (τῆς Ἑλλάδος παίδευσιν)» e ogni cittadino, educato a questa scuola, viene abilitato a vivere la propria vita ben formato con «una personalità completa, adatta all’esercizio degli impegni più diversi e con elegante disinvoltura».
Moralità e istituzione
Le istituzioni di Atene sono giuste perché si basano sui principi di uguaglianza, merito, libertà, partecipazione, operando in modo equo, trasparente e rispettoso dei diritti e dei bisogni delle persone. Quindi, se oggi vogliamo salvaguardare la democrazia, le istituzioni devono riappropriarsi della loro legittima tensione ideale, rendendosi veicoli efficaci di quei valori, che rendono giuste le stesse istituzioni e che garantiscono, come storicamente documentato, sviluppo e progresso ai popoli, condizioni di vita culturalmente e civilmente progredite.
Convinto di questo è stato il filosofo statunitense J. Rawls, che ha richiamato la necessità di coniugare moralità e istituzione, perché, fosse salvaguardato il diritto inviolabile della persona e fossero custoditi i principi fondamentali di ogni sistema democratico: il diritto di voto, il diritto all’informazione e la partecipazione di tutti alla vita politica, per limitare l’influenza dei ceti più abbienti nelle scelte politiche, favorendo il conseguimento del bene possibile per tutti. Per Rawls, non è semplicemente riconoscere questi diritti che crea un’uguaglianza politica tra i cittadini, ma si tratta di avere opportunità identiche di esercitarli: «le libertà politiche devono avere per tutti i cittadini, quale che sia la loro posizione economica o sociale, un valore sufficientemente uniforme, perché tutti abbiano un’equa possibilità di coprire cariche pubbliche, influire sull’esito delle elezioni e via dicendo» (J. Rawls, Giustizia come equità. Una riformulazione, Feltrinelli, Milano 2002, 166).
La politica per rendere le proprie istituzioni giuste, mettendo così il popolo nelle condizioni di esercitare il potere, deve attenzionare, ad esempio, il meccanismo della legge elettorale, cuore del regime democratico parlamentare. E. Galli Della Loggia lo ricordava in un suo recente editoriale (Corriere della sera, giovedì 31 luglio 2025), a proposito della riforma da apportare in Italia, per dare la possibilità ai cittadini di scegliere i propri candidati e di votarli.
Per l’attuale sistema, invece, sono i vertici dei partiti che decidono i candidati da eleggere, con esiti davvero critici per la democrazia di un Paese. Si assiste, infatti, ad uno “svilimento” delle istituzioni parlamentari («Fare il rappresentante del popolo significherà in pratica una triste routine di voti e di interventi alla Camera e fuori, ripetendo a pappagallo i desiderata della segreteria del proprio partito»), compromettendo la “qualità” della politica («un bla bla scontato all’insegna del sempre uguale») e quella di governo («ministri incerti e subalterni alle proprie amministrazioni, perlopiù occupati nei propri personali interessi di bottega, senza idee o, se ne hanno, perlopiù incapaci di realizzarle»).
Chiesa e democrazia
Un contributo significativo può venire anche dalla Chiesa per il recupero dei valori democratici e per il loro consolidamento. Non mancano i documenti e le iniziative a tal proposito, come recentemente la Rete di Trieste, nata su iniziativa di 80 amministratori locali di ispirazione cristiana a margine della Settimana sociale del luglio 2024, dedicata al recupero della democrazia. Però, nonostante l’abbondante letteratura, volta a sostenere principi come l’uguaglianza e i diritti inalienabili di ogni persona, la partecipazione attiva e consapevole alla vita democratica, condannando forme di discriminazione e sfruttamento, bisogna riconoscere che le affermazioni di principio dei documenti pontifici sono ancora molto lontane dall’avere trovato nel diritto canonico l’approvazione giuridica di questi principi, come avviene nei codici civili degli stati moderni.
Abbiamo detto che la qualità di un’istituzione si giudica dalla capacità di tutelare e promuovere i diritti fondamentali della persona, evitando ineguaglianze e ingiustizie. Anche la legislazione ecclesiastica potrebbe presentare qualche criticità. Per esempio, è possibile estendere il ministero ordinato ai fedeli laici, anche alle donne? Le procedure di giustizia canonica garantiscono pienamente i diritti dei fedeli e la loro dignità, o necessitano di maggiore trasparenza ed equità? Le norme sul governo della Chiesa favoriscono una reale partecipazione a tutti o perpetuano una struttura eccessivamente centralizzata?
Certo, la Chiesa ha un’impostazione fortemente gerarchica e piramidale con il potere che si configura in modo monarchico e teocratico. Spesso i vescovi, in periferia, sono tenuti ad eseguire direttive che arrivano da Roma, riducendo così l’episcopato a semplice strumento di servizio, quasi burocratico. Di conseguenza, il loro ruolo come soggetti corresponsabili nel governo della Chiesa, attraverso le varie modalità come le Conferenze regionali o le Metropolie, non viene pienamente realizzato.
Questo potere centralizzato però confligge con un modello di Chiesa che promuove, a parole, la comunione, la compartecipazione e la sinodalità. Occorre, dunque, ripensare la legge fondamentale della Chiesa e immaginare una possibile riforma, teologicamente fondata. Persiste ancora, infatti, nel diritto canonico del 1983, nonostante il tentativo di tradurre in norme l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, una distinzione tra clero e laici con gradi e ordini che creano differenze ed esclusioni, ostacoli all’idea della collegialità e della corresponsabilità dei laici.
Per di più, la stessa disposizione di questa distinzione è rimandata niente meno che alla volontà di Dio: «Per istituzione divina, vi sono nella Chiesa i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi che sono chiamati anche laici» (can. 207). Ancora: «I fedeli laici, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa» (can. 212).
Ora, quello che dovrebbe far riflettere è che mentre le istituzioni civili, come abbiamo visto, cercano di affermare le basi e gli ideali democratici e liberali delle loro politiche, presentandosi, almeno in linea di principio, come società composte da membri uguali, con gli stessi diritti e gli stessi doveri, «la società ecclesiastica, che pretende di seguire il vangelo e l’insegnamento di Gesù, si presenta non solo come società autoritaria, gerarchica di potere e formata da persone disuguali, ma come una società in cui la distinzione e la differenza delle classi sono attribuite a una disposizione divina e a una esplicita volontà del suo fondatore» (B. Mori, L’implosione di una religione, Gabrielli, Verona 2024, 263).
A parte la difficoltà sul piano storico-teologico di rimandare alla volontà di Gesù di Nazaret la giustificazione del potere divino del clero e la distinzione tra clero e laici, rimane il problema di come tradurre concretamente, nell’ordinamento legale della Chiesa cattolica, i contenuti evangelici del servizio, della comunione, della fraternità che esaltano i diritti fondamentali della persona, custoditi nelle altre costituzioni.
Ricordiamo che la Santa Sede è uno Stato riconosciuto a livello internazionale che è tenuto, in termini di diritti umani, a confrontarsi con le legislazioni dei Paesi e con le Carte dei diritti universali. Inoltre, la teologia indica nel dogma trinitario, inteso come fondamento di tutta la realtà, ecclesiale e sociale, il paradigma di ogni forma di relazionalità e convivenza umana. Secondo il modello della Trinità, che dovrebbe essere recepito anche dal diritto canonico, bisogna promuovere quella comunione di persone che si rispettano, si amano e si servono a vicenda.
La diversità di ruoli (pastori e fedeli) non deve diventare una differenza di dignità o di potere, ma una ricchezza per il bene della comunità. L’intuizione del Sinodo, avviato dal compianto Papa Francesco nel 2021, proponeva un modello di Chiesa, fondato sull’amore e non sul potere, in cui la comunione e il dialogo fossero strutturali, offrendo così al mondo quelle ragioni e condizioni per impiantare una forma di democrazia, caratterizzata da relazioni autentiche e inclusive. Speriamo che il pontificato di Leone XIV porti avanti queste istanze per il bene della Chiesa e della famiglia umana.