di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.38 - Art. 16 Luglio 2025]
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La stagione delle correlazioni o forse dei ricorsi storici
Ammetto non senza difficoltà che la più grande astrusità nel raccontare, esplicare, trasferire stati d’animo e concetti su una particolare tematica, sia rappresentata dall’incipit, ovvero da quelle poche righe apparentemente banali, mai scontate, che introducono tutto il percorso descrittivo, sia esso un libro, un brano, una traccia. Questo aspetto assume particolari criticità se ad essere oggetto dello scrivere è un articolato, che seppur senza pretesa di esclusiva scientificità accademica, ha comunque un impatto divulgativo. In questa ennesima caldissima estate, che fa da contorno agli eventi drammatici che viviamo, politico sociali nazionali e internazionali, si cercherà di attribuire un significato sociologico al concetto di “incontro”, tra il vecchio e il nuovo, tra il passato e il presente, ovvero tra il presente effettivo e quello ideale, avendo sempre chiaro, che la storia si ripete sempre, ma mai allo stesso modo, e se Marx[1] lascia spazio ad un’alternativa, ovvero o in farsa o in tragedia, in realtà la ripetitività purtroppo assume i contorni plastici del tragico, per cui il ripetersi della storia è univoca, lasciando solo spazio quantitativo al danno, insomma in discussione non il “quomodo” ma il “quantum” della tragicità. Anche l’utilizzo temporale di una stagione, quale pretesto ordinario sulla quale costruire una relazione, rappresenta un supporto quasi architettonico e di contorno, perché, e ritorno ancora una volta sulla questione, tutte le relazioni umane, sia passate che presenti, nonché future, sono e saranno sempre una questione di classe sociale.
Per quanto da molte e svariate voci, anche autorevoli, si ritenga che il classismo non esista più, invero la realtà ci racconta insieme alla storia, che le strutturazioni sociali, e di converso le diseguaglianze sociali, sono delle costanti storiche molto più statiche di quello che si possa immaginare. Non che nelle diverse epoche del passato non sussisteva la diversificazione sociale, ma negli ultimi anni essa assume contorni grotteschi, per cui l’evento dell’incontro, tra passato e presente, di un fatto storico e sociale va collocato in chiave critica. Il fatto, l’evento che si vuole attenzionare è il modello sociale che si prospetta in realtà già da qualche decennio. Un modello purtroppo che porta in se il carattere della disumanità, del banale…, della banalità del male[2] direbbe Hanna Arendt, del vizio arrivista e di profitto, dello sfruttamento delle masse, della non curanza dei bisogni primari dell’uomo, dal privato al pubblico, concludendo, l’incontro del modello sociale ideale con il modello neoliberista è in realtà uno scontro ad armi impari, sbilanciato e proteso tutto verso il capitalismo oligarchico, con la massa ridotta a consumo, un consumo che decompone esso stesso, la vita umana rendendola liquida[3].
Perché la coscienza collettiva prenda consapevolezza dello stato dei fatti, occorre superare quel semplicistico bipolarismo infido e vuoto di contenuti, laddove anche il singolo individuo, che seppur esercita il diritto di voto, in realtà è totalmente inconsapevole delle scelte in termini di politiche pubbliche che verranno fatte e degli effetti sociali delle stesse. Tutto si ferma ad un banale scontro, senza idee, senza contenuti, è solo un continuo litigio volgare e volutamente indotto. Basti osservare cosa accade nei social, la pubblicazione di un post (un articolo d’inchiesta che possa avere ad oggetto un qualsiasi evento accaduto), scatena a cascata una miriade di commenti sgrammaticati, confusi, che spesso nulla hanno a che fare con il fatto raccontato, ma che si eviscera in un contrasto a due o più mani, quasi da tifo calcistico, e quindi il gioco è fatto!! L’elettore ridotto a soldatino schierato, nulla oppone ai suoi rappresentanti, osserva, attacca l’altro elettore che la pensa diversamente, ed entrambi ormai svuotati di intensità culturale, si comportano come il gregge, il gregge che cerca sempre l’animale capo. Vi è un preciso disegno in questa deriva sociale, una deriva che spinge verso una società dei pochi e non dei molti. Il voto stesso, che un tempo rappresentava lo strumento di scelta, oggi ha perso di effettività, non vi è più il legame tra rappresentato e rappresentante (il rimando è alla teoria del contratto sociale di Rousseau[4]), il patto sociale che sancisce che ad essere fondante quale pilastro sociale sia “l’interesse collettivo”, sembra definitivamente posto nell’oblio. Già Morin[5], aveva lucidamente contestualizzato il problema culturale, parlando di cieca cultura e di cretinizzazione mentale.
Questa visione sembra ancora più effettiva nell’era dei social, non è un caso che si parla ormai apertamente di narcotizzazione sociale e vetrinizzazione, ovvero il mostrarsi, l’esporsi senza remore, il tutto in un godimento narcisistico smisurato del se. Questo tempo, questa stagione (intenderei stagione non con il significato comune geografico, orbitale, ellittico della terra intorno al sole), è frutto di un disegno ben definito, un disegno capitalistico e oppressivo, attento solo al danaro e privo di qualsivoglia aggancio umanistico. Lo smantellamento dello stato sociale è solo uno dei pilastri del neoliberismo di oggi, ormai senza pudore e senza vergogna, privo di qualsivoglia etica della responsabilità[6]. Non bisogna necessariamente scomodare i classici sul principio di responsabilità, già Pericle insisteva molto sul significato della partecipazione collettiva alle decisioni e alle azioni per il bene comune (si confronti il discorso agli ateniesi del 476 AC). Cosi come, Max Weber[7] nel suo “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, cerca di smarcare il capitalismo dal mero profitto scellerato, e tenta non senza difficoltà a legarlo alla condotta umana, che deve essere autorevole e indiscutibile quanto a genuinità comportamentale. Quest’opera in realtà subisce la stessa sorte del Capitale di Marx, sempre contestata, banalizzata, ma essa ritorna prepotentemente sotto i riflettori, questo accade ogni qualvolta si cerca di affossare i giganti delle scienze sociali, sempre attuali, mai scontati, mai sconfitti, e sembrano addivenire in uno spazio senza tempo, perché come ci ricorda spesso Umberto Galimberti, essi hanno peccato in difetto nelle loro teorizzazioni e visioni della società, e non certamente in eccesso.
Torniamo alla stagione, quella attuale, tra le più oscene e disumane che l’uomo abbiamo potuto pensare, immaginare, configurare; Non che nella storia umana i soprusi, le guerre, le tragedie per mano umana (e non certamente divina) siano mai mancati, sarebbe antistorico affermarlo, ma il punto focale è un altro, perché ci si aspetta che con l’evoluzione della civiltà, moltissime barbarie non accadano più, invece, tornano più cruente che mai, con l’aggravante che l’ipertecnica invece che essere veicolata (ammesso che possa essere indirizzata, visto che le recentissime scoperte sull’intelligenza artificiale lasciano pesantissimi interrogativi sulla possibilità che l’uomo possa governare questi strumenti) a vantaggio dell’umanità, viene utilizzata per distruggere, un agire che si porta dentro una banalità sconcertante, senza che l’uomo stesso si ponga degli interrogativi, sul ciò che è bene e ciò che è male. Vorrei volgere lo sguardo su due quadranti, da una parte quello umano e della sua crisi con la contestuale evaporazione del diritto internazionale, e dall’altra quella economica, riscoprendo uno dei più illuminati economisti italiani sparito misteriosamente nel nulla negli anni ottanti.
Assistiamo oggi ad una evaporazione non solo sociale, manche strutturale, gli stati che una volta rappresentavano i baluardi organizzativi di una popolazione, oggi sembra non abbiamo più le caratteristiche tipiche di un tempo. In effetti essi non sono più i protagonisti assoluti della scena internazionale, il loro primato è stato ceduto ad altre entità, sovranazionali e spesso difficilmente istituzionalizzate, entità multilivello (si pensi alle potentissime multinazionali, del petrolio, delle armi, del farmaceutico, della finanza, etc.,), che hanno eroso quasi completamente l’effettività del potere statuale e la possibilità dei cittadini di influenzarne le politiche pubbliche, non è un caso che assistiamo ad una prepotente compressione dello stato sociale minimale, quello essenziale, e al contestuale imbarbarimento delle istituzioni pubbliche. In un certo qual modo, si assiste ad una imperiosa reazione dell’ultimo neoliberismo, che oggi appare senza maschera con tutte le sue vere contraddizioni e costi occulti che tanto occulti non sono (innalzare al 5% del PIL la spesa militare è una follia umana se la inquadriamo dal lato etico, ma è un enorme business se la consideriamo dal lato lobbistico). Proprio contro queste tendenze in passato non sono mancate voci autorevoli sulla guida delle politiche pubbliche, una su tutte, mi preme ricordalo, è stata quella di Federico Caffè[8], economista illuminato, fortissimo sostenitore dello stato interventista orientato non al bellicismo, bensì al welfare, convinto come era della grande genuinità delle idee di J. M. Keynes, del quale fu non solo seguace ma anche grandissimo studioso, infatti, a lui si deve la divulgazione scientifica delle idee innovative economiche del Keynes in Italia. Molti ricordano Caffè come un semplice economista, ma in realtà la sua visione era oltremisura immensa, visione che già negli primi anni ottanta, gli diede il primato di prevedere la deriva populista politica, ma anche tutte le anomalie del capitalismo odierno. Federico Caffè non era molto amato, sparì misteriosamente tra il 14 e il 15 Aprile 1987, non furono mai rinvenute tracce, ma a lui si devono tante idee indirizzate verso un sistema statuale economico basato appunto sullo stato sociale.
Tra vecchi e nuovi incontri, prevale il vecchio, e a pagarne il prezzo altissimo sono i popoli, non certo le oligarchie, che oggi di fatto decidono le sorti del mondo e dell’intera umanità, stiamo per rientrare in una nuova epoca, un “neo feudalesimo”, e ai signori di un tempo si sono sostituiti i tycoon, populisti, arroganti, ed autoritari, ma a combattere le guerre ci vanno gli uomini normali, non certamente quel 1 % che detiene la quasi totalità della ricchezza del pianeta.
“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti a coloro che ci hanno preceduto”. J. M. Keynes.
[1] Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Introduzione a cura di Michele Prospero, Editori Riuniti, 2022.
[2] Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 1964.
[3] Zigmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, 2008.
[4] Jean Jacques Rousseau, il contratto sociale, Feltrinelli, 2003.
[5] Edgar Morin, La sfida della complessità, Le lettere, 2011.
[6] Hans Jonas, Il principio della responsabilità, Un’etica per la civiltà tecnologica, a cura di Pier Paolo Portinaro, Einaudi, 1979.
[7] Max Weber, Storia economica, Introduzione di Carlo Trigilia, Rizzoli, 1997.
[8] Federico Caffè. Lezioni di Politica economica, Boringhieri, ristampa, 2008.