di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.38 - Art. 16 Luglio 2025]
di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.38 - Art. 16 Luglio 2025]
Cari amici e lettori di Botros,
c'è una domanda che, in forme diverse, mi viene rivolta spesso, quasi sottovoce, a volte come una critica velata, altre volte come un dubbio sincero. Nasce quando il nostro giornale si occupa di temi che toccano la vita comune del nostro paese, Botricello: la cura del territorio, le prospettive per i giovani, il dialogo tra le parti sociali, i nostri anziani. La domanda, in fondo, è sempre la stessa: "Ma perché un prete si occupa di queste cose? Non dovrebbe pensare solo alle anime, alla preghiera, alla sacrestia?".
È una domanda legittima, che merita una risposta non frettolosa, ma profonda e onesta. Una risposta che vorrei dare una volta per tutte, non per giustificare me stesso, ma per condividere con voi il cuore pulsante di una Fede che, se è viva, non può fare a meno di farsi carne e sangue nella storia e nella vita della nostra comunità.
Per rispondere, dobbiamo prima fare una distinzione fondamentale, una di quelle che cambiano tutto. Dobbiamo distinguere tra due modi di intendere la parola "politica". C'è una politica con la 'p' minuscola e una Politica con la 'P' maiuscola. E tra queste due lettere, vi assicuro, c'è un abisso.
Iniziamo da ciò che un prete non deve e non può fare. La politica con la 'p' minuscola è la politica partitica. È l'appartenenza a uno schieramento, la competizione per il potere, la strategia elettorale, il tifo per una fazione contro l'altra. Questo è un campo d'azione specifico e necessario per i cittadini laici, chiamati a impegnarsi direttamente nelle istituzioni, ma è un campo che un sacerdote ha il dovere di non invadere.
Non si tratta di un'opinione personale, ma di una chiara indicazione della Chiesa stessa. Il Codice di Diritto Canonico, che regola la vita dei chierici, è esplicito: "Non abbiano parte attiva nei partiti politici e nella direzione di associazioni sindacali, a meno che, a giudizio della competente autorità ecclesiastica, non lo richiedano la difesa dei diritti della Chiesa o la promozione del bene comune" (Can. 287, §2).
Perché questa regola così netta? Il motivo è profondamente pastorale. Il prete è, per sua natura, un uomo di tutti e per tutti. È il parroco di chi vota a destra, di chi vota a sinistra e di chi non vota affatto. La sua casa, la parrocchia, deve essere un luogo di unità, un porto franco dove le divisioni del mondo vengono sanate e non accentuate. Se il parroco si schierasse con un partito, diventerebbe inevitabilmente un uomo "di parte", perdendo la sua capacità di essere fratello universale. Tradirebbe la sua missione di essere segno visibile di Cristo, che non è venuto per una fazione, ma per salvare l'umanità intera.
Per questo, non mi avete mai visto e mai mi vedrete fare campagna elettorale, sostenere un candidato o un simbolo, o partecipare a dinamiche partitiche. Quando il dibattito, anche sulle pagine di questo giornale, è scivolato dalla discussione dei problemi alla rissa tra le parti, ho sentito il dovere di fare un passo indietro. Non per disinteresse, ma per fedeltà a questo principio: il prete è un costruttore di ponti, non un costruttore di muri.
Se la politica partitica è un ambito da cui tenersi fuori, esiste un'altra Politica, quella con la 'P' maiuscola, che non solo un prete può fare, ma che deve fare. Se non la facesse, sarebbe un testimone incompleto del Vangelo.
Che cos'è questa Politica? È ciò che il grande Papa Paolo VI definì "la più alta forma di Agape". È l'impegno appassionato e instancabile per il Bene Comune. È l'arte nobile di costruire una comunità – la polis, la città – dove ogni persona possa vivere con dignità, giustizia e pace.
Questa Politica non si occupa di conquistare il potere, ma di servire la persona. Le sue domande non sono: "Chi vincerà le prossime elezioni?", ma piuttosto: "I nostri giovani hanno un futuro qui a Botricello o sono costretti a emigrare? I nostri anziani sono curati e rispettati? L'ambiente in cui viviamo è sano? C'è giustizia per i più deboli? La nostra comunità è un luogo di accoglienza o di esclusione?".
Questo impegno non è un'invenzione moderna o un'idea di qualche "prete di strada". Affonda le sue radici direttamente nel cuore del Vangelo. Quando Gesù, nella sinagoga di Nazareth, apre il rotolo del profeta Isaia e legge il suo "manifesto", cosa dice? "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi" (Luca 4, 18). Questo, signori, è un programma politico nel senso più alto e nobile del termine. È un programma di liberazione integrale dell'uomo.
E come potremmo dimenticare il capitolo 25 di Matteo, la grande pagina del Giudizio Universale? Non ci sarà chiesto a quale partito eravamo iscritti, ma: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi" (Matteo 25, 35-36). Occuparsi della fame, della sete, dell'accoglienza, della salute delle persone non è forse "fare Politica"?
Tutta la storia moderna della Chiesa è un richiamo costante a questo dovere. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et Spes, ha scritto parole che dovrebbero essere scolpite nel cuore di ogni cristiano: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore" (GS, 1). La Chiesa non vive su una nuvola, ma condivide il destino dell'umanità. Per questo, continua il Concilio, la sua missione è religiosa, ma "proprio da questa missione religiosa scaturiscono compiti, luce e forze che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina" (GS, 42).
Papa Giovanni Paolo II, nella Sollicitudo Rei Socialis, ci ha messo in guardia dalle "strutture di peccato": sistemi economici, sociali e politici che generano ingiustizia. Non basta la conversione del cuore del singolo, ci ha insegnato; bisogna lavorare per cambiare anche le strutture che opprimono. E questo lavoro è eminentemente Politico.
Papa Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritas in Veritate, ha legato in modo indissolubile la carità alla giustizia e alla Politica. Scrive: "La carità va oltre la giustizia [...]. Ma se l'amore è sapiente, sa trovare anche i modi per operare secondo una previdente e giusta convenienza [...]. L'impegno per il bene comune, quando è animato dalla carità, ha una valenza superiore a quella dell'impegno semplicemente secolare e politico. [...] L'azione dell'uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all'edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana" (CV, 6-7). Amare il prossimo, ci dice, significa anche lavorare per creare istituzioni più giuste per lui.
E infine, come non sentire la voce potente di Papa Francesco? In Evangelii Gaudium, ci ricorda che l'evangelizzazione ha una necessaria dimensione sociale: "Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini" (EG, 183). E aggiunge, con parole che sento mie: "Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri!" (EG, 205).
Nella sua ultima grande enciclica sociale, Fratelli Tutti, il Papa parla esplicitamente di "amore politico", spiegando che è un amore che "si esprime anche in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. [...] Per questo è un atto di carità altissimo la politica" (FT, 180-186).
Cari lettori, il prete che si occupa del Bene Comune non sta uscendo dal suo seminato. Al contrario, sta compiendo fino in fondo il suo ministero. È come la sentinella di cui parla il profeta Ezechiele, posta sulle mura della città non per comandare, ma per vedere il pericolo e suonare il corno, per svegliare le coscienze.
Il mio ruolo, e il ruolo di questo giornale, non è quello di offrire soluzioni tecniche o di schierarsi con una fazione. È quello di porre le domande giuste alla luce del Vangelo. È quello di illuminare i problemi con i principi della Dottrina Sociale della Chiesa: la dignità della persona, la solidarietà, la sussidiarietà, la destinazione universale dei beni. È quello di educare le coscienze a pensare, a non accontentarsi degli slogan, a sognare una Botricello più giusta, più solidale, più bella per tutti.
Non abbiate paura, dunque, di un prete che "fa Politica" con la 'P' maiuscola. Temete, piuttosto, un prete indifferente, un pastore che vede il lupo arrivare e non grida, un testimone del Vangelo che lo chiude tra le mura della chiesa, impedendogli di fermentare la vita e la storia della nostra amata comunità.
Io non ho mai fatto e mai farò politica partitica. Ma la Politica della carità, la Politica del Bene Comune, la Politica che si prende cura dell'uomo, quella, con l'aiuto di Dio, non smetterò mai di farla. Perché è il modo con cui, oggi, qui a Botricello, cerco di essere fedele al Vangelo di Gesù Cristo.
Con affetto,
vostro parroco, don Rosario