Redazione
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.38 - Art. 16 Luglio 2025]
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La notizia della morte di un sacerdote per suicidio è una di quelle che squarcia il velo delle nostre certezze e ci lascia ammutoliti.
Il gesto estremo di don Matteo Galloni non è un fatto di cronaca da consumare in fretta, ma una ferita aperta nel corpo di tutta la Chiesa.
Di fronte a questa ferita, la prima, unica risposta umana e cristiana è il silenzio, la preghiera e un profondo rispetto per il mistero di un dolore che ha sopraffatto una vita.
L'istinto umano, di fronte a un simile evento, è quello di cercare un "perché".
Si cercano cause, colpevoli, spiegazioni logiche che possano placare il nostro smarrimento.
Ma la logica di Dio, quella che Gesù ci ha consegnato come testamento nell'Ultima Cena, ci chiede di fare un passo indietro, o meglio, un passo più in profondità.
"Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi".
Questo non è un semplice comandamento morale; è la rivelazione di un modo diverso di guardare il mondo, la vita, la sofferenza e la morte.
È la logica dell'Agape, un amore incondizionato, gratuito, che non misura e non giudica, ma si china sulla fragilità e la prende su di sé.
Cosa significa, allora, guardare alla morte di don Matteo con gli occhi dell'Agape?
Significa, prima di tutto, sospendere ogni giudizio.
Chi siamo noi per scandagliare l'abisso di sofferenza in cui un nostro fratello è precipitato?
Chi può conoscere il peso della croce che portava sulle spalle, la tenebra della solitudine che forse lo ha avvolto, la lotta interiore che ha combattuto fino all'ultimo istante?
Giudicare sarebbe tradire il Vangelo, sarebbe ergersi al posto di quell'unico Giudice che, sulla croce, ha giustificato i suoi stessi carnefici dicendo: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".
In secondo luogo, la logica dell'Agape sposta l'attenzione da lui a noi.
Il comandamento di Gesù non è un invito a esaminare la vita degli altri, ma la nostra.
La morte di un sacerdote per solitudine e disperazione è una domanda terribile che viene posta a tutta la comunità cristiana.
Lo abbiamo amato "come" Cristo ci ha amati?
Siamo stati per lui una comunità che sostiene, che ascolta, che accoglie la fragilità, o una comunità che pretende, che si aspetta dai suoi preti una perfezione disumana, dimenticando che sono uomini, con le loro ferite, le loro paure, il loro bisogno di essere amati e non solo ammirati?
Spesso carichiamo i nostri sacerdoti del peso delle nostre attese, li mettiamo su un piedistallo che li isola e li rende terribilmente soli.
L'Agape ci chiede invece di scendere con loro nell'arena della loro umanità, di essere cirenei, non spettatori.
Infine, l'Agape è speranza contro ogni speranza.
È la fiducia incrollabile che l'ultima parola sulla vita di don Matteo, come su quella di ogni uomo, non appartiene alla disperazione, ma alla misericordia infinita di Dio.
Una misericordia che va oltre i nostri schemi, che sa raggiungere l'uomo anche nell'istante più buio, quando ogni luce sembra spenta.
Il nostro compito, come fratelli nella fede, non è capire, ma affidare.
Affidare don Matteo alle braccia di quel Padre che lo ha atteso per tutta la vita e che, ne siamo certi, lo ha accolto con un abbraccio capace di sanare ogni ferita.
La morte di questo nostro fratello non sia un evento da dimenticare.
Sia un seme.
Un seme che ci interroghi, che ci converta, che ci spinga a costruire comunità più vere, più umane, più capaci di quell'amore che non si ferma di fronte a nulla, perché è l'amore stesso di Dio.